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29 Luglio, Anfiteatro del Venda, Galzignano Terme (Padova)
Probabilmente dorme Amanda Palmer quando Glen Hansard, in quel confine difficile da distinguere tra la notte e l’alba esce di casa, avvia la sua moto e si schianta dopo qualche minuto, perdendo la vita, a Lucan, qualche chilometro fuori Dublino.
I due sono amici, lui l’ha invitata diverse volte a suonare assieme, è passato da casa sua, hanno condiviso momenti, racconta lei, entrambi sono diventati genitori tardi, da non tantissimi anni, solo tre, addirittura, lui.
Hanno parlato di questo: dell’essere diventati adulti, genitori, dell’essere ancora musicisti, autori.
Sicuramente è sveglia, Amanda, quando la notizia si diffonde: Glen Hansard non c’è più, si scopre nella tarda mattinata.
Le testate, anche italiane, persino i quotidiani maggiori ne fanno uno dei titoli più grandi, qualcosa di strano per un musicista che ha un grosso seguito, si, ma non riempie certo gli stadi.
Tanti, in rete raccontando di esserne rimasti ammaliati qualche anno fa, quando ha suonato prima e con Eddie Vedder dei Pearl Jam e da lì di non averlo più dimenticato.
È pomeriggio quando Amanda ne scrive su Instagram, sicuramente qualcuno è già in auto per raggiungere l’Anfiteatro del Venda, un lembo di erba sui colli veneti, diversi tornanti che portano in una ventina di minuti dai paesi in pianura ad una strada dove ti chiedono gentilmente di fare manovra dove spazio non c’è per farla, per parcheggiare la macchina, percorrere ancora qualche decina di metri verso l’alto e trovarsi in uno spazio che potrebbe essere un cinema, con una pedana circolare di legno e tutto intorno le luci della sera che inizia a spegnersi.
Scrive Amanda “Glen era un compagno come buskers, uno che guardava dentro le anime come autore di canzoni, un padrone di casa sul palco che toglieva il fiato, suonava la chitarra come se stesse uccidendo qualcuno, cantava e suonava con l’intero corpo, teneva vivo il pubblico. Le sue canzoni erano urla che provenivano da dentro la materia.”
E quello che lei scrive di lui, potremmo noi scriverlo di lei.
Sono due persone che, attraverso percorsi diversi, erano arrivate alla stessa conclusione: che tutto sta nell’energia che si può scambiare con il pubblico.
È sera, sono le 21.10 e ormai non c’è nessuna luce se non quelle dei paesi sotto la collina in lontananza e quando Amanda Palmer inizia a camminare tra la folla, là sotto, in basso c’è una palla rossa, è la luna, è ancora il sole, no, è la luna.
Rossa. Rosso sangue, rosso vita, perché sia rossa non è chiaro, salirà man mano in un punto alto in cielo e rimarrà rossa per un bel po’, per poi tornare del suo normale colore.

E l’inizio del concerto chiarisce cosa succederà: non sarà una festa, sarà un rito collettivo di lacrime, sorrisi, note di pianoforte e conversazioni.
“Piano solo and stories” è il titolo inserito nel biglietto di una data annunciata a inizio luglio, un piccolo giro in Europa che prepara un altrettanto breve tour con il batterista Brian Viglione, che accompagnerà l’uscita delle nuove registrazioni di “Yes, Virginia”, secondo disco dei Dresden Dolls, di cui sono scaduti i ventennali diritti con l’etichetta discografica e che ora possono tornare, con questi nuovi master, in mano a chi ha scritto quelle canzoni.
Ma di questo e di molto altro ne abbiamo parlato direttamente con lei, qualche giorno fa, in questa intervista, se vuoi leggerla.
Perché adesso siamo qui, luna rossa in cielo, un piccolo pubblico seduto nella conca naturale che si è formata in qualche millennio di storia umana, Amanda si aggira tra il pubblico con un ukulele, senza amplificazione, per iniziare con una cover di “Creep” dei Radiohead: “I’m a weirdo” cantava Thom Yorke, “i Dresden Dolls erano anche il sentirsi sicuri dentro a questa community di persone strane, artisti, creativi, queer” ci ha detto Amanda.

Sarà un breve momento, poi ci sarà il palco, il pianoforte (non ho mai avuto un vero pianoforte sul palco, dirà) e la conversazione.
Perché un concerto di Amanda Palmer, come uno di Glen Hansard, non erano, non sono e non saranno mai entità separate dove l’uno suona e gli altri ascoltano.
Sono un flusso di emozioni: fosse possibile si vedrebbero delle linee andare in entrambe le direzioni, come la circolazione nel corpo umano, le arterie e le vene.
“Potete, per favore, venire il più possibile vicino, tutti?” chiede appena mette piede sul palco.
“Il più vicino possibile.”
E poi suonerà, parlerà, riderà, piangerà.
Nel pubblico canteranno, applaudiranno, rideranno, piangeranno.
Chi è il pubblico, chi è l’artista, sono domande che assumono un senso qui: ci sono le domande del pubblico, organizzate da prima tramite il Patreons di Amanda Palmer, che diventano risposte in musica dal vivo, ci sono momenti di canzoni a richiesta, ci sono scalette che sono solo tracce, da seguire o da ignorare.

