Raffaele
a Venezia 2005 Anno IV
V. L'ALBUM DEI RICORDI
a) Tu chiamale se vuoi emozioni
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L’anno scorso era l’ultimo
punto citato. Quest’anno ribalto la consuetudine
e lo piazzo al primo posto: giunto al mio ottavo anno
consecutivo a Venezia mi rendo conto di come la popolazione
di cinefili non muti mai aspetto. Sempre le stesse persone,
sempre le stesse facce, (quasi) sempre le stesse parole.
Solo qualche ruga in più…
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Il Leone d’Oro alla carriera ad
Hayao Miyazaki e il discorso di Müller sulla necessità
di smetterla con la ghettizzazione del cinema animato.
E poi tutti quei pupazzi di Totoro che il pubblico alzava
al cielo e la selva di applausi che ha anticipato gli
splendidi titoli di coda di “Nausicaa”. Avrei
pianto molto volentieri…
Mi accorgo in questo momento di non avere
tanti altri momenti da inserire in un ipotetico album dei
ricordi, e non so bene dare una motivazione a questo: forse
l’edizione 2005, pur nel suo splendore selettivo ha
fallito nella creazione di eventi ai quali partecipare con
commozione?
Visto che non mi pare il caso di lasciare
così vuoto questo capitolo del resoconto lidense, mi
limito furbescamente ad aprire un sotto-capitolo:
b) Mitologia festivaliera
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L’immagine di Marco Müller
bloccato ai varchi elettronici perché privo di
regolare accredito al collo non riesce a togliersi dalla
mia mente anche a mesi di distanza: il più classico
dei boomerang o, meglio chi la fa l’aspetti.
Io ed Emiliano Corbianco, stretti nei nostri piccoli accrediti
siamo stati fatti passare senza problemi, il Direttore
della Mostra è rimasto fermo al palo, digrignando
i denti e masticando amaro. Vorrei sapere che fine ha
fatto il poveraccio che non ha fatto altro che eseguire
gli ordini…non mi stupirei se stesse controllando
gli accrediti per il Festival Internazionale delle Vacche
Sacre di Benares.
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Sempre per quanto riguarda i varchi elettronici:
mi è stato detto da un amico che ogni volta che
si mostrava questa nuova aberrazione tecnologica al telegiornale
veniva mandata una inquadratura nella quale io passavo
attraverso uno dei varchi. A saperlo prima avrei richiesto
i soldi come partecipazione televisiva…
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Edoardo Bruno, emerito critico italiano,
si è alzato dalla poltroncina ed è uscito
dal Palagalileo quando “Corpse Bride” di Tim
Burton e Mike Johnson era iniziato da appena sette (7!)
minuti: non oso neanche immaginare cosa possa aver detto
del film, e dubito che questa mia affermazione lo squalifichi
nei posti dove il suo nome conta ancora qualcosa, ma mi
sembrava doveroso stigmatizzare un comportamento così
privo di qualsiasi base culturale.
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Sempre Edoardo Bruno è celebre,
in qualsiasi festival (ma anche alle anteprime romane)
per un viziaccio congenito: non riesce a stare zitto per
più di due minuti. E va bene, la logorrea dopotutto
è quasi una malattia; il problema è che
Bruno è stato anche dotato da madre natura di una
voce dal timbro profondo e con in dotazione un amplificatore
Marshall, così che la sua voce arriva “fino
all’ultima fila” (per citare Francesco De
Gregori). Insomma, dopo un quarto d’ora di film
qualsiasi spettatore ha l’istinto irrefrenabile
di ficcare un cacciavite a stella nel suo occhio destro
e si trattiene solo perché è molto difficile
che capiti di portarsi un cacciavite a stella in sala.
Si limita così a subissare il buon Bruno di una
selva di “shhh”, senza ottenere alcun risultato.
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Altro accreditato fisso ai festival italiani
è Olaf Moeller, arguto critico tedesco. Non posso
parlar male della sua capacità critica perché
il crucco ne è più che provvisto, e allora
punto l’occhio altrove. Inizio col far notare come
Moeller sia, diciamo così…corpulento, una
sorta di armadio a quattro ante. Con la sua mole non certo
efebica si piazza regolarmente in prima fila, al centro
sul lato sinistro della sala: poco prima della proiezione
di “Vers le sud” di Laurent Cantet ha fatto
il suo ingresso e con passo deciso si è diretto
verso il suo posto preferito – anche io ero piazzato
in prima fila, ma più spostato verso l’esterno
– trovandolo sorprendentemente occupato. Il suo
sguardo si è fatto vitreo, ha lanciato un’occhiataccia
verso l’usurpatore e ha bofonchiato qualcosa in
tedesco, quindi si è ritirato con ordine e dignità.
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Il già citato divieto di mamma
RAI a far entrare Accrediti Cinema alla proiezione stampa
di “La seconda notte di nozze” di Pupi Avati,
come vendetta ideale nei confronti dei fischi riservati
a Faenza. Da ex-accredito stampa (e di lungo corso, a
giudicare dal numero di anni in cui ho fatto parte della
base della piramide degli accrediti) ho bacchettato questa
decisione ogni volta che mi è stato possibile.
Una volta in più non fa certo male a nessuno (neanche
alla RAI, purtroppo).
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La frase “Fire Wind! I Have a Big
Deal for You” è stata, per circa venticinque
minuti, l’unico sottotitolo in inglese per “Seven
Swords” di Tsui Hark. Va bene, non si tratta certo
di un film memorabile per i dialoghi (in realtà
non si tratta di un film memorabile punto e basta), ma
tutti quei poveracci che si sono trascinati fino a Venezia
dall’estero cosa avranno capito di quei venticinque
minuti?
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