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Riconoscerlo è facile: chitarre eteree e crescendo infiniti che promettono un’apocalisse emotiva ad ogni ascolto. E’ da anni che anni che qualcuno dichiara la sua morte, ma sarà vero?
In realtà il post-rock ha sempre flirtato con la sua stessa estinzione.
Già negli anni ’90, mentre i Mogwai facevano sognare da Glasgow e i Godspeed You! Black Emperor incidevano su vinile le loro sinfonie distopiche, il genere veniva accusato di essere troppo cerebrale, troppo dilatato, troppo… triste.
Eppure, proprio quella malinconia ha sedotto schiere di fan erano pronti a farsi sommergere da muri di suono e non se ne aveva mai abbastanza.
Poi sono arrivati gli anni 2000 e con essi la saturazione, colpa anche di formule ripetitive con le band che sembravano seguire un manuale non scritto: intro delicata, build-up lento, esplosione catartica.

Ma forse è proprio questa la bellezza del post-rock: la sua testarda resilienza.
Anche mentre veniva dato per morto, continuava a germogliare in angoli inaspettati. Band come This Will Destroy You, Explosion In The Sky o Caspian hanno saputo reinventare il linguaggio del genere, mescolandolo con l’ambient, l’elettronica o persino il metal.
E nei circuiti underground, come la coraggiosa Aloud di Barcellona (Toundra, Ànteros, Doblecapa) , piccoli collettivi continuano a produrre album che pur suonando familiari, riescono ancora a scuotere qualcosa dentro.
Il post-rock, insomma, non è morto: forse è solo diventato più difficile da trovare, sepolto sotto strati di nostalgia e loop di delay.
E va bene così.
Perché il post-rock non ha mai avuto bisogno dei riflettori: gli basta un ascoltatore solitario e un paio di cuffie e finché ci saranno cuori pronti a battere al ritmo di un crescendo infinito, avrà sempre un posto dove vivere.
Magari nell’ombra.
Ma vivo.

