GRACE JONES, Hurricane (Wall Of Sound / Self, 2008)

“Hurricane” è qualcosa più di un semplice ritorno. Dopo un’attesa lunga quasi vent’anni – sì ché “Bulletproof” è datato nientemeno che 1989 – la Terra torna a tremare e ci troviamo a registrare un sesto grado della scala pentatonica, uno di quei rarissimi fenomeni naturali che non sono affatto temuti ma che, al contrario, sono invocati ed attesi come manna dal cielo. Uno di quegli eventi istantanei e imprevedibili che possono essere sì devastanti ma – vivaddio – solo da un punto di vista squisitamente musicale, senza sfollati né inondazioni né altro. Lo stato d’allerta era stato decretato tempo fa in vista dell’anteprima alla Royal Festival Hall assieme ai Massive Attack, le prime scosse avvertite dunque già in estate con epicentro Londra. Avvisaglie di un disco che, pieno zeppo di ospiti e collaboratori eccellenti (da Tricky a Tony Allen, da Sly and Robbie a Brian Eno) esce ora per la Wall of Sound, intrigante e insidioso come il mito che va a rappresentare.

“This is my voice, my weapon of choice” è il messaggio che battezza il nuovo lavoro, la perentoria dichiarazione a introdurre il percussivo funk industriale di “This Is Life” dove Grace è già “lost in the wood” ma con gli artigli ben affilati e pronti all’uso. E’ un’istintività felina che pare funzionare sin da subito e che entra in gioco nella felice alternanza di episodi più aggressivi e di momenti in cui i ruggiti sembrano piuttosto tradursi in voluttuose effusioni. Nelle profondità di “William’s Blood” troviamo un numero di alta classe pop che a un certo punto va in gospel sintetico innalzandosi in volo su quei “let me go” lanciati in un crescendo liberatorio; la stessa “I’m Crying (Mother’s Tears)” fa scendere lacrime e ricordi in un vorticoso rincorrersi di voci in bassa battuta, col timbro inconfondibile della Signora Mendoza a guidare le danze in modo magistrale.

C’è ovviamente spazio per la sua Giamaica nel pop reggae molto catchy di “Well Well Well” e in “Sunset Sunrise” così come nei passi dubbati della pastosa “Love You To Life” capitoli, questi, nei quali i flessuosi groove della sezione ritmica vanno a bilanciare perfettamente le subdole spigolosità delle liriche jonesiane. Graffiano eccome le distorsioni diaboliche del singolo “Cannibal Corporate”, ipnotica e sinistra nei suoi versi assassini indirizzati alle corporazioni musicali (“Please to meet you/ please to have you on my plate/ your meat is sweat to me […] I’m the man-eating machine”), è una forza della natura ai limiti dell’onnipotenza quella che arriva da lontano “soft as a breeze” per poi spazzare via tutto quello che incontra nel suo cammino (“See me here I come/ I’ll be a hurricane/ ripping off trees”).

La pantera nera dunque è tornata minacciosa fra noi, magnetica e luciferina come quella intenta a rimestare il torbido pentolone della conclusiva “Devil in my Life” dove, insieme alla sua voce profonda, tra i fumi vediamo ribollire un piano-thrilling archi elettronica e ali di pipistrello.

E’ tornata per stregarci ancora, l’enigmatica Grace. Per farci bere il suo veleno, per ammaliarci coi suoi rituali, per assoggettarci nuovamente al suo culto con un disco assolutamente contemporaneo, rifuggente qualsiasi ipotetica accusa di revivalismo o autoreferenzialità che sia. Lei che nelle sue cento vite è stata anche icona warholiana, androgina diva pop, madrina della disco music, attrice e modella. Non più giovanissima ma ancora in splendida forma.

Bella e abbronzata, come direbbe qualche buontempone dalla battuta facile.

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