WILDBIRDS & PEACEDRUMS, Heartcore (The Leaf Label / Goodfellas, 2008)

Una cetra, una batteria, e una voce di una spiritualità solenne. Ricordate la prima volta che avete ascoltato “Jackie”, la canzone che apriva “The lion and the cobra” il debutto di Sinèad O’Connor? Ecco: l’incanto è lo stesso, qui, non appena Mariam Wallentin scandisce le prime parole di questo “Heartcore”. C’è un fascino inspiegabile, nella musica dei Wildbirds & Peacedrums, qualcosa che non si può spiegare senza ricorrere a orribili terminologie new-age: il loro suono appare più “naturale” del solito, ha una componente magica, rituale, legata alla terra, che appare evidente già al primo ascolto.

Limitarsi quasi esclusivamente alla voce e alla batteria è allora la scelta più logica, per il duo svedese, capace di saltare da un genere all’altro come se fosse la cosa più naturale del mondo: “The way things go”, ad esempio, é un perfetto shuffle al quale la batteria aggiunge forti sapori tribali, gli stessi che esplodono letteralmente nel free-jazz della straordinaria “Bird”.

Sono musicisti “liberati”: Wildbirds. Tecnicamente formidabili, ma capaci di dimenticare ogni schema e di far sembrare naturale ogni virtuosismo: si passa dalla commovente “I can’t tell in his eyes” (folk-soul dove una chitarra brilla lontana come un chiaro di luna) a “Doubt/hope”, il brano più immediato del disco nonostante i pazzeschi controtempi di voce e batteria; dallo swing primordiale di “The ones that should save me get me down” a un brano come “A story from a chair”, carico della stessa spiritualità misteriosa de Le Mysterés de Voix Bulgares. Perfino il songwriting più classico, quello di “The battle in water”, viene reso sorprendente dall’ingresso della voce maschile, che trasforma il brano da una ballata pianistica a una vera e propria narrazione a due.

Mariam e Andreas sussurrano all’orecchio (“Nakina”), anche se un minuto prima costruivano un minaccioso mostro percussivo (“The window”): partendo dal nulla, sanno creare un mondo ed il suo opposto. E la bellezza di “Heartcore” continua a sorprendere ogni volta che vi si avvicina, come un mistero che, in fondo, non ti importa di decifrare.

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