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1987: la consacrazione definitiva degli U2
Ed eccoci finalmente, ai fasti supremi, quando ci “si sciolsero le ginocchia e il cuore” (Omero) nell’ascolto di quella che rimane probabilmente la prova di fatto più alta dell’epopea U2: è il marzo ’87 ed i quattro di Dublino regalano al mondo “The Joshua Tree”.
E se le immagini dicono alle volte più delle parole, le immagini degli U2 sul tetto del Republic Liquor Store a Los Angeles del video di “Where the Streets Have No Name” raccontano di una band che trova la sua definitiva consacrazione proprio in quegli Stati Uniti amati e odiati allo stesso tempo. L’album era uscito da qualche settimana ma l’euforia era alle stelle, in quell’incrocio tra la 7th Ave Street e la Main Street di Los Angeles, a cementare plasticamente una specie di passaggio di consegne: il live improvvisato sul tetto era una citazione dell’ultimo dei Beatles sul roof della Apple Records, e si possono sprecare i paragoni proprio con i Fab Four, ricorrendo proprio allora il ventennale di “Sgt. Pepper’s” (ma sarà una nostra condanna a vita essere sempre rimandate e rimandati ai mitici, logori, strepitosi e, urliamolo, (sor)passati Sessanta?).
Non è certo facile parlare di “capolavoro”, ma si fa fatica non trovare altro termine: e non sono i valori tecnico-artistici in senso stretto a raggiungere un’altezza assoluta, quanto piuttosto lo straordinario impatto emotivo dell’album.
Tra inni universali e ombre del sogno americano
“With Or Without You” divenne canzone di perenne rappresentazione di quel 1987, ascoltata ovunque, per radio, per strada, in televisione, e altrettanto successo ebbe “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”. Ma sono pezzi apparentemente minori che fanno di “The Joshua Tree” quello che è: la fierezza di “Red Hill Mining Town”, l’acqua che scorre di “One Tree Hill”, i battiti quasi sintetici – alla Brian Eno – di “Mothers Of Disappeared”. E se qualcuno potrebbe dire che “Exit” resuscita lo sciamano Jim, la quasi minimale (e LouReediana) “Running to Stand Still” riconcilia il blues con le ballate tradizionali irlandesi.
Nel deserto del Mojave, alla ricerca di un Eldorado
Si passa da un suono da grandeur dettato magnificamente dagli effetti della chitarra elettrica di The Edge (che ricrea il suono delle bombe sganciate sui civili di El Salvador e del Nicaragua in “Bullet The Blue Sky”) alla semplicità sincera e trasparente di “In God’s Country”, il tutto cementato definitivamente nel nostro immaginario grazie alle foto in bianco e nero di Anton Corbijn nel deserto del Mojave.
Gli U2 cercavano loro stessi e ci lasciano in quel deserto anche noi, vicino all’albero di Joshua a cercare noi stessi e il nostro Eldorado. Loro hanno trovato l’America, e noi?
Outside is America.
95/100
(Giovanna Rocchi 29.10.2000 – con interventi e riscrittura di Paolo Bardelli 01.03.2026)


