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Un’assenza che ci aveva fatto preoccupare
Courtney Barnett era da così tanto sparita dai radar (con Things Take Time, Take Time pubblicato nel 2021) che l’ultimo lavoro mi ero addirittura dimenticato di averlo recensito. Forse perchè, con il senno di poi, quel disco non aveva lasciato tracce di sè clamorose, tolta una perla come “Write A List of Things To Look Forward To”. Nel mentre sono successe parecchie cose nella vita della cantautrice nata a Melbourne nel 1987; tra lo slot in apertura ai Rolling Stones a Hyde Park e i frequenti cambi di residenza americani c’è stata anche la chiusura della sua etichetta, la Milk!, gestita con l’ex-partner Jen Cloher e poi con Tom Larnach-Jones, motivato da grossi problemi finanziari esacerbati dalle restrizioni pandemiche.
Vederla quindi presentare da Jimmy Fallon lo scorso ottobre un nuovo brano, “Stay In Your Lane”, ci ha tranquillizzato. Poderosa e rabbiosa, la canzone acquista maggiore significato guardando il video di Alex Ross Perry, che sembra racchiudere in tre minuti gli anni difficili della Barnett e in uno sguardo universale l’odio e la precarietà che ci circonda, con un sacrificio inevitabile, l’orecchio asportato, per poter andare avanti – “Rip this thing out of my head/Clip my wings I do my best/This never would’ve happened if I/Stayed in my lane, stayed the same way/I know you’re trying to help me”.
Un gradito ritorno all’elettricità “che fu”
Come anticipato in una bella preview di fine 2025 a Uncut, registrare Creature Of Habit è stato tutt’altro che semplice – “I was moving house costantly in the process of making this album, so it was quite disrupted. But maybe that is my process – to put myself in positions where I never quite feel comfortable“; inoltre i musicisti si sono dovuti calare nella vita nel deserto, trovandosi agli studi Rancho De La Luna tra il silenzio assoluto e i pasti cucinati in autonomia. Ma è un altro il passaggio che contraddistingue l’intervista: “It’s definitely a more guitar-heavy album compared to my last […] I noticed during Covid that I lost my voice because I wasn’t performing. Not being on tour as much, I lost parts of my range. So it was interesting for me to try to find those notes again.”
La magnifica doppietta centrale “One Thing At A Time”/”Mantis” spiega perfettamente il nuovo approccio. Melodie rotonde e chitarre luccicanti, immaginando Adam Granduciel aka The War On Drugs quando non esagera nelle sue acrobazie e Neil Young se fosse meno triste. Tornare a essere la persona abitudinaria che metteva il rock’n’roll al centro: come in una “Same” in cui i Pretenders incontrano il cyber-punk, l’aggressiva “Great Advice” tra il primo Elvis Costello e i Blur, e una “Site Unseen”, featuring Waxahatchee, da sparare a tutto volume mentre ci dirigiamo verso un paradiso naturale, o perchè no – lo dicevo a Nicola Guerra – aspettando il Primavera Sound (quanto ci sarebbe stata bene, anche Courtney…).
“Reborn, every morning/Still somehow getting older/Melting, wish we’d thought to bring/Something to bottle up this moment” proclama nel country-rock di “Another Beautiful Day”, e nel lungo finale di album sentiamo sciogliersi la tensione, dopo un impetuoso asolo di chitarra, in field recordings e manipolazioni tra elettronica e ambient.
Collaborazioni eccellenti come il risultato finale
Creature Of Habit, quarto lavoro in studio di Courtney Barnett, è il traguardo di un percorso a ostacoli ma anche la chiusura di un cerchio, poichè raggiunge il livello qualitativo dell’esordio del 2015 Sometimes I Sit And Think, and Sometimes I Just Sit.
Un no-skip album che ha visto la partecipazione di Stella Mozgawa (batteria, piano, synth e omichord, lo strumento che “imita” un’orchestra) e i bassisti Zach Dawes e Bones Sloane, oltre a Flea dei Red Hot Chili Peppers ospite in “One Thing At A Time”, Floating Points in “Same” e la sopraccitata Katie Crutchfield. In veste di co-produttori le eccellenze attuali John Congleton e Marta Salogni. Più di così, cara Courtney, era difficile aspettarsi.
82/100
(Matteo Maioli)

