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Collateral

Raffaele a Venezia 2005 Anno IV

IV. IL CINEMA SECONDO MÜLLER

c) LE SEZIONI COLLATERALI
Orizzonti (di gloria?) per autori amanti della critica – o per critici autoriali…

Quando a inizio festival il sempre valido Müller aveva sentenziato che dopo l’elefantiasi dell’anno scorso (che aveva portato dissesti di varia natura e, soprattutto, le ire delle majors e della direzione della Biennale) l’edizione 2005 della mostra avrebbe contato su un numero di film decisamente minore ammetto di aver dato credito alle parole dell’italo-svizzero. E mal me ne incolse: in realtà il numero di pellicole, considerando anche la gigantesca retrospettiva, è stato praticamente lo stesso, film più film meno.

Eppure, nel tentativo di scremare le opere, un’intera sezione si era andata a farsi benedire: già ho avuto modo di citare l’accorpamento di Fuori Concorso e Mezzanotte, bisogna ora notare come anche la non certo memorabile sezione dedicata al digitale sia stata soppressa.

Peccato che i film che sarebbero finiti lì dentro si sono semplicemente spostati altrove, nella Settimana della Critica, nelle Giornate degli Autori o in Orizzonti: senza contare il numero veramente spropositato di eventi speciali, omaggi, recuperi, improvvisazioni e chi più ne ha più ne metta.

Partiamo dalle Giornate degli Autori, giunte al secondo anno: nella scorsa edizione era stato possibile scoprire, nel bel mezzo di un uragano di film non certo imperdibili, i nomi tutt’altro che trascurabili di Rodolfo Bisatti e Anders Ronnow-Klarlund. La speranza di fine estate era di ripetere l’esperienza andando a scovare un altro paio di registi da cui lasciarsi fascinare. Ora, sarà che non ho seguito in maniera continuata la sezione – ma l’avevo poi fatto la volta precedente? -, sarà che sono stato iellato, sarà che la mia coscienza critica muore solo di fronte ai film selezionati da Godetti, Barzanti, Greco e Maselli, sarà quel che sarà ma quest’anno ho potuto Aannotare solo alcuni guizzi interessanti e poco di più. Insomma, nulla di veramente trascendentale. Ma passiamo al setaccio le cinque opere visionate:

  • “Craj – Domani” di Davide Marengo. Il miglior film italiano dell’intera mostra (a parte l’evento speciale del film della Guzzanti e l’auto-documentario di Gil Rossellini), e non sorrido di certo nell’affermarlo. Prodotto dalla Pablo di Gianluca Arcopinto “Craj” è un incrocio tra documentario e teatro di strada, alla ricerca della musica salentina che va tanto di moda – vedere i film di Winspeare per credere -. Interessante il modo in cui viene trattata la parte di fiction, sospesa in un limbo indefinito che sa tanto di medioevo e affidata alle voci e ai volti di Giovanni Lindo Ferretti e Teresa De Sio, ma ben più coinvolgente la parte documentaria incentrata sui cantori popolari di Lecce o giù di lì. Da promuovere: Marengo non sarà il primo della classe ma gli va dato atto di applicarsi.

  • “Allegro” di Christoffer Boe. Ma quanto va di moda Charlie Kaufman! Ma quanto accidenti va di moda Charlie Kaufman! Ho già avuto modo di citare il suo nome in riferimento alla sceneggiatura schizoide di “Takeshis’” ma qui la filiazione è ancora più netta e priva di mediazioni. Peccato che il buon Boe, anche autore della sceneggiatura, non sia Kaufman e, quando dirige, non sia né uno Spike Jonze né un Michel Gondry (ma neanche un George Clooney). Insomma, lodevoli intenzioni, qualche comodità di troppo, una buona idea di base e niente più. Sufficiente.

  • “La passione di Giosuè l’ebreo” di Pasquale Scimeca. Durante il festival è stato letteralmente massacrato dalla critica e dagli accrediti. Eppure a me l’ultimo film di Scimeca non è affatto dispiaciuto: certAo, gli riconosco dei difetti macroscopici, su tutti la scelta del protagonista a dir poco scellerata nella sua pasoliniana idea di dover affidare il volto di un quasi Cristo a un non professionista (ma, e forse dovrebbe esserne consapevole, Scimeca non è un’unghia di Pasolini), ma non mancano momenti assai suggestivi da un punto di vista soprattutto visivo. Insomma, se c’erano film italiani da massacrare al Lido – e ce n’erano, eccome se ce n’erano! – “La passione di Giosuè l’ebreo” non rientrava fra questi.

  • “Falling…in Love” di Ming Tai-wang. Da quale angolo del mondo potrà mai provenire uno che di nome fa Tai-wang? Ovviamente da Taiwan. Ok, lo ammetto, questa era veramente squallida come battuta, ma se sapeste a che ora della notte sto scrivendo mi perdonereste qualsiasi affermazione. Così come io, magnanimo in questo tardo spicchio del giorno, sollevo il film in questione da tutti i suoi difetti e lo innalzo alla sufficienza. Lento, ripetitivo, a tratti francamente pretestuoso. Ma il primo piano del peluche di Snoopy vale da solo tutto il film.

