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Belle and Sebastian @ Sequoie Music Park, Caserme Rosse, Bologna, 13/07/2026
A salvarci la pelle e a darci un po’ di conforto in questo mondo di pazzi e in questo periodo di drammi sono ancora i Belle and Sebastian, una delle band più raffinate ed eleganti del panorama pop-folk degli ultimi trent’anni abbondanti, un gruppo che sa farti ballare, sperare e sorridere anche quando sei conscio del fatto che qualcosa dentro di te o intorno a te non funziona. E questo è sempre stato il loro più grande merito: sorridere con intelligenza e con vitalità di fronte agli amori che iniziano, a quelli che sfumano, ai dolori che arriveranno, a quelli che finalmente e lentamente scompaiono, a quel grande mistero che è la vita, nelle sue gioie e nelle sue infelicità, che va presa sul serio ma non troppo.
Quest’anno, a trent’anni di distanza dal loro capolavoro If You’re Feeling Sinister, secondo disco della loro carriera, la band ha deciso di riportare sul palco per intero quell’album eseguendolo dal primo all’ultimo pezzo – rigorosamente in ordine – nella prima parte del set, mentre la seconda parte dello show contiene, invece, brani tratti dall’ampio e variegato repertorio del gruppo. È una scelta celebrativa ma anche ribelle, perché in questi tempi così cupi e amari l’indie pop pacato, riflessivo e gentile di quel disco è qualcosa di fuori dal tempo e insieme di strettamente contemporaneo. Sì, è un’operazione di per sé un po’ nostalgica, ma anche contestuale al periodo storico in cui viviamo: dobbiamo aggrapparci alle poche solide certezze che conosciamo per navigare in questo inferno che avanza, una certezza sia per loro, che lo hanno scritto e inciso, sia per noi, che lo amiamo. If You’re Feeling Sinister – insieme a Tigermilk, il loro debutto, uscito nel medesimo anno – è il picco assoluto di un gruppo che non ha comunque mai smesso di mettersi in discussione, di progredire e di divertirsi, come dimostra la seconda parte del live, che pesca a piene mani da altri dischi del gruppo scozzese mettendone in luce l’originalità e il loro amore per la musica.
Nella bella cornice del Sequoie Music Park delle Caserme Rosse di Bologna – la cui organizzazione, tra gli stand e gli eventi, è sempre efficiente – i Belle and Sebastian salgono sul palco alle 22 circa, in una serata fortunatamente un po’ ventilata, che permette di godere ancor meglio della performance del gruppo. Certo, qualcosa è cambiato nella band rispetto alla line-up che incise Sinister, dove erano presenti anche Stuart David, storico bassista membro fondatore che è ormai fuori dal gruppo da venticinque anni, e Isobel Campbell, violoncellista e percussionista anche lei fuori da più di vent’anni, ma gli altri ci sono tutti. Stuart Murdoch è ancora quel dandy elegantissimo, lontano da qualsiasi moda o etichetta, che era trent’anni fa, e la sua voce non è cambiata per nulla. Suona quasi per tutto il live la chitarra, e in una manciata di brani si siede al piano elettrico, suona le percussioni o è soltanto alla voce; è splendidamente magnetico e vive sulla sua pelle il disco inciso trent’anni fa come se fosse stato appena composto.
Il gruppo è di nove elementi: accanto a Murdoch, della line-up originale di Sinister, ci sono Stevie Jackson, Sara Martin, Chris Geddes, Richard Colburn e Mick Cooke, con Bobby Kildea che si è aggiunto alla band nel 2001 ed è diventato parte integrante di esso da quel momento in avanti. Tromba, flauti, tastiere, synth, piano elettrico, chitarre acustiche ed elettriche, basso, batteria, cembali, violino e violoncello convivono alternativamente e in modo raffinato e armonico nei 18 brani che verranno eseguiti stasera, un trionfo non solo musicale ma anche di “mood”, con l’intero pubblico che balla, canta e sorride per un’ora e cinquanta minuti rapito dalla brillante stratificazione sonora di Murdoch e soci.

