THE MARS VOLTA, Amputechture (Gold Standard Laboratories / Universal, 2006)

“Amputechture” è esagerato.
E la recensione finì qui.
Basterebbe una sola parola per descrivere il nuovo parto dei Mars Volta, sia nel bene che nel male.
Partiamo dal fatto che i grandi sostenitori troveranno le incredibili doti strumentali, già ampiamente dimostrate con i precedenti dischi, ancora più in vista. Discreta e un po’ triste soddisfazione. Messi in un angolo gli svarioni psichedelici di “Frances The Mute” ci si trova impastati in una vera e propria messa prog organizzata al dettaglio, con ampio spazio regalato a tutti gli strumenti, così che finalmente si da un vero e importante rilievo al basso di Juan Alderete (“Day Of The Baphomets”). Niente però ferma l’esagerato ego del direttore d’orchestra, Omar Rodriguez-Lopez, che raramente sa farsi da parte, tenendoci davvero ad incarnare lo spirito di Santana (perché quello vero non c’è più.. no?) e imbastendo così dei brani come “Vicarious Atonement” e “El Ciervo Vulnerado” che sacrificano qualunque senso in onore del fatto che lui sa suonare la chitarra ed è il capo della baracca.

Quando la banda al completo decide di scendere in campo i risultati oscillano paurosamente fra momenti di vera esaltazione (l’epica, e breve, “Vermicide” o la sorprendente “Day Of The Baphomets”) e scelte stucchevoli (Cedric spesso e volentieri mutato in un eunuco alla Farinelli che coverizza i peggiori cori dei Queen) o addirittura soluzioni già sentite. E questo in particolare fa un po’ male a chi dei Mars Volta ha sempre tessuto le lodi. Dopo l’ennesima sorpresa di “Scabdates” mi ritrovo fra le varie masturbazioni chitarristiche, un pezzo come “Tetragrammaton”, che nel suo essere certo pieno di variazioni è sempre e comunque pieno degli stessi soliti trucchetti. E lo stesso per “Viscera Eyes”.

Forse li ho caricati di aspettative esagerate. Forse avrei dovuto mettere in conto un calo più che umano e una possibilissima delusione. Perché nonostante la metà dei pezzi del disco siano comunque notevoli, ora come ora non riesco a dimenticare l’altra metà: quella che mi ha fatto soffrire in maniera tremenda cercando di giungere miracolosamente alla fine di ottanta interminabili minuti, combattuti fino allo stremo delle forze fra il superlativo e il superfluo.

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