HUMAN BELL, Human Bell (Thrill Jokey, 2008)

Volete una definizione di genere semioriginale per questo disco che non sia lo “sperimentale/blues/altro” che si legge sul Myspace di questo duo di Baltimora? “Post-rock del cactus”. Irrispettoso? Non del tutto: sottolinea il lato desertico che aleggia tra gli arpeggi di chitarra di Dave Heumann e Nathan Bell, che si rispondono in modo friendly come due amici davanti ad una pinta in un pub, ma legittima anche il sospetto che questo cd sia utile, appunto, come un cactus in un deserto. Sì, che non riesca a dissetare.

E dato che esiste anche un cactus che si chiama peyote e che conoscete benissimo, la nostra definizione ci dà lo spunto per rimarcare anche il lato lisergico di questi sette brani strumentali che sono e rimangono dei più che sufficienti esperimenti sonori su un accordo, variazioni sul tema “pomeriggio scazzo a suonare in sala prove”, con un discreto fascino ma con una piomba totale che arriva già al terzo pezzo.

Il problema principale è che le canzoni non “partono” (per precisa scelta stilistica) e dunque rimangono lì a metà del guado, perennemente sulla sottile linea dell’atmosfera ricreata che può scemare da un momento all’altro se un qualsiasi pensiero intelligente chiama a raccolta l’ascoltatore. E ciò lo si pensa ancora di più perché ad esempio l’esplosione a metà brano di “Hanging From The Rafters” garba. Però quella partenza arriva al quinto minuto su un pezzo da dieci. Tempi sinceramente troppo dilatati per le (poche) idee che ci sono dentro.

In ogni caso gli Human Bell sono probabilmente solo un divertissement dei due (Heumann è il leader del Arboretum e Bell è stato un membro del Lungfish dal 1996 al 2003) e ci sta tutto. Considerato anche che questo album omonimo si gratifica anche con delle signore collaborazioni: Matt Riley (The Moss Collector), Michael Turner (Warmer Milks, Speed to Roam), Peter Townshend (Speed to Roam, Bonnie “Prince” Billy) e Ryan Rapsys (Euphone, Ambulette), oltre alla produzione di Paul Oldham e Antony West, e il missaggio di John McEntire dei Tortoise.

In definitiva: non lo ascolteremo di certo per tirarci su di morale o per sognare rapiti ad occhi aperti, ma potrà fare da colonna sonora per delle serate di placida lettura. Di qualche libro del cactus.

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