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Il soft-clubbing dei Ladytron
L’avete letto tutti: è nata la moda del “soft-clubbing”, una roba che si fa alla domenica mattina ballando in un locale mentre si mangiano cornetti e cappuccino. Tipicamente un’iniziativa “per vecchi”, visto che chi è giovincello vuole andare a ballare – e ci mancherebbe altro! – di notte. Chi è più avanti nell’età, invece, se la gode pensando che alla mattina è fresco e riposato, e saluta con favore il trend. Che è arrivato anche in provincia (è stato avvistato per primo a Milano), perché ho letto di locali che lo pubblicizzano sia a Modena che a Reggio Emilia.
Cosa c’entra tutto questo con i Ladytron? Beh, che il loro ottavo album in studio è stato presentato dalla band e salutato come il loro più “danzereccio” da molto tempo a questa parte, il che non è del tutto errata come valutazione ma è a mio parere esagerata. “Paradises” è sì piuttosto frizzante, ma potrebbe essere definito proprio un album da “soft-clubbing”. Del resto, ci pare, i Ladytron hanno sempre fatto un’elettronica di matrice pop e di natura psichica, quindi di non sempre utilizzabilità in pista. Forse solo i primi due “604” (2001) e “Light & Magic” (2002) avevano in sé i semi dell’electro-clash e quindi possedevano un dna ballabile in radice. Per il resto la musica della band di Liverpool è sempre stata esteticamente perfetta e melodicamente precisa, godibile a livello di ascolto casalingo più di quello (possibile) in “discoteca”.
Una febbre creativa che attraversa 16 (!) brani
Ma ci sono (tanti) altri motivi di interesse di “Paradises”: innanzitutto la sua lunghezza (73 minuti, 16 canzoni), che fa capire che il trio è in piena fase compositiva adrenalinica. Il che significa che ha trovato un suo migliore assestamento dopo la partenza del membro fondatore Reuben Wu. Wu non era già presente in Time’s Arrow del 2023 ma quell’album era stato prodotto in lockdown quindi beneficiando più dell’apporto dei singoli che del collettivo. Prolificità che non intacca l’ispirazione, visto il livello alto di qualità di ciascun brano.
Inoltre “Paradises” ha sfruttato anche bene una strategia di rilascio nel tempo di tanti singoli (uno ogni cinque settimane dalla fine di agosto) il che ha fatto approcciare al disco in maniera graduale, entrandoci dentro a poco a poco, comprendendolo bene perché ci si era dati il tempo per farlo. E, si sa, il tempo è quello che ci manca oggi. Diluire tanti singoli in più di sei mesi permette anche di mantenere alta l’attenzione sul progetto, perché è noto anche che il climax si spegne subito – oggigiorno – quando esce un lp. Se ne parla qualche giorno, poi il timing dello streaming fa sì che passi subito nel dimenticatoio, superato dall’ennesima nuova uscita. E invece abbiamo davvero atteso questo “Paradises” fin dallo scorso autunno (quantomeno noi che amiamo i Ladytron), e ora che siamo qui che ce l’abbiamo (metaforicamente) tra le mani siamo contenti.
London calling
Il disco è stato registrato a São Paulo dove vive Daniel Hunt), Liverpool, Montrose e Londra, e proprio quest’ultima è la città-chiave. Non solo perché a lei sono dedicati i due brani-chiave del disco: la metropolitana “A Death in London” (anche singolo), piazzata strategicamente a metà dell’album, e la conclusiva “For a Life in London”, dal sapore cinematico e nostalgico. Il motivo è semplice: “Paradises” parla dei tempi cittadini, di un gusto moderno necessariamente un po’ asettico (il che è insito in tutti quelli che fanno elettronica) ma con un minimo di “sapore buono”. Forse, con la loro esperienza, i tre sanno che val la pena “vivere e morire” in una città bella come Londra, ma in un modo consapevole.
75/100
(Paolo Bardelli)

