Tame Impala + The Amazing, Music Hall of Williamsburg, New York, 7 Novembre 2012


Non è bastato il drammatico passaggio dell’uragano Sandy con tutti i danni che ancora si contano a Rockaway. Ripristinati i treni che avevano lasciato Brooklyn isolata per una settimana, ci si mette una nevicata improvvisa a complicare i piani per il mercoledì che torna ad accogliere a New York i Tame Impala. Per loro e per “Lonerism” si può affrontare la tormenta e 10 centimetri di neve che va accumulandosi.
Hanno suonato ad agosto alla Music Hall of Williamsburg, il nuovo tempio dei concerti nella zona clou di Brooklyn. Comunque esaurito. Intanto è uscito quello che il sottoscritto definiva “disco preventivo dell’anno”. “Lonerism” non si è smentito, i Tame Impala sono ineccepibili. Nonostante continuino a guardare indietro, a quella psichedelia più sbarazzina di fine anni Sessanta. Un disco senza tempo, come questa serata in una Brooklyn gelida e innevata. L’apertura è a tema, con il supergruppo svedese The Amazing e il loro folk da camera iperarrangiato. Due di loro hanno un passato nei gloriosi Dungen, gruppaccio prog di Stoccolma, e si sente. Roba da Spiritualized per coppie e famiglie per bene, sofisticati e propedeutici. Il loro essere svedesi e indie dalle vaghe tendenze freak li rende un gruppo per questo tipo di pubblico.

Discorso apparentemente valido per i Tame Impala, nell’imballatissimo ex-deposito della Music Hall. Apparentemente. Sono solo un paio di jeans skinny e la scarsa virilità di un paio dei cinque a rendere appetibili ai “recentisti” dei capelloni du Perth che suonano scalzi come dei nostalgici dell’Isola di White? Non solo, la differenza la fanno le canzoni. Perché si può guardare smaccatamente ai Byrds, ai Beatles e a Todd Rundgren, ma i Tame Impala riescono a suonare moderni e incisivi grazie al respiro attuale dei groove. Le cantilene di Parker poi sanno come entrare nella testa degli ascoltatori per non uscirne mai più. Prima data della leg americana, puntualissimi aprono con l’apertura del secondo e ultimo album. “Be Above It” e i suoi reverberi con infilata in stile medley “Solitude Is Bliss”, sculettata pop da “Innerspeaker”. La band di Kevin Parker non osa troppo né esagera in digressioni strumentali o lungaggini tipiche del genere.

Il loro approccio è pop anche nei momenti più eterei. Forse per questo non piacciono ai rockettari tradizionalisti, non è solo una questione di t-shirt vintage e camicette da sfigati. Rotto il ghiaccio, nelle prime file, è tutto un grande ondeggiare. La catalessi di “Endoirs Toi” e “It Is Not Meant To Be” è roba da Lennon 3.0, passato indenne dal kraut (vedi l’apocalittica “Jeremy’s Storm”) agli anni Ottanta e ricatapultato in un revival a bassa fedeltà che non può che incantare. Quando si buttano in chitarre pseudo-stoner alla Queens Of The Stone Age, come anche in “Elephant” i cinque rivelano un background da australiani easy rider. Sbuca fuori un momento bonhamiano con il batterista Julien Barbagallo che improvvisa un assolo di un minuto. Unico momento di sboronaggine rock, i Tame Impala sono molto più a basso di profilo di quel che sembri.

L’accoppiata “Feels Like We Only Go Backwards” /”Lucidity” basterebbe per convincere qualunque scettico. Sintesi delle due anime di Parker e soci. La prima è l’ultimo singolo. Ballad sghemba e lennoniana praticamente perfetta. Tra i pezzi più belli di questo variegato 2012. La seconda era uno dei cavalli di battaglia dello scorso album, Sixties e incessante nel basso dell’efebico Nick Paisley Adams. Mai una pecca. Forse solo l’esecuzione “Alter Ego” è un po’ caotica e priva del giusto nerbo, ma ne aumenta il potenziale psichedelico. Il live scorre con il giusto equilibrio tra novità e “classici”. E le novità tengono botta e tiro al cospetto dei classici. Solo la piaciona “Mind Mischief” è un gradino inferiore.

E lo stacco si sente perché arrivano due straripanti riproposizioni di Why Won’t You Make Up Your Mind?” e
“Desire Be Desire Go” a far andare fuori di testa i 600 presenti sui due livelli della suggestiva venue. Non si poga, si ondeggia. Chiude la nuova abrasiva “Apocalypse Dream”, perfettamente sui livelli di “Innerspeaker”, la coda finale rumorosa non eccede. Perché loro non eccedono. Contatto col pubblico minimo. Kevin Parker si piace, ma nono lo dà troppo a vedere. Anche il bis prova a esser a basso profilo. E si permettono di andare a ripescare nell’unico encore l’ipnotica “Half Full Glass Of Wine”, dal loro primo omonimo EP del 2008. Momento autocelebrativo. Forse nemmeno loro avrebbero mai immaginato, di arrivare da un buco di culo come Perth ai palcoscenici dei maggiori festival indipendenti e non. Tutto in meno di tre anni, e scusate se è poco.

Be Above It
Solitude Is Bliss
Endors Toi
It Is Not Meant To Be
Music to Walk Home By
Elephant
Feels Like We Only Go Backwards
Lucidity
Alter Ego
Mind Mischief
Jeremy’s Storm
Why Won’t You Make Up Your Mind?
Desire Be Desire Go
Apocalypse Dreams
—–
Half Full Glass of Wine

(Piero Merola)

2 Dicembre 2012

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