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Raffaele a Venezia 2005 Anno IV

IV. IL CINEMA SECONDO MÜLLER

b) IL FUORI CONCORSO
Mostriciattoli, mogli defunte ed esorcismi di contorno

Il Fuori Concorso di quest’anno, eliminata la sottomarca dei film di Mezzanotte – che l’anno scorso aveva ospitato tra gli altri il Puglielli di “Occhi di cristallo” e il director’s cut di “Donnie Darko” -, si conferma come luogo deputato al cinema più marcatamente popolare, quello interessato più da vicino a colpire con violenza lo spettatore; il cinema più istintivo, verrebbe da dire.

E quest’anno di colpi ne sono stati sferrati davvero molti: a cominciare da quello che non esito a definire “il film più bello” dell’intero festival – ex equo con “Wild Blue Yonder” di Werner Herzog di cui parleremo tra poco -, ovvero l’animazione a passo uno di Tim Burton e Mike Johnson. “Corpse Bride” (o “La sposa cadavere”, come da traduzione nostrana) è uno dei più cristallini esempi di cinema che sia stato possibile rintracciare negli ultimi anni, ed è l’esempio perfetto da portare di fronte al tribunale critico che ancora oggi, dimostrando un ben poco senso storico, si ostina a relegare il cinema d’animazione in una nicchia. Come se non gli spettasse il riconoscimento di cinema ma dovesse per forza di conti essere considerato un fratello minore dello stesso, orfanello svantaggiato che potrà anche permettersi dei colpi di coda inaspettati ma senza poter agognare lo status del fratellastro più grande. E invece “Corpse Bride” nella sua essenzialità – non è certo nella trama, mutuata da una fiaba russa, che risiede la grandezza dell’opera – è veramente un oggetto strabiliante da osservare minuziosamente, in ogni sua minima peculiarità, per arrivare a comprendere quanto vicino alla perfezione esso sia. Non vi è nulla di pretestuoso nel cinema (così marcato e riconoscibile) di Burton, anzi…nella straordinaria sequenza del ballo degli scheletri, che mette sul piatto della bilancia in appena un paio di minuti tanto la memoria delle silly symphonies quanto il malato (in questo caso sarebbe meglio dire morto) cabaret brechtiano, si respira un’aria così magicamente infantile, nel senso più ampi del termine. Sarebbe errato affermare che solo tornando bambini si può ammirare la grazia e la magnificenza del lavoro svolto da Burton e Johnson, ma è proprio nell’instabilità umorale dell’infanzia che si può trovare un senso al film in questione e forse, ma sarebbe meglio rifletterci sopra, all’intero cinema di questo grande maestro statunitense.

Ma la sezione non è certo tutta qui: c’è stato ad esempio il colpo a sorpresa del buon Steven Soderbergh, uno che gira un film all’anno e pecca di continuità appaiando ottime sortite (“L’inglese” su tutti, ma anche i due capitoli con protagonista Clooney/Ocean e, in parte, “Traffic”) a cadute di stile notevoli. Qui a Venezia il padrino del cinema indipendente – e proprio grazie alla sua figura si può cercare di comprendere meglio la lettura del termine indipendenza nella cinematografia statunitense contemporanea – ha portato “Bubble”, immersione in un mondo tanto realistico da potersi permettere, nel finale, la deviazione “di genere”: girato in HD e pensato per un mercato che non faccia più divisioni tra l’uscita in sala e l’home video, “Bubble” è un’opera scomoda, mai conciliante, nella quale i personaggi sono trattati con freddezza. Si respira un’aria malsana che potrebbe forse ricondursi ad alcune derive lynchiane o al Wenders americano, ma anche un uso della tempistica che fa tornare alla mente Jarmusch e Linklater. Un film sull’America che è, prima di ogni altra cosa, la negazione della vita stessa: messa in scena di una routine che non è altro che la reiterazione infinita della ricerca del perché si sta al mondo. Domanda destinata a restare, nella migliore delle ipotesi, senza risposta. Mai, per quanto mi riguarda, Soderbergh aveva raggiunto un tale nitore stilistico. Degno della più spacca-schiena delle riverenze…

