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Questo è il primo articolo di una nuova rubrica, This Song, che abbiamo presentato in questo articolo. Buona fortuna allora a questo spazio dove convogliare le visioni e sensazioni che ci trasmettono le singole canzoni!
I Cranberries che ritornano (senza chiedere permesso)
Ci sono canzoni che valgono un album, e questa rubrica ne sarà testimone. In questo caso l’album in questione è stato da poco ristampato, ma non è per quello che quello specifico pezzo è tornato nei miei ascolti: semplicemente, doveva farlo. Pensavo che i Cranberries sarebbero rimasti sepolti nei miei ascolti passati, e invece da un paio di mesi a questa parte hanno rifatto capolino nel mio streaming. Prima “Bury the Hatchet” (1999), un album probabilmente sottovalutato ma secondo me piuttosto equilibrato, poi il “Wake Up and Smell the Coffee” (2001), già più commerciale ma in ogni caso godibile. È che oramai pensiamo ai Cranberries solo come una band pop ma non dobbiamo dimenticarci cosa fecero, e chi fu Dolores. Riuscirono a trasformare quel modo ruspante di essere irlandese in musica globale: tutti gli altri avevano imparato dagli inglesi, U2, An Emotional Fish e altri, poi se no c’erano i Pogues che erano dal lato opposto ultra-fieri di utilizzare il linguaggio folk irlandese puro (e punkizzato). I Cranberries erano a metà del guado: irlandesi fino al midollo e accessibili a tutto il mondo. In un articolo dedicato alla reprise di questi mesi di “Linger” grazie a TikTok e ad altre – come avrebbe detto mia madre – “diavolerie del genere”, Rob Sheffield di RS racconta un aneddoto splendido:
Ho sentito Linger per la prima volta alla radio in auto, a Pasqua del 1993. Sono rimasto scioccato nel sentire un accento irlandese così forte alla radio americana. Nessuna cantante si era mai rivolta agli americani con un accento del genere, nemmeno Bono ci era andato vicino. Che diavolo era quella roba?
“Put Me Down”: una storia semplice (solo in apparenza)
Ma la canzone di cui voglio parlarvi non “Linger”. L’album da cui è tratta invece sì: il primo, “Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? “.
È il brano che lo chiude: “Put Me Down”. Non è il testo che ha motivi d’interesse particolari: lei si lamenta perché lui la sminuisce, lei vorrebbe portarlo in una terra “dove le persone amano e sono destinate a perdonare”, ma non ce la fa, e se ne va da sola. Classica storia di incomprensione tra amanti: lei vuole cambiarlo, lui non cambia, e lei lo molla. Il testo è scarno e non particolarmente misterioso, per cui va preso per così com’è. Ma il ritornello…. beh… il ritornello!
Il ritornello: un luogo fuori dal tempo
Non c’è una parola. Solo un gorgheggio. C’è la voce di Dolores che si alza in volo, come un gabbiano, e volteggia come neanche Jonathan Livingstone, il gabbiano che voleva volare meglio di tutti. Sembra lirica e non lo è: è un mondo a parte che si schiude. C’è una strofa piuttosto minimale, con qualche colpo di cassa, le spazzole, una fisarmonichina, delle notine di chitarra elettrica, un cantato sussurato, e poi parte il ritornello.
È lì che tutto cambia: il climax cresce, quasi epico, e Dolores canta il suo dolore. Non so a voi, quando l’ascolterete, ma a me ha rapito: quel ritornello è un punto dell’universo, è un cosmo che si crea, uno squarcio intertemporale. Ecco, non sappiamo dove andremo quando moriremo, ma sarebbe bello che Dolores si sia nascosta in quel ritornello, in quello spazio oltre il tempo, all’interno di note che risuonano nell’aria, in un non-luogo che però esiste dato che lo sentiamo.
Lei è lì, e quando ascoltiamo quel ritornello non sembra di udire solo la sua voce, sembra di essere insieme a lei. In quel vocalizzo c’è un coacervo di emozioni incapsulate come la zanzara nell’ambra di “Jurassic Park”, c’è la sua anima.
O, almeno, così mi pare.
(Paolo Bardelli)

