GARDEN WALL, “Assurdo” (Lizard Records, 2011)

I Garden Wall germogliano da quella sottile striscia di terra di nessuno, quella quarta dimensione fra sonno e veglia, che dura un attimo, ma capovolge le cose, le deforma e ne inverte i colori. “Morire, dormire. Dormire, forse sognare”: il quintetto friulano frequenta i mari burrascosi dell’antico dilemma amletico, a cui Leopardi cercò di dare risposta con la serena certezza dell’asensorialità ultraterrena delle mummie di Federico Ruysch. C’è qualcosa di tragicamente shakespeariano in questa band che si mette di traverso ai generi, sbarrando la strada a percorsi stilistici precostituiti. In realtà una base di partenza c’è, ed è quel fazzoletto di terra dove il metal più progressivo, quello dei primissimi Metallica, di “Rime Of The Ancient Mariner”, “Alexander The Great”, molto di “Seventh Son Of A Seventh Son” – insomma dei migliori Iron Maiden – si incontra con quel prog sui generis, ben presto arricchito dalle percussioni elettroniche, che Robert Fripp si inventò all’alba degli anni ottanta. Ma il quintetto italiano guidato da Alessandro Seravalle amplifica di molto il gioco dei rimandi e delle suggestioni culturali, come in un gioco di specchi, rendendo vano il tentativo di individuare un unico nucleo generativo di un suono che è insieme sporco e ruvido, etereo e cristallino, dissonante e melodico.

“Assurdo”, ottavo album dell’ormai storica band, parte con la rabbia di un growl death metal (“Iperbole”) e si stempera in arpeggi e vibrati onirici, accoppia loop ed elettronica (“Negative”), si apre alla musica colta contemporanea (“Just Cannot Forget”, con il clarinetto basso di Davide Casali). Accenni jazzistici intersecano ritmiche hard-prog di eco crimsoniana, come in ”Flash” o “Clamores Horrendos Ad Sidera Tollit”, dove il riferimento al passo dell’Eneide virgiliana in cui è descritta la morte di Laocoonte e dei suoi figli stritolati dai serpenti marini dà voce ad una angoscia esistenziale che attraversa tutte le epoche dell’uomo. Musica aliena, attraversata da voci impersonali e spietate che mentre calano dall’alto perentorie sollecitazioni alla totale insensibilità (“Isterectomia”) èvocano creature del buio, sabba notturni macbethiani e inquietanti incubi alla Füssli o alla Goya. Gli sprazzi di luce che baluginano fra le tenebre sono rapidamente riassorbiti da una densa coltre (“Butterfly Song”). Nei testi si incrociano inglese e italiano e la voce non concede nulla al canto. Recitato, sussurrato, gridato: “Assurdo” assomiglia molto ad un poema musicato in dieci canti, dove gli episodi, che si avvicendano in modo serrato, esprimono una radicale inquietudine interiore.

80/100

(Federico Olmi)

14 febbraio 2012

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