Per il resto, al di là di alcuni titoli evitabili (su tutti il ridicolo dramma adolescenziale “Backstage”, l’animazione digitale di “Final Fantasy VII”, il coatto elevato a modello di vita sia del Singleton di “Four Brothers” che della coppia Lau/Mak di “Initial-D” e il musical ipertrofico di Peter Ho-sun Chan “Perhaps Love”), impossibile non citare l’accoppiata horror composta da “The Descent” e “The Exorcism of Emily Rose”: il primo è, forse, il miglior horror (nella sua accezione classica) da anni a questa parte. La tensione che si sviluppa nel seguire la vicenda di questo gruppo di ragazze improvvisatesi speleologhe e alle prese con creature mostruose oltre che con una caverna labirintica è realmente insostenibile, soprattutto nel crescendo finale capace di culminare in un’apoteosi visiva tanto straziante quanto volutamente incapace di risoluzione. Neil Marshall dopotutto aveva già abituato bene il pubblico con il suo ottimo “Dog Soldier” e qui sembra muoversi sulle stesse linee direttrici, e dimostra di conoscerle a menadito. Meno perfetto nella sua messa in scena dell’horror eppure notevole anche il film di Scott Derrickson tratto, come vuole la prassi attuale, da una storia vera. Una ragazza, anni fa, morì durante un esorcismo: il suo prete fu messo sotto processo per omicidio. La trattazione del genere deve dunque scendere a patti con il thriller giudiziario, e proprio qui sta la pecca principale dell’opera: laddove sul terreno prettamente horror Derrickson si muove una grazia e un’arguzia notevoli – la sequenza dell’esorcismo nella stalla è un brano di puro delirio visivo tanto ossessivo quanto efficace – su quello del thriller da tribunale il meccanismo si inceppa e tutto torna alla normalità. Peccato, perché altrimenti staremmo qui a parlare di un piccolo capolavoro e non di un buon film. Ma queste sono, forse, facezie.

Non una facezia è invece la considerazione che Takashi Miike sia il più grande e anarchico regista contemporaneo: e la dimostrazione di questo assioma viene proprio dalla sua opera apparentemente più lontana dai canoni ai quali ha abituato il suo pubblico (in Italia, purtroppo, assai ristretto). “Yōkai daisensō" è, sì, un film per bambini, ma è anche e soprattutto un viaggio ipnotico in un universo favolistico ricco e variegato: e chi non è riuscito a vedere nelle dinamiche di quest’opera la messa in scena tipica di Miike dovrebbe andarsi a far visitare da un buon oculista. Da dove viene altrimenti la sequenza del rave dei mostri, ritrovo degli Yokai di ogni forma e dimensione intenzionati a ballare fino alle luci dell’alba neanche si trattasse di milanesi in fuga a Cervia e/o Rimini? La verità è che aver compreso Miike equivale ad aver compiuto un viaggio di ricerca innanzitutto sul proprio senso della visione ed essersi abbandonati a un flusso solo apparentemente incoerente ma che in realtà nasconde al proprio interno un universo quanto mai variegato e logico. Un punto d’incontro nel quale far confluire tanto gli Yakuza Eiga quanto i Manga, passando per l’appunto attraverso i miti e le favole (quest’ultimo film, ma a ben vedere anche “Izo” che qui a Venezia era approdato l’anno scorso) e approdando dalle parti dell’horror e dell’erotismo. Il solo essere a conoscenza dell’esistenza di un qualsiasi Miike è di per sé destabilizzante. Figuratevi vedersi anche i suoi film…

Da un regista iperproduttivo come Miike (64 film all’attivo in appena 13 anni) a una iperproduttività di registi come il film collettivo sui bambini voluto cocciutamente da Maria Grazia Cucinotta: sette episodi che ovviamente, come tutte le operazioni del genere, non permettono un’omogeneità critica. Sono così costretto a innalzare all’onore delle cronache praticamente solo gli episodi di Spike Lee – nei suoi venti minuti c’è più senso che nell’intera operazione – e John Woo, dispensando approvazione comunque anche per quanto filmato da Kusturica e Katia Lund. Il che, a conti fatti, è molto meglio di quanto sperassi.

Madonna santa quanto mi sto dilungando! Inizio a correre, cercate di stare al mio passo: non ho mai amato particolarmente Cameron Crowe e il suo cinema – in realtà non amo particolarmente neanche i suoi gusti musicali, ma forse questa affermazione lascia il tempo che trova per molti di voi…vabbè, oramai l’ho scritta e qua resta – ma “Elizabethtown” è una commedia di gran classe, senza dubbio alcuno. La prima mezzora è scritta in punta di penna, con una levità che lascia basiti e una profondità (nella strutturazione dei personaggi e nello sfruttamento delle situazioni) notevolissima. Già solo il cammeo di Alec Baldwin basterebbe a fare di questo viaggio nel Kentucky la miglior regia di Crowe, ma se non bastasse si aggiungono una buona sfilza di sequenze memorabili. Tra l’altro la versione lidense era ancora in fase di post-produzione: rivisto a Roma, rifinito e tagliato di una buona ventina di minuti, la considerazione si è anche elevata. Ho invece amato Stuart Gordon ben più probabilmente di quanto si meritasse (ok, “Re-animator” è lì, intoccabile e mirabile risultato dell’horror anni ’80, ma a parte questo?), ma mi ha fatto piacere notare come, a contatto con un’opera apparentemente a lui estranea come “Edmond” – a conti fatti si tratta pur sempre di una caduta nella follia, per quanto ben più razionale rispetto alle ipotesi delle altre sue creature -, sia riuscito a tirare fuori dal cappello un film mai banale. Magari non indispensabile come altