ALBERT HAMMOND JR., Yours To Keep (Rough Trade / Self, 2006)

La domanda è, crediamo, legittima. Ma se Albert Hammond Jr. non fosse un chitarrista degli Strokes, il suo album avrebbe attirato delle attenzioni? Non si creda che questa sia una domanda maliziosa, dato che “Yours To Keep” è un album che ben si fa ascoltare, però quando certi interrogativi saltano in testa bisogna pur scervellarsi per dar loro risposta… o no?

Se si ascoltassero solo “In Transit”, “Everyone Get’s A Star” e “Back To The 101” non si potrebbe che dire di no, troppe sono le somiglianze con lo Strokes sound dei primi due lavori per ipotizzare esistente una forza propulsiva tale da aprire le porte del musical business ad un ipotetico sconosciuto Albert Hammond Jr. Anche se, a guardare un po’ più sotto, a scavare con le unghie per togliere quella inevitabile patina Strokes, si scopre invece che Albert Hammond Jr. ha voluto – con questa sua prima prova solista – far scoprire una sua vena che il suo gruppo non persegue sempre sempre: una sorta di, scusate il neologismo, “soffievolezza” sonora, sia che venga incarnata da una beata incoscienza pop alla Beach Boys (“Cartoon Music For Super Herpes”) o da una leggera malinconia impalpabile ed evanescente (“Bright Your Thing”) tanto cara agli Eels.

Collaborano a “Yours To Keep”, fra gli altri, anche Julian Casablancas, Ben Kweller e Sean Lennon, e proprio quest’ultimo ci fa dire che, sì è vero, “Blue Skies” pare una outtake di Lennon, padre però. Corsi e ricorsi, visto che anche Albert Hammond Jr. è figlio d’arte, non dell’inventore del famoso organo ma di tale Albert Hammond, cantautore della fine degli anni ‘60.

Ancora spintarelle? A pensarci bene non ci interessa dare risposte a interrogativi amletici: “Yours To Keep” non cambierà di una virgola il rock, ma noi ce lo porteremo ancora per un po’ nel caricatore.

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