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Willy DeVille, Concerto a Correggio (Festa dell’Unità) (11 luglio 2000)
Willy DeVille a Correggio. Ovvero quando ci si mette la sfiga.
La serata era buona. Per lo meno così pareva a me, insolitamente di buonumore. E forse è proprio per questo che non mi sono accorto di ciò che incombeva all’orizzonte, neanche tanto lontano. Era martedì 11 luglio, le 21.30 ormai erano passate da un po’ e la Festa de l’Unità di Correggio si apprestava ad offrire al suo pubblico l’ennesimo concerto di un artista di fama mondiale. Eravamo lì, infatti, ad aspettare che quella sagoma di DeVille salisse su quel semplice, spartano palco di provincia che era già stato calcato da stelle del Rock come Iggy Pop, Lou Reed, Jeff Buckley, Patti Smith… solo per ricordare i più rilevanti. Dunque Correggio stava per perpetuare la sua reputazione di baluardo della buona musica. Il pubblico c’era (suppergiù un 400 persone) e motivato; luci, strumenti e mixer erano pronti. Mancava ormai solo lui. O meglio: loro, dato che si trattava di una strepitosa band munita di tastiere, fiati, violino, fisarmonica e non solo.
L’entrata
Quando finalmente Willy arriva sul palco sta soffiando un vento dispettoso che si mette a giocare con i capelli ribelli del pirata metropolitano, ad agitargli quel largo tabarro rosso che si è disinvoltamente gettato sulle spalle e a ravvivare la brace della paglia appoggiata alle labbra. Chissà perché questa volta i modi di fare da bullo dannato e leggermente malinconico non mi sanno di artefatto. Per quanto De Ville mi ricordi a tratti alcuni cliché romantici, riesce a convincermi che sia un personaggio genuino, duro e tosto nella vita, oltre che sul palco. Quando attacca con la sua voce un poco ruvida, convinta, ben impostata, si completa quell’atmosfera creata dalla posa dei componenti del gruppo, seduti su sgabelli da jam session o da prova di registrazione, quasi a voler dire “adesso ce ne stiamo qui belli comodi, tra amici, a goderci delle calde note come fossero l’aroma di una buona pipa”. Insomma, un’atmosfera intima e comunicativa con il ristretto pubblico di aficionados. E’ a questo punto che mi sento soddisfatto per esserci venuto da solo a ‘sto concerto: niente chiacchiere coi soliti amici o attenzioni per le immancabili noie della fidanzatina. E’ da soli che si recepisce davvero l’odore dell’evento, la magia dello spettacolo.
Il timbro del contrabbasso acustico, i coretti intonati dalla band al completo conferiscono qualcosa di prestigioso al sound che ci investe dal palco. Willly sceglie di partire in sordina: il primo è un brano lento, ipnotico, progressivamente incalzante, seguito da un pezzo più carico, disinvolto, scanzonato.
E fu il nubifragio
Alla terza perla della scaletta, una ballata trasognata e romantica, comincia a piovere maledettamente forte. La musica però prosegue. Ricompare il tabarro rosso, amorevolmente avvolto da una corista attorno alle spalle di quel mascalzone di Willy, che tiene duro ancora qualche istante. Ma quel vento birichino che prima gli scompigliava i lunghissimi capelli selvaggi ora è divenuto una bora figlia di puttana che spazza implacabilmente tutta la pioggia sul palco, gli strumenti e i musicisti. Bisogna inesorabilmente interrompere, nonostante gli “stop!” ripetutamente urlati verso il cielo da quella canaglia visibilmente contrariata. I musicisti si rifugiano, il pubblico scappa a trovare riparo e dopo pochi minuti viene giù il pandemonio: acqua a secchiate e addirittura grandine, di quella cattiva.
L’incontro e il racconto
Io finisco sotto la tettoia di uno stand di automobili e appena prima che mi monti su l’incazzatura faccio la casuale e gustosa conoscenza di Giordano e Oliviero, due eroici piacentini accorsi al concerto sorbendosi poco meno di un centinaio di chilometri. Ci dirigiamo insieme al bar e mentre Giordano mi offre qualcosa di caldo (doveva essere un cappuccino, ma la barista mi porta qualcosa di molto simile al caffelatte, che comunque va benissimo per combattere la sensazione dell’aria fredda di quella notte), Oliviero, forse stuzzicato dall’inizio del concerto, comincia a farmi partecipe della sua incredibile passione per Willy DeVille. E’ così che mi racconta dell’inizio della carriera del nostro, di quando ancora il gruppo si chiamava Mink DeVille ( mi spiega che “mink”= visone + “De Ville”= famosa corvette di lusso di un tempo , era un nome che doveva evocare un’idea di prestigio ed opulenta sciccheria), di quella formazione che comprendeva il mitico chitarrista Louie X. Erlanger , che esordì nel 1976 con un leggendario live al CBGBs, mitico locale della New York punk e proseguì sfornando i primi tre album DeVille: “Cabretta” nel 1977, “Return to Magenta ” nel 1978, “Le chat bleu” (il gatto blu che Willy ha tatuato sul braccio) nel 1980. Dopo di ché cambia il gruppo, la formazione e anche il sound: più sax e meno nacchere, insomma; nell’ 81 e nell’ 83 escono altri discreti lavori, ma nel 1985 “Sportin’ lfe” è un fiasco, uno spartiacque nell’avventura di Willy, che dichiara di avere perso la scintilla, di essere andato fuori strada. Seguirà una parentesi alcolistica di perdizione e smarrimento. Ma poi, come in un romanzo, succede “il miracolo”. Chissà come e chissà perché la moglie di Willy e quella di Mark Knopfler sono divenute amiche (Oliviero ironizza su quale mai potesse essere il minimo comune denominatore tra due milieu sociali così lontani…) e com’è, come non è, il migliore album di Willy DeVille (ormai senza la sua band dei Mink) viene prodotto dal leader dei Dire Straits. “Miracle” del 1987 non ha un gran successo sul piano delle vendite, ma la qualità è eccelsa ed è chiaro che segna l’inizio della ripresa di Willie Borsos ( questo il vero nome del newyorker mezzo portoricano), che non cesserà di partorire un’altra serie di classici album davvero da collezione, il cui ultimo gioiello, del 1999, “Horse of a different color” è all’unanimità nato proprio bene, come conferma anche lo scintillare degli occhi di Oliviero quando me ne parla. Il nuovo amico di Piacenza mi fa anche capire che c’è un forte legame ideale tra la sua città e Willy DeVille perché piacentino è pure quel Blue Bottazzi che già dal 1984 ne scrisse gli articoli migliori. “Blue Bottazzi ?” faccio io, e tiro fuori dalla tasca le pagine tirate giù al volo dal web per leggermi qualcosa su Willy nell’attesa del concerto. Guardo la firma in fondo alla pagina: Blue Bottazzi, critico musicale dalla vita un poco incasinata, un personaggio che scrive di personaggi e che ha una sua fanzine di musica rock in rete: “Texas Tears On Line” a cui vi rimando per approfondire commenti e notizie sulla discografia DeVille.
L’annuncio
Mentre siam lì che si chiacchiera di tutte ‘ste cose curiose, ad un certo punto ci zittisce l’altoparlante della Festa: “…che il concerto verrà QUASI sicuramente recuperato Domenica 23 luglio (il recupero del concerto è stato poi cancellato, NdK) …”dice, lasciandomi basito… e io che fino a quel punto avevo sperato che si trattasse di una interruzione solo momentanea della performance! Niente da fare: si è allagato il palco. Potete immaginare il disappunto di chi veniva addirittura da Piacenza… Questa volta Correggio, “urlando contro il cielo”, non è riuscita a rimandare a casa felice qualche buon centinaio di fedeli rockers. Questa volta il marrano di periferia americana non ha potuto sfogare il suo mare di note, umori e atmosfere suggestive nella parte più piatta e verace della nostra provincia. Confidando di aver esaurito la dose mensile di sfiga non ci resta che attendere il 23 con un poco di scetticismo scaramantico. Odio pensare in termini di sciocca superstizione, ma quando 10 minuti di acquazzone mandano a puttane un concerto del genere è difficile che non ti scappi di farlo.
Saluti fradici di amarezza alla gente di Kalporz che danza ancora sulle sue asciutte piazze.

