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King Hannah, 15 luglio, Monk, Roma
Con due album all’attivo, “I’m Not Sorry, I was Just Being Me” e “Big Swimmer“, i King Hannah si stanno facendo il loro spazio all’interno della scena alternativa musicale europea, mantenendo uno sguardo costante verso l’America. Infatti, pur venendo da Liverpool, i King Hannah portano con sé un’impronta americana che permea il loro sound: se da un lato si percepiscono i richiami alla connazionale PJ Harvey, forse anche grazie ai lavori con lo stesso produttore Ali Chant, dall’altro è l’eco di band come Mazzy Star a farsi sentire, a conferma di un’identità che prende ancora più forma quando si esibiscono dal vivo.
Passeggiando verso il live
Ma facciamo un passo indietro. Il duo, formato da Hannah Merrick e Craig Whittle, è arrivato a Roma il giorno prima, giusto in tempo per andare a vedere Bill Callahan al Teatro di Ostia Antica. Durante la giornata si sono dedicati ad alcune attrazioni turistiche romane: visita al Colosseo, Fontana di Trevi, Piazza di Spagna, con immancabili pizza e gelato. Ad ogni modo, la sera sul palco fanno sul serio. Alle 22 in punto, i King Hannah salgono sul palco in formazione allargata: quattro elementi, con Dylan Gorman al basso e Jake Lipiec alla batteria. Subito impongono un tono intimo e cinematografico. Lei indossa un vestito rosso, come nel video di “Big Swimmer”, e aprono con “Somewhere Near El Paso”. Il brano è denso, a tratti in spoken word e si appoggia lentamente su una base slowcore ipnotica della durata di otto minuti.
Tra feedback e carezze
Il secondo pezzo, “Milk Boy (I Love You)”, è stato un avvertimento per i non amanti delle chitarre: distorsioni e feedback continui che si scagliano addosso. Poi il set si fa più morbido con “Go-Kart Kid (Hell No!)”, in cui entrano il piano e il coro di Whittle a intrecciarsi con la voce di Merrick. Alcuni brani sembrano dialoghi tra la voce di lei e la chitarra di lui, culminati in ballate come “Suddenly, Your Hand”.
A un certo punto Merrick rompe la quarta parete: “Is anyone having fun?”, fa un cuore con le mani, e parte uno dei loro brani più energici, “New York, Let’s Do Nothing”, accompagnato dal canto del pubblico. Le luci, tenui e tendenti al rosso, in linea con il vestito di lei, rendono tutto ancora più intimo fino all’encore, che si apre con “Big Swimmer”. Hannah e Whittle iniziano da soli, poi vengono raggiunti da basso e batteria, costruendo un crescendo che sfocia in un brano inedito. Infine, il set si chiude con una cover della cantautrice americana Gillian Welch, “Look at Miss Ohio”, eseguita di nuovo in duo, per un lento decrescendo che accompagna la fine della performance.
La magia di Hannah e Craig
Come ci si poteva aspettare, sul palco sono loro due i protagonisti assoluti, sostenuti da basso e batteria che accompagnano con delicatezza senza mai prendere il sopravvento. La voce di Hannah Merrick, lieve, toccante e a volte fragile, si intreccia con le magie sonore che Craig Whittle crea fin dalle prime note, grazie alla sua pedaliera. È un shoegaze misurato, raffinato, che riflette l’essenza dei loro album migliori.



