GOTYE, Like Drawing Blood (Lucky Number Music / Audioglobe, 2008)

Finalmente. Un disco che si fa fatica a classificare. E’ una vita dura quella del recensore che, con la penna in mano, mette su il cd dell’artista “sconosciuto” e si ritrova quasi sempre assalito da migliaia di rimandi nella migliore delle ipotesi o da patetici scimmiottamenti nella peggiore. Ci sono vite più brutte, la miniera per esempio, ma è sconfortante, credeteci.

Si tira quindi un sospiro di sollievo nello scoprire che questo Gotye è ancora uno di quelli sfuggenti (alle etichette). Languono gli aggettivi per il suo “Like Drawning Blood”, uscito in Australia nel 2006 ma che viene distribuito in tutto il mondo solo adesso. Evidentemente perché merita e da solo ha saputo sgomitare. Mi ricorda la parabola di “Donnie Darko”, film uscito in contemporanea con la tragedia delle Twin Towers e boicottato a causa di una scena di un incidente aereo poi riportato a furor di popolo nelle sale cinematografiche dopo il tam-tam degli appassionati della cassetta.

Trascinanti echi arabeggianti come se Beck avesse preso casa a Dubai (“The Only Way”), tanghi languidi e orchestrali (“Coming Back”), il belga cresciuto a Melbourne dimostra di saperci fare soprattutto con la voce, spingendo su di essa con ottimi risultati di pathos (“Hearts A Mess”) mentre sotto tutto cambia. Ogni canzone un’esperienza diversa, come i momenti di una giornata: caffè a go-go per svegliarsi con il soul coinvolgente tra Gnars Barkley e Police di “Learnalilgivinalovin”, concentrazione lavorativa rilassata con il reggae di “Puzzle With A Piece Missing”, electro-pop di “Thanks For Your Time” (a dire vero la meno riuscita dell’album…) per l’aperitivo mentre “The Only Thing I Know” e le sue atmosfere dark alla Cure primi Anni Novanta ci portano dritti dritti nella nottata.

Ad analizzare con compiutezza i rimandi saltano fuori, è vero, però Gotye riesce a trasmettere che sono veramente tutti lati della sua personalità sfaccettata, non una mancanza di idee coperta con le idee degli altri. Forse, a volte, solo un po’ troppa carne al fuoco che però cuoce poi bene lo stesso.

Insomma, un disco latamente pop che colpisce per il magnetismo e il caleidoscopio di colori che attraversa, la cui forza è anche l’unico piccolo difettuccio siccome l’estrema varietà di “Like Drawing Blood” potrebbe essere scambiata per incapacità di scelta nella strada da intraprendere. Ma a cambiare c’è più gusto, no?

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