THE LIBERTINES, Up The Bracket (Rough Trade, 2002)

Se “Up The Bracket” è stato uno dei debutti più chiacchierati dello scorso anno, lo si deve principalmente all’esuberanza con cui è stato suonato.

I Libertines sembrano avere una marcia in più rispetto alla stragrande maggioranza dei gruppi inglesi di questi anni. Per confezionare questo loro esordio hanno convocato Mick Jones, uno che di suoni ruvidi se ne intende bene sin dai tempi dei Clash, che qui ha svolto un lavoro impeccabile. Così “Up The Bracket” ne è venuto fuori diretto e infallibile, ed è diventato il disco capace di riportare il rock al centro dell’attenzione anche in Gran Bretagna, dopo quanto é accaduto negli Stati Uniti con “Is This It?” degli Strokes.

Già gli Strokes. Non è solo che la voce del cantante dei Libertines, Pete Doherty, ha lo stesso tono trasandato di Julian Casablancas, ma è l’approccio sfrontato alla musica che accomuna i due gruppi. In pratica la ricetta è attingere alle radici del rock, che in questo caso oltre agli Stooges vogliono dire il punk dei Clash e l’amore per le melodie anglosassoni dei Jam, riprese con una freschezza irresistibile.

La forza dei Libertines poi è l’irruenza che ci mettono, così da rendere canzoni come “Vertigo” perfettamente attuali. Un’urgenza che potrebbe ricordare persino i grandi Replacements. Perciò partendo con il passo veloce e i ritmi serrati di “Boys in the Band”, che ha un ritornello assolutamente irresistibile, e proseguendo con “Horror Show”, si incontrano i brani in cui le chitarre sono più ruvide e il ritmo più incalzante, per poi approdare ai pezzi in cui è più palese l’influenza dei suoni inglesi. Gli arpeggi di chitarra si fanno più raffinati, così che la deliziosa “Tell to the King”, “Death to the Stairs”, e la travolgente “Time For Heroes”, sono in equilibrio impeccabile tra melodie di gusto Jam e l’irruenza punk.

Certo ci sono gli episodi più travolgenti come “Up the Bracket”, “The Boy Looked at Johnny” e “I Get Along”, che sanno tanto di ragazzi sbronzi che suonano in libertà. Ma c’è anche “Radio America”, una ballata acustica, dolce amara e preziosa, che mostra tutto il talento del gruppo.

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