  • “Before it Had a Name” di Giada Colagrande. I fedeli lettori di questi romanzi fiume post-veneziani (quest’anno particolarmente in ritardo) ricorderanno gli strali lanciati dal sottoscritto contro “Aprimi il cuore”, opera prima di Giada Colagrande. Speravo francamente che la ragazza si fosse data a ben altro mestiere e invece me la ritrovo qui, ancora, addirittura in coppia (su schermo e in vita) con Willem Dafoe: e non è migliorata, purtroppo. Perché sprecare ulteriormente parole su un cinema nullo come quello in questione? Evitatelo, qualora vi passi sottomano, e fatevi bastare questo consiglio.


Con ancora meno frequenza ho incontrato le opere della Settimana della critica, e lo dico con rammaArico, soprattutto considerato che uno dei due film visti (su otto) rientra di diritto nella mia top five del festival. Trattasi di “Brick” di Rian Johnson, esordiente statunitense che mette in scena un puro Hard-Boiled vecchia maniera, di quelli fumosi con Humprey Bogart pronto a uscire dall’inquadratura, faccia bastonata e sguardo disilluso, a sparpagliare sentenze dal retrogusto misogino. E Johnson dimostra di conoscere il genere a menadito, ne dipana la trama con una linearità e una classe strabiliante, oltre a colpire nel segno con l’intuizione che vale l’intero film: tutti questi personaggi di depravati, piccoli criminali e femme fatale sono solo dei sedicenni. Film di straordinaria bellezza e di tensione assoluta, “Brick” è uno dei punti più alti raggiunti dal Teen Age Movie negli ultimi anni e allo stesso tempo uno dei noir più cinici e riusciti, dal ritmo sbavato e malsano. Nella speranza che esca nella nostra dormiente penisola io lo consiglio a chiunque senza remore, dagli amanti del genere – anzi, dei due generi – fino allo spettatore improvvisato dell’ultimo momento. Potrebbe essere nato un piccolo, grande regista.

L’altro film visionato nella sezione è stato “Así” del messicano Jesús-Mario Lozano, ma è operazione talmente vacua e pretenziosa – da un punto di vista teorico – che non mi va di perdere tempo a parlarne. Así? Así.

A completare l’excursus sulle sezioni collaterali manca solamente Orizzonti, ovvero quello che dovrebbe essere a tutti gli effetti l’anti-concorso. E, in effetti, lo è stato: o perlomeno lo è stato quando ha raggiunto i suoi punti più alti. Eh sì, perché rispetto al Concorso la selezione è risultata meno omogenea da un punto di vista qualitativo, anche se ha forsAe raggiunto al suo apice il punto più elevato dell’intero festival.

Questo miracolo cinematografico, il film che ha scosso l’ambiente e che avrebbe dovuto vincere a mani basse (cosa che ovviamente non è avvenuta, come da prassi fin troppo consolidata), uno dei migliori esempi di cinema degli ultimi anni e probabilmente il miglior film visto dal sottoscritto in tutto il 2005, è “Wild Blue Yonder” di Werner Herzog. Sì, avete ragione, ne avevo già accennato in precedenza…ma volete mettere la rara e gustosa occasione di creare un minimo di suspense? E che cavoli, siamo tutti un po’ figli di Hitchcock, no?

Comunque, che Herzog fosse un genio è cosa risaputa e nessuno lo ha scoperto ora, ma che stesse portando avanti negli ultimi anni un progetto così complesso e profondo è constatazione assai meno ovvia di quanto si possa pensare. Perché, pur rappresentando uno dei suoi migliori film in assoluto, “Wild Blue Yonder” fa parte di un processo di maturazione stilistica che va avanti oramai da ben più di un decennio. Il lavoro sul documentario e sul mockumentary – perché di questo si tratta l’opera in questione, immaginifico finto documentario in cui la voce narrante è l’unica parte girata direttamente da Herzog non approfittando del materiale d’archivio ed è, con una mossa sublime, messa in bocca a un alieno – si è oramai talmente stratificato all’interno della poetica herzogiana che quando a Torino mi sono trovato di fronte al documentario (quello, “vero”) “Grizzly Man” ho vacillato, almeno per i primi minuti, non riuscendo a capire realmente di cosa si trattasse. Uscito anche da noi da circa un mese, “Wild Blue Yonder” è stato vittima di una distribuzione tirchia, quindi se non siete riusciti a vederlo al cinema cercate di ripescarlo in una manAiera qualsiasi. Anche rubando il master originale direttamente da casa-Herzog, se avete in mente un piano che sia applicabile e non vi siete mai fatti troppi scrupoli morali.

Per il resto l’intera sezione ha vissuto all’ombra lunga del documentario, moda critica di inizio millennio: il problema è che si tende a scambiare per documentario anche ciò che non lo è, desiderosi di ficcare tutto in un unico immenso calderone. È così che è stato presentato il bel “Vokaldy Parelelder” del kazako Rustam Khamdamov, che cerca traiettorie possibili e surreali nel mettere in scena il canto lirico. Nulla a che vedere, come intuibile, con l’arte documentaria, come anche il mokumentary “The First On the Moon” di Aleksev Fedortchenko che si occupa della ricostruzione a metà tra il melodramma, il film di propaganda e il giallo del primo ipotetico viaggio nello spazio compiuto dai sovietici negli anni ’30: confusionario, ma con alcune idee mirabili e divertenti.

