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Un pop avanguardistico che sa essere insieme minimalista e massimalista
Con Lux Rosalía prosegue il suo percorso di posizionamento in un contesto art pop colto e ambizioso che comprende nelle sue radici la musica classica, il flamenco andaluso e il reggaeton. Se con Los Ángeles ed El Mal Querer la performer catalana aveva posto il proprio zoom sulla revisione in chiave contemporanea proprio del flamenco e se con Motomami aveva flirtato con il reggaeton e, più in generale, con i caldi ritmi centroamericani e sudamericani, concedendo tanto spazio anche alla sperimentazione, ora Rosalía, senza dimenticare tutto questo, ascende verso un pop avanguardistico che sa essere nei suoi diversi momenti minimalista e massimalista, concreto e astratto, carnale e divinamente purissimo. Suddiviso in quattro “movimenti” e popolato da ben tredici lingue diverse, Lux attraversa la maggior parte delle emozioni umane cantandole e immergendole in un contesto sacro e sofferente, prendendo in lunghi tratti ispirazione dalle vite di alcuni Santi, in particolare dalle loro sofferenze e dalla loro indissolubile fede. Proprio in questa dimensione le loro azioni possono diventare dolcemente umane e le vicende terrene, con le loro intricate manifestazioni, possono elevarsi al cielo.
La scelta delle lingue utilizzate è il primo momento funzionale allo storytelling di Lux. Il catalano s’interseca all’inglese in “Divinize”: il regionale si fonde con l’internazionale in un brano in cui l’autrice sembra farsi essa stessa contenitore e specchio del divino, accettando di divorare tutto il suo orgoglio poiché sa di essere nata per divinizzare. In “De Madrugá”, ispirata a Santa Olga da Kiev, le cui sonorità rimandano a El Mal Querer – il brano, infatti, venne originariamente composto in quel periodo -, Rosalía canta alcuni versi in ucraino, nei quali la Santa dice di non cercare vendetta ma di essere inseguita da essa. «To’s los luceros del cielo se reflejan en mi pelo», prosegue in spagnolo, ribadendo la continua relazione tra l’elemento fisico e corporale e quello divino e intangibile.
L’arabo si avviluppa nel ritmo corale e aulico di “La Yugular”, che prende spunto da un passo del Corano in cui Allah viene descritto come più vicino a noi della nostra vena giugulare: il brano prende quasi da subito una piega filosofica estremamente profonda e intrigante, che culmina con la lunga strofa conclusiva in cui Rosalía prova a includere tutto ciò che esiste cercando in qualche modo di far precipitare ogni cosa nell’altra, come in un lungo flusso interconnesso cui non ci si può sottrarre: «yo quepo en un haiku / y un haiku ocupa un país», canta, «la Quinta Avenida cabe en un piercing / un piercing ocupa una pirámide», mentre l’atmosfera intorno si fa sempre più aulica a elevare ancor di più questo gruppo di versi, che la cantante ha dichiarato essere ispirati alla poesia del mistico sufi Rabia al Adawiyya. Il pezzo si conclude con uno spezzone di un’intervista di Patti Smith del 1976 nel quale la cantautrice, commentando un brano dei Doors, riflette sull’ascensione ai cieli di Maometto.
La musica, poi, è ovviamente il centro di tutto, appesa a un filo sottile che Rosalía riesce a costruire mescolando generi e ritmi così lontani tra loro e sapendo lavorarli e adattarli in modo straordinario. Elementi in parte reggaeton sono introdotti con astuzia nel dipanarsi della ballata sperimentale “Porcelana”, che nel suo chorus sbilenco e frammentario vede la collaborazione di Dougie F.: «dentro de mi corazón y mi cerebro / como un cubata cae mi garganta y se vierte en mi pelo hasta el suelo», canta Rosalía in un brano che, mentre racconta del tormento che porta la fama, passa dal rap al trip hop fino a incollare a sé ritmi latino-americani. In “Berghain”, ispirata alle vicende di Ildegarda di Bingen, cori sontuosi dall’aspetto oscuro e gotico sembrano quasi dare la caccia alla voce di Rosalía, che, dopo una climax straordinaria di archi incalzanti e pressanti, prende la scena e ci traghetta, infine, verso le parti di Björk e di Yves Tumor: è uno degli episodi più misteriosi e coraggiosi dell’intero disco, l’ennesimo diamante incastonato in una sequela di pezzi straordinari. In “Dios Es un Stalker” questo senso di claustrofobia è prodotto sia dal ritmo asfissiante e propulsivo del brano, in questo caso vicino al mondo sudamericano, sia da un testo pieno di riferimenti a ossessioni, labirinti e ombre.