“Mi dimentico sempre quanto sono lunghe le mie canzoni” dice dopo due ore “e avrei ancora sette canzoni scritte sul foglio, avrei ancora un paio di canzoni nuove che mi piacerebbe suonare o delle cover che vorrei suonare e alla fine chissenefrega, suonerò quello che mi sento, perché so che ci rivedremo ancora, è una promessa, con i Dresden Dolls”.
“Non posso fare un tour troppo lungo ora, devo approfittare della pausa scolastica di mio figlio, ma è un promessa per il futuro” dice.
Suona canzoni sue, canzoni del gruppo, canzoni di altri, suona quello che le va.
Suona “Falling Slowly” di Glen Hansard, cantata in duo con una ragazza, cantante, che fa parte dei suoi supporter, dopo averla provata per qualche minuto nel pomeriggio e ci viene l’idea, per questo report, di fare una fotografia del momento e poi la ricacciamo indietro, a quel paese il diritto di cronaca, il dovere di immortalare ogni emozione in un frammento di luce digitale.
Non la respiri quell’aria lì, in uno scatto, quella sensazione, quella luna alta in cielo, quella voce che si rompe, quelle lacrime vere e autentiche di Amanda Palmer al termine e un po’ prima e un po’ dopo.
Così come tutto il resto: è uno strano caso di talento difficile da inquadrare.
Non ha una voce potente o perfetta tecnicamente, ma ha una quantità di registri, dal sussurrato, all’urlato, al dolce allo straziante al divertito che alla fine ti dici: è performance.
Non ha forse il tocco classico al pianoforte dei grandi compositori, allo stesso tempo ha una irregolarità e una intensità difficili da replicare.
I tasti del pianoforte non vengono suonati, vengono colpiti.
I tempi non sono mai regolari, ci sono momenti veloci e pause, sussurri e salite emotive, scale che si intrecciano, sono la versione in musica di un cuore che non ha nessuna regolarità, ma che pompa comunque il sangue in circolo, sempre di quello parliamo.
Di vita, di morte.
C’è questa versione, con orchesta, di “Astronaut”, che viene suonata anche questa sera e questa versione, dicevamo, ha un passaggio nei commenti.
“Un’ora prima del concerto Amanda ha saputo della morte di uno dei suoi migliori amici. Ha continuato a suonare ed è quasi crollata a metà della canzone, poco dopo il minuto tre per poi riprendersi. È incredibile”.
Ecco, questa sera l’atmosfera è questa.
È una seduta di gruppo.
Si ride spesso, si ride, si sente il sapore amaro come dicevano i Radiohead in quella apertura di Kid A “ieri mi sono svegliato succhiando un limone”, si sta bene perché Amanda Palmer mancava in Italia da tantissimi anni, dal 2008 e ora non è più la stessa persona, ora è madre, ora è divorziata, ora vorrebbe sparire da Internet e da quell’ammasso di cose brutte che arrivano dalla rete e allo stesso tempo ne dipende, se ne nutre, la sua community, le persone che la supportano e la tengono in vita, con la bellezza dell’uomo quando si fa collettività, amore reciproco.
Che importa poi della scaletta?
Delle canzoni vecchie e nuove, di una “Coin Operated Boy” ancora più nervosamente divertita e punk (se può essere punk una canzone al pianoforte, e può esserlo si) di una “Delilah” richiesta dal pubblico (“sei la persona più triste stasera, per richiederla”, dice lei, ma ha evidentemente voglia di lanciarsi dentro a quella tristezza, è solo una copertura di ironia, un velo sopra a ciò che c’è sotto all’anima).
Che importa di una cover di Billie Eilish e di una confessione: “non sono più gelosa, oggi. Vedete, tra artisti esiste questa sorta di competizione alla popolarità, ma io ho smesso e negli ultimi due anni mi è capitato qualcosa di bellissimo. Da Doja Cat a Lady Gaga, tanti artisti hanno citato le mie canzoni e anche se per un po’ ho vissuto come se mi avessero tolto il microfono, questo è stato per me bellissimo, come se potessero vivere ancora, anche senza di me.“
Ha appena compiuto cinquant’anni, Amanda Palmer.
Dietro ci sono anni di culto, i Dresden Dolls e un lungo percorso solista, momenti entusiasmanti e momenti di crisi, di lotta, di dolore puro e autentico.
Davanti ci sono un disco di cui riappropriarsi e nuove canzoni, l’essere ora una madre e tanti legami spezzati.
In mezzo, oggi, questa sera, c’è una performer di talento assoluto che ormai ha tolto ogni velo di separazione e che alla fine si mette lì, assieme al pubblico, in un angolo del palco.
Una foto, conversazioni sussurrate alle orecchie e diverse altre lacrime e tanti abbracci.
Le persone stringono Amanda e se non lo fanno, per un certo rispetto, lei abbraccia te, ti abbraccia e ti stringe, affonda le dita nel tuo corpo e spesso ti guarda negli occhi, ne ha bisogno.
Per sopravvivere a tutto ciò che sente, che succede.
Dice che non scorderà questo posto, questa sera, questo momento.
E lo dicono tutti, ad ogni concerto, ma la sensazione è che stavolta sia più vero di altre, sia per Amanda che per il pubblico.

Setlist
Creep (Radiohead cover) (With the ukulele, out among the audience)
In My Mind
Ampersand
Astronaut (A Short History of Nearly Nothing)
Runs in the Family
Drowning in the Sound
Missed Me (The Dresden Dolls song)
The Winner Takes It All (ABBA cover)
Delilah (The Dresden Dolls song)
The Killing Type (Amanda Palmer & The Grand Theft Orchestra song)
What Was I Made For? (Billie Eilish cover)
Falling Slowly (The Swell Season cover)
Coin-Operated Boy (The Dresden Dolls song)
Encore:
Hallelujah (Leonard Cohen cover)
