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15 Luglio, Hall, Padova.
Nella recensione pubblicata da Kalporz di “Little Wide Open”, ottavo disco in studio di Kevin Morby, Samuele Conficoni scrive che “la spontanea e schietta bellezza di Little Wide Open è tutta in queste manifestazioni liberatorie”. Ed è interessante come le sensazioni provate all’ascolto del disco siano state esattamente convogliate durante il concerto in musica spontanea, schietta, liberatoria.

Un concerto però è diverso: è una comunione, un momento collettivo di rapporto e relazione, dove non esiste studio (ma preparazione) e l’errore non è rimediabile (ma non è mai grave, in fondo). E sicuramente nella linea alternativa del tempo in cui il concerto si è svolto, come previsto, nella bellissima location dell’Anfiteatro del Venda, una collina verde che guarda i colli del Veneto, poco fuori Padova, qualcosa sarebbe stato diverso.
Sempre spontaneo, schietto, liberatorio, ma diverso: l’aria scura del cielo che si spegne, la brezza della sera, la proposta di vini della zona, le persone sedute comodamente sull’erba che smette di bruciare sulla pelle. Ma non è potuto succedere: già da un paio di giorni il rischio era evidente, grosse precipitazioni, venti, forse grandine, esattamente negli orari del concerto. E quindi al mattino una mail (grazie app Dice, quanto funzioni bene e con semplicità rispetto al delirio dei grandi eventi di massa) avvisa che ci si sposta tutti, qualche minuto di distanza, nella periferia della città di Padova, tra capannoni industriali, in un capannone dall’aspetto anonimo che si chiama Hall, che abbiamo già conosciuto su queste pagine con Julien Baker e Yann Tiersen.
E quindi niente erba fresca ma un locale pensato come piccolo club, niente brezza della sera ma pale e ventilatori a cercare di abbassare (senza successo, ma non è colpa di nessuno) temperatura e umidità. Niente gambe stese a terra, ma gambe in piedi, diverse centinaia di persone a sudare, bere, sudare, bere.

Ma dicevamo: musica spontanea, schietta, liberatoria. Non sappiamo se sia una normale usanza per Kevin Morby o se siano le condizioni estreme (e la data il giorno successivo in Austria) a creare un senso di fretta percepibile e percepito: spesso il cambio di strumento per la canzone successiva è inserito nelle ultime note della precedente, il rapporto con il pubblico ridotto all’essenza, le pause minime. Un brano dopo l’altro. Ma attenzione: non è una critica, è una osservazione. Si è percepita la sensazione di urgenza in termini di tempi.
Ma al netto del contesto quello che rimane in mano sono i 17 brani, l’ora e mezza scarsa di concerto, l’entusiasmo e i sorrisi di band e pubblico. La bolla ha funzionato, rivoli di sudore a parte: sei musicisti sul palco, due chitarre, un basso, una tastiera, un violino, percussioni, un sax e tanto altro, a costruire perfettamente dal vivo la resa sonora di brani che sono tutti o quasi di un livello superiore alla media.

Che è la forza di Kevin Morby: come Messi sembra avere perfezionato la sua arte calcistica in questi giorni di mondiale, rompendo il muro con l’età e i propri limiti fisici, il cantante texano sembra essere riuscito, album dopo album e con una accelerazione di crescita negli ultimi due, a piegare le strutture del folk, del rock, del blues, del country. A capirne le strutture e ad allargarne i limiti.
Si sentono queste influenze, si percepisce lo sguardo classico nella composizione: eppure c’è qualcosa di più.
E se si parte con “Natural Disaster” (con quelle parole “It’s prairies, they wildfire / Seas, hurricane
/ The hills, they all landslide / Tornados strip the plains / And my whole earth quits che sembrano il racconto di quello che troveremo tornando verso l’Emilia Romagna) da lì in poi è una soluzione senza continuità. Di spontaneità, come nella instant classic e singolo trainante del disco “Javelin”, di energia liberatoria che erutta come fuoco nella energica “This is a Photograph” o poco dopo in “Wander”, che è pura elettricità ben più sviluppata che su disco.
A un certo punto ci siamo dentro, forse fuori tutto vola, forse poco lontano cadono alberi e fiumi esondano, ma qui no, siamo dentro ad un flusso veloce che regala dolcezza, classicità ed energia. Con lo spazio per tutto: gli archi delicati e la voce esile ma intensa della violinista, la batteria mai banale, i momenti corali in cui le voci si sovrappongono e un istante, una concessione a un live che corre su ritmi veloci, quando Kevin Morby scende dal palco e si butta sulla prima fila, curiosamente rivolto verso la propria band e non verso il pubblico.

Una scaletta che parte dall’oggi (l’ultimo album, celebratissimo) e corre indietro, senza che il pubblico manchi di entusiasmo, sia sul prima che sul dopo: musica spontanea, schietta e liberatoria.
Un viaggio che si chiude con la canzone che dà il titolo al disco e il doppio bis con “Dandelion”, delicata ballata dall’ultimo disco, e “Dorothy” da “Singing Saw”, terzo disco di Morby, che compie quest’anno dieci anni.
E ci viene da pensare a quanta bellezza c’è nel poter osservare, in un piccolo club, a pochi metri di distanza, uno dei grandi autori di questa epoca, ancora, anzi sempre più in grado, disco dopo disco, di migliorare la propria scrittura e affinare il proprio suono.
Di quello che c’è fuori, poco ci importa, del prima e del dopo: nonostante la leggera sensazione di fretta, c’è stato quasi tutto lo spettro umano lì dentro, tra sorrisi e sudore.
In maniera spontanea, schietta e liberatoria, tra molti sorrisi felici.
Setlist
Natural Disaster
Die Young
100,000
Javellin
All Sinners
Badlands
This is a Photograph
Five Easy Pieces
Campfire
Wander
Rock Bottom
City Music
I Have Been to the Mountain
Destroyer
Little Wide Open
Dandelion
Dorothy

