THE DEATH OF ANNA KARINA, New Liberalistic Pleasures (Unhip, 2006)

Tra il 1961 e il 1967 Anna Karina, deliziosa creatura danese naturalizzata francese, girò con un Jean-Luc Godard all’apice della sua creatività la bellezza di otto film (in realtà sette più un cortometraggio, realizzato per il film collettivo “L’amore attraverso i secoli”): tra questi figurano alcuni dei capisaldi del cinema dell’epoca, su tutti “Band à part” e “Vivre sa vie”. In quest’ultimo, tradotto in Italia “Questa è la mia vita”, Godard mette in mostra, torturando la prassi cinematografica, la tragedia di una prostituta: è qui, alla fine della pellicola, che avviene la morte di Anna Karina (la quale, per sua fortuna, è ancora viva e vegeta), fatta propria a un quarantennio di distanza da un gruppo di musicisti carpigiani.

Ed è interessante notare come, proprio come il Godard dell’epoca, i The Death of Anna Karina si divertano a destrutturare il senso stesso della musica che mettono in scena, un post-punk affiliato con l’hardcore ma pronto a gettarsi in ipotesi ibride che ne caratterizzano in positivo l’esito. È la loro opera seconda “New Liberalistic Pleasures”, e a giudicare dall’esordio del 2002 c’è da dire che i ragazzi si sono dati una bella calmata. Laddove regnava un universo di atrocità e abrasioni continue, tra digressioni noisy e sfuriate di hardcore duro e puro, ora gravita una musica ondivaga pronta sì a gettarsi a corpo morto su un materiale che sembra genuflettersi di fronte ai Fugazi (ma meglio ancora di fronte a tutto il catalogo Dischord, visto che ci sono anche echi di Black Eyes e compagnia), ma altrettanto capace di cambiare traiettoria e trasformarsi in un proiettile vagante destinato a colpire al cuore sia per le sue svisate funkeggianti – il funk della scuola anglosassone di fine anni ’70, sia chiaro – che per le isterie metropolitane degne di un David Byrne imberbe.

Il suono, nonostante il già citato eclettismo della band, si dimostra compatto, segno indiscutibile che i Death of Anna Karina hanno le idee chiare, chiarissime; ne è ennesima conferma l’uso sapiente del sintetizzatore, che arriva sempre quando meno te lo aspetti a spiazzare l’ascolto, trascinando la musica su un territorio neutro, senza patria, senza protezione. Anche quando giocano con il proprio nome, andando a ripescare registrazioni di Godard e della Karina (non a caso inserite a spezzare il ritmo di “jlg and Anna Karina in a Bar”), lo fanno senza la naiveté propria di chi prende le cose alla leggera.
Si respira aria da CBGB’s nelle undici tracce di “New Liberalistic Pleasures”, dove la liberazione del corpo perde la valenza misticheggiante degli anni ’60 per acquistare una carnalità luciferina e destinata alla sopraffazione, al delirio. Probabilmente alla morte, come quella che coglie la Karina in “Vivre sa vie”.

I complimenti sono stati fatti, l’unico interrogativo rimasto in piedi riguarda la possibilità di attecchire sul territorio italiano: ma questa è una domanda alla quale non so trovare alcuna soluzione. Dopotutto, se è vero che “Every Revolution Is a Throw of Dice”, l’unica cosa che resta da fare è affidarsi alla sorte.
Bè, allora in bocca al lupo…

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