Le altre visioni da ricordare con piacere riguardano “Drawing Restraint 9” di Matthew Barney, “Everything is Illuminated” di Liev Schreiber e “Hongyan” di Li Yu: il primo è un viaggio ipnotico, dettato dall’uso straniato dei tempi, dall’esasperazione sonora e dalla ritualità di gesti e movimenti del corpo. Dopotutto cos’altro era lecito aspettarsi da Barney se non questo? Ammaliante e ruvido, di uno splendore visivo abbagliante, “Drawing Restraint 9” è un momento – puro eufemismo visto che il film dura due ore e mezza – importante di cinema. Sicuramente ostico, e infatti buona parte del pubblico si è elegantemente eclissata dopo la prima sequenza (fantastica, a mio parere, e quasi epica), ma baluardo forte per chi ancora crede in una possibile ricerca cinematografica che esuli dalla teoria fine a se stessa.

Liev Schreiber è un attore, ma in “Everything is Illuminated” si occupa di regia e sceneggiatura. Eugene Hutz è un musicista, ma nello stesso film si improvvisa attore. Un piccolo gioiello questo viaggio con occhio americano nel mondo ucraino, nella memoria sovietica, alla ricerca di radici che sembravano evaporate nel tempo. Un bravo da dispensare, oltre ai nomi già citati, al protagonista Elijah Wood; abbandonate le fattezza hobbit non ha smarrito per strada il suo sguardo sperduto e velatamente triste. Forse monotematico, ma di grande effetto.

“Hongyan” è il secondo lungometraggio della giovane cineasta cinese Li Yu (l’esordio, “Fish and Elephant”, risale al 2001). Non ancora trentenne Li tira fuori dal cilindro un film estremamente classico, perfettamente in linea con il cinema della Quinta Generazione che fece la fortuna, per dirne uno, di Zhang Yimou, ma la mancanza di un forte elemento caratterizzante e di novità stilistica viene annullata dalla semplicità e dal candore di una messa in scena mai realmente accomodante. Niente per cui varrebbe la pena strapparsi i capelli, ma tutt’altro che disprezzabile.

Complimenti che non meritano i due film italiani della sezione e il vincitore della stessa. Nell’ordine, per amore della precisione, trattasi di “Musikanten” di Franco Battiato, “Texas” di Fausto Paravidino e “East of Paradise” di Lech Kowalski: il primo fa rimpiangere il Battiato cantautore. Cosa ovvia, direte voi, ma non per chi come me aveva inserito “Perduto amor” tra i film migliori del 2003: peccato che dell’opera d’esordio qui sia mantenuta solo l’insopportabile supponenza dell’autore, che pretende di parlare di tutto, dalle dittature mediatiche fino alla trascendenza mistica passando per una ridicola biografia del Ludovico van. L’unica cosa bella rimane l’Ainterpretazione folle che Alejandro Jodorowski regala nella parte proprio del più famoso compositore di tutti i tempi. Per il resto un ammasso di idiozie, un cast sprecato e una domanda ricorrente: che ho fatto di male?

L’esordio del teatrante Paravidino è, semplicemente, la copia carbone di qualsiasi filmetto di Muccino e compagnia “bella”: solo che, rispetto al punto d’ispirazione, è anche girato peggio. Converrete con me che è inutile sprecare altre parole su di lui.

Bisognerebbe invece sprecarne eccome di parole per capire come uno dei più acuti documentaristi politici degli anni ’70 e ’80 come Kowalski sia incappato in un’opera così fastidiosa: va bene, c’è in scena sua madre che parla della Shoah, ma basta così poco a giustificare un’operazione del genere? Ne dubito, e sarebbe grave se avessi torto. Un’ora e mezza di primo piano di un’ottantenne che parla non servono né alla sperimentazione né al documentario. Io ho resistito mezz’ora, lo ammetto, ma chi è rimasto più a lungo ha rinforzato in me l’idea che la passeggiata che mi sono concesso al posto della visione sia stata quanto mai salvifica. Potrei parlare ancora di “Árido movie” di Lírio Ferreira, “Carmen” di Jean-Pierre Limosin, “Veruschka” di Paul Morissey e Bernd Böhm e “Wuqiong dong” di Ning Ying. Ma non mi va.

 

INDICE

I. Introduzione

II. La Mostra in tempo di guerra (preventiva)

III. Il lavoro dell'accreditato su se stesso


IV. Il cinema secondo Muller
   a) Il Concorso
   b) Il Fuori Concorso
   c) Le Sezioni Collaterali
   d) Le Retrospettive
   e) Le Proiezioni Speciali

V. L’Italia è un paese povero

VI. L’album dei ricordi

VII. Memorandum

VIII. Una conclusione

IX. Il gioco del voto


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