PINK FLOYD, Obscured By Clouds (Music From The Film “La Vallèe”) (EMI, 1972)

Nel 1972 ai Pink Floyd viene commissionata la colonna sonora del film di Barbet Schroeder “La Vallée”, analogamente a quanto era accaduto tre anni prima con “More”.

Facciamo un po’ di storia: l’anno precedente era uscito il potente ed immaginifico “Meddle”, mentre l’anno successivo sarebbe stato dato alle stampe il celeberrimo concept album dalla geometria frattale, “The Dark Side Of The Moon”, decretando la definitiva e duratura consacrazione del gruppo su scala mondiale (bei tempi quelli di un grande disco all’anno!). Ed è anche il periodo dell’eccezionale video live registrato a Pompei, una fase quindi intensa e di forte crescita.

In questo contesto “Obscured By Clouds” si pone come album di passaggio, una sorta di parentesi in cui i Floyd hanno dimostrato con umiltà di essere capaci di produrre anche semplici canzoni; difatti non avevano (ed avrebbero) mai affrontato così ‘di petto’ la forma canzone come qui. Temporaneamente l’impermeabile cupo della psichedelia sulfurea viene quindi riposto nell’armadio, ed i quattro si limitano a suonare, con semplicità e senza particolari trucchi, un pugno di canzoni che spaziano tra rock, pop, placidi lenti, e qualche brano più atmosferico, comunque senza mai ostentare velleità particolarmente psichedeliche. Il disco viene registrato in pochissimo tempo, e manca quindi della precisione scientifica e Parsoniana di “Dark Side” e di altri lavori, ma possiede una freschezza molto particolare. I Pink Floyd si riscoprono quindi cantautori, molto inglesi, un po’ alla Beatles, vagamente bucolici ed agresti da ‘ritorno alle cose semplici’, intenti a suonare le note per quello che sono, senza cercare di scavare profondi sotterranei tematici.

Il disco non regge il confronto con gli altri giganti di successo e vendite prodotti dai Floyd, ed in qualche punto ci si lascia anche un po’ troppo andare ad eccessive mielosità pop. Ma se preso per quello che è, “Obscured” rivela alcune interessanti gemme come la ballata acustica “Wots… Uh The Deal”, o “Free Four” (in cui fa capolino il tema Watersiano della morte del padre), o ancora la languida “Burning Bridges”, e il rockettone Gilmouriano “Childhood’s end”. In generale si tratta di un lavoro gradevole, anche se non particolarmente significativo.

Comunque, per i Floydiani più sfegatati, questo disco rappresenta una preziosa occasione per tastare da vicino le personalità musicali dei quattro, una sorta di ‘snapshot’ della loro vita (musicale) quotidiana nel loro periodo d’oro, ma lontano da luci mirabolanti e tremebondi effetti speciali.

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