If You’re Feeling Sinister è eseguito dal gruppo con un trasporto e un’emozione clamorosi, approcci e sentimenti che condivide anche il pubblico: non è solo un rivivere un po’ malinconico una fase delle vite di molti di loro – in primis di chi nel 1996 lo incise e in secundis di quelli tra il pubblico che già allora erano nati e lo hanno amato sin dal primo istante -, ma, anzi, considerando il numero non trascurabile di ventenni e trentenni presenti, è un riscoprirlo pian piano come se si dischiudesse ai nostri occhi lentamente e con grazia, come se si sfilasse il velo della pietra miliare che indossa da tempo e tornasse a essere qualcosa di vivo e di vero.
Murdoch è in forma smagliante: divertente e ironico, chiacchiera spesso col pubblico citando qualche aneddoto riguardante la scrittura e l’incisione dell’album o la genesi di qualche singolo brano, come per esempio per “Mayfly”, parlando del quale cita non solo l’insetto volante del titolo ma anche la “cattiveria” delle zanzare italiane alle quali pare piaccia molto la carne scozzese. «Hey, Bologna, how are you?», chiede al pubblico, mentre nota tra gli spettatori un ragazzo che indossa la maglia dei Jesus and Mary Chain. Sempre signorile e coordinato, ama coinvolgere il pubblico e sentirlo cantare. La meravigliosa performance di “Like Dylan in the Movies” è condotta da chitarre turbolente, da un basso pulsante e da un violoncello nitidamente levigato, il tutto poi esaltato da un assolo finale di tromba da brividi.
In “The Fox in the Snow” Murdoch siede al piano elettrico e sfodera una performance vocale magnifica. Il pubblico qui smette di ballare per un attimo, coinvolto e avvolto com’è in questo brano lento e riflessivo, una ballata poetica dalla sensibilità unica che gli spettatori vivono cantando quasi sottovoce per non sostituirsi al cantante. Subito dopo è il momento dell’esplosione di “Get Me Away from Here, I’m Dying”, uno dei brani più amati del gruppo, con il pubblico, anche chi occupava i posti a sedere, che si alza, si avvicina al palco più che può e inizia a ballare e a cantare con un entusiasmo raro.
Anche “If You’re Feeling Sinister” coinvolge e convince, col suo incedere martellante e la sua poetica di periferia, intrisa di quel romanticismo “popolare” e disilluso che anima i testi di due artisti, Nick Drake e Smiths, alla quale il gruppo è stato spesso avvicinato. Intanto noi, «hopeless unbelievers», per citare un passo della canzone, siamo tutti in cerca di una risposta e della salvezza. La chiave qui è nei graffi chitarristici di Murdoch, nei cori e nelle pennate di Jackson, nello splendido tappeto pianistico, di basso e di batteria incisivo e incalzante e nei solidi momenti di violino e di violoncello che contribuiscono ad ampliare ulteriormente la profondità di questo paesaggio. Dopo l’esplosività di “Mayfly” ci si avvia alla conclusione del disco con una “The Boy Done Wrong Again” eseguita in modo maestoso, aulica nell’interpretazione e sincera e diretta nel suo splendido contenuto. Infine c’è la trotterellante “Judy and the Dream of Horses”, che si chiude con un momento carnevalesco quando Murdoch verso il finale del brano indossa la maschera di un cavallo e conclude il pezzo, nei suoi ultimi momenti coristici e poi strumentali, con quella indosso.

Il pubblico, in visibilio dal primo istante, continua a partecipare con grande passione allo show. La seconda parte del set inizia con una martellante e potentissima “I’m a Cuckoo”, lunga, graziosa e intrigante. C’è un momento in cui Murdoch annuncia al pubblico che il pezzo successivo è soggetto a due possibili alternative – in realtà tre, dice, ma vuole mantenere il mistero e ci offre la chance di scegliere tra due -, con il “voto popolare” che consegna la corona alla bellissima “Piazza, New York Catcher”, amatissima dai fan della band, un momento romantico e dolce che sembra provenire dalla Belle èpoque col suo ritmo ciondolante e seducente. Coinvolgente è anche la piacevole “I Want the World to Stop”, brano dal ritmo appassionante che proviene da Write About Love, come anche la successiva “Little Lou, Ugly Jack, Prophet John”, eseguita in maniera solida e convincente.
Giunge, infine, il momento di un trittico proveniente da The Boy with the Arab Strap: la breve e tagliente “Simple Things” cuce il precedente brano al successivo, “The Boy with the Arab Strap”, fulcro di quest’ultima parte della serata: sul palco salgono una ventina di fan, grintosi ed emozionati, che cantano e ballano in mezzo al gruppo che suona. Murdoch, che inizia il pezzo al piano e poi, microfono in mano, si muove sul palco, è in grandissima forma: chiacchiera con alcuni di loro chiedendo da dove vengono e cosa fanno nella vita, scherza con loro e con noi che siamo sul prato e, grazie alla sua abilità di showman e al talento del gruppo, dilata il brano fino a farlo durare quasi dieci minuti. Non c’è tempo per un’uscita-e-rientro del gruppo, che esegue il diciottesimo e ultimo brano subito dopo, senza nessuna breve pausa, chiudendo l’evento con una potentissima “Sleep the Clock Around”, ipnotica e luccicante. Nulla più di quest’ora e cinquanta così intensa e coinvolgente può far capire quanto la musica dei Belle and Sebastian – di trent’anni fa, di dieci anni fa, di ieri e di oggi – sia intensa, emozionante e importante, per loro che sul palco la vivono ogni volta come un viaggio inedito e misterioso e per noi che ci immergiamo in essa con fiducia e trasporto come se da essa dipendesse (un po’ del)la nostra salvezza.

(Live report e foto di Samuele Conficoni)