A risplendere più di ogni altra cosa è la voce di Rosalía, sempre elegante e sinuosa, che sa essere potente e vigorosa o delicata e inquieta a seconda della situazione. L’episodio in cui emerge maggiormente è “Mio Cristo Piange Diamanti”, la cui melodia sembra provenire direttamente da un’opera lirica dal fil rouge amoroso: cantata interamente in italiano, è ispirata all’amicizia tra San Francesco e Santa Chiara. In questa catena di amorosi sensi e di bisogni condivisi «nessuno dei due può sfuggire di l’altro», canta Rosalía, poiché «c’è sempre qualcosa di te che ancora non so / come il lato nascosto della luna / una volta svelato so che non lo dimenticherò». È un compianto sincero e spiazzante che, quando giunge al suo apice, diventa luce, calore e pienezza. “Focu ‘Ranni”, che fa riferimento a Santa Rosalia, patrona di Palermo, e nella quale il fuoco è un simbolo di purificazione e di rinascita, racconta dell’esplosione dell’amore, cui non si può e non si deve porre un argine, ed è quasi interamente in spagnolo a eccezione dell’ultima strofa che è, invece, in siciliano. In “Reliquia”, ispirata a Santa Rosa da Lima, ci viene proposta una geografia sensoriale e religiosa che oltrepassa il tradizionale martirio: la fama vista come una sorta di forma di sacrifico convince la narratrice a offrire il suo corpo al mondo come una reliquia.
Non diversamente in “Divinize”, in cui offre il suo corpo come recipiente divino, Rosalía descrive la propria colonna vertebrale come un rosario, riaffermando il legame corporeo e indissolubile che percepisce con la sfera religiosa. La poetica “Sauvignon Blanc”, uno dei momenti più struggenti e profondi del disco, ispirata a Santa Teresa da Ávila, è un’agiografia al femminile calata nel mondo contemporaneo, un inno all’ascolto e alla comprensione dell’altro, poiché darsi a chi si ama per raggiungere una specie di pace interiore spesso implica molte rinunce: «a mi Dios escucharé / mis Jimmy Choo yo las tiraré», canta Rosalía, pronta a privarsi di molti beni di lusso per potersi poi sentire piena dentro e fuori; «mi porcelana la dejaré caer / y regalaré mi piano de pared», prosegue, riuscendo a far coincidere un lamento amoroso con un voto di fedeltà assoluta a Dio e ai suoi precetti.
Un puzzle raffinato tra classicità e avanguardia
In “Novia Robot” il mondo contemporaneo diventa nuovamente uno spunto di riflessione sul rapporto tra la tecnologia e l’uomo, ma in una chiave decisamente differente e capovolta: qui, infatti, una donna virtuale si fa bella solo per il suo Dio, che è l’essere umano che l’ha creata “a tavolino”. «Nunca pa’ ti ni para nadie / solo guapa pa’ mi Dios», canta con tono ironico e sagace, mettendo al centro del discorso un argomento che tocca quasi la bioetica, dove non a caso viene citato il Potaxie, un tipo di umorismo assurdo nato all’interno dell’universo di TikTok che mescola parole inventate e reali in un contesto parodico e dissacrante.
Uno dei brani più intensi del disco è “La Perla”, un gioiello assoluto in cui l’altro inteso come ex amato infedele e discontinuo viene processato in pubblica piazza per tutte le sue mancanze e per tutte le sue bugie. Si tratta di un piccolo capolavoro sia per il ritmo incalzante che lo caratterizza sia per la sua raffinata versificazione: lui è un «terrorista emocional», un «tremendo disastre», una «red flag andante» che «siempre se autoinvita» e che «si puede vive en casa ajena». Una collezione di elementi negativi, descritti con tono ironico ma al tempo stesso profondamente accusatorio, costruiscono l’impalcatura del brano dall’inizio alla fine, e la voce di Rosalía dà vita al tutto con un tono di voce che risulta sia beffardo sia spietato. Una forte negazione con uno scopo totalmente differente caratterizza l’incipit della breve ma toccante “Mundo Nuevo”, in cui Rosalía prega la «Madre de mi corazón»: «yo quisiera renegar / de este mundo por entero», canta con un tono di voce cupo ma risoluto, sperando, aggiunge, di poter trovare la verità in un mondo nuovo. Il brano contiene riferimenti a un genere di flamenco, la petenera, che già erano emersi in “Reniego”, contenuta in El Mal Querer, di cui questo episodio prende in prestito parzialmente anche l’arrangiamento.
“Jeanne”, contenente alcune strofe in francese, ripercorre la storia di Giovanna d’Arco, tentando di squarciare la dimensione più intima e personale delle battaglie interiori dell’eroina francese con una sensibilità e un’originalità notevolissime. «Mon père / Je ne serai ni un homme», canta, «non plus une femme / c’est mon cœur qui me nomme», descrivendo una tribolazione intrinseca e irrisolvibile, profondamente attuale e rilevante. La melanconica e struggente “Memória”, che vede la partecipazione di Carminho, ha diverse strofe scritte in portoghese e una natura quasi onirica che, insieme all’arrangiamento e alla melodia, crea un’eco di lontananza e di bisogno che pare costruire una sorta di aggiornamento emozionale del genere del fado. Anche questo, all’interno di un puzzle raffinato e intellettuale in cui ogni riferimento a qualsiasi genere musicale è declinato in forme innovative e ambiziose, è un tassello estremamente significativo nell’economia dell’album: «será que tu me conheces / que o tempo passa e não esqueces / quem eu fui e sou enfim?», si domanda Rosalía in un pezzo che cerca di prendersi cura di quello che resta di un istante prezioso, di una relazione o di un’esistenza intera.
Nella seconda metà dell’opera uno dei brani più travolgenti e al tempo stesso densi dal punto di vista del contenuto è “La Rumba del Perdón”, in cui compaiono due punte di diamante del flamenco contemporaneo come Estrella Morente e Silvia Pérez Cruz. In esso Rosalía afferma che il perdono è un atto a tutti gli effetti divino, una decisione coraggiosa e per certi versi trionfale che ridà vigore e giustizia alla vittima ben più che al carnefice: «toíto te lo perdono», cantano tutte e tre in coro con tono celebrativo e convinto. Ciò funziona anche nei momenti più drammatici e devastanti, «cuando el poder pesa más que el amor / cuando el miedo está en ti y el deseo a tu alrededor», ma dev’essere sempre una decisione presa da chi è stato offeso, naturale e gratuita e mai imposta o proposta.
La costruzione dell’ultimo movimento di Lux è estremamente raffinato ed esplicativo anche alla luce di tutto il percorso tematico e musicale del disco. Dopo il tema del perdono entra in scena il ricordo, con la già citata “Memória”, penultimo episodio dell’album, dove Rosalía si augura di poter continuare a ricordare ciò che a tanti capita di dimenticare: «cuando muera solo pido / no olvidar lo que he vivido», canta insieme a Carminho, con un tono struggente e pervicace. Questo brano non può che dialogare con quello che lo segue, “Magnolias”, l’ultimo capitolo del disco, che riflette sul passare del tempo e sulla caducità delle nostre vite. In questa composizione, ispirata alla mistica hindu Anandamayi Ma, Rosalía riflette ancora una volta sull’essenza fallace degli esseri umani, che, però, può essere anche l’unica, vera libertà che essi possiedono. La morte diviene quindi una celebrazione gioiosa e spontanea della vita: Rosalía chiede che le vengano lanciati fiori di magnolia e vorrebbe che nel corteo funebre tutti si prendessero gioco della sorte con spensieratezza, «bailando con amor encima de mi cadáver», per poi lanciare «azúcar moreno sobre mi ataúd».
È un finale contemplativo e conciliante, che fa i conti con gli errori nostri e altrui, che prova a “mettere le cose a posto” in un’ottica di eternità senza rifuggire le contingenze terrene, descritte, anzi, con un tono per niente drammatico e con rinnovata concretezza, dalla bara ai fiori di magnolia, dal vino tinto allo zucchero di canna, dove ogni ritualità e ogni gesto anche più piccolo assumono un significato gigantesco. Allo stesso modo Lux, per certi versi, sfida le opinioni che abbiamo su ciò che è spirituale e su ciò che è secolare, ridisegnando per noi tutti, con una lucidità ficcante, una nuova mappa del corpo e della mente.
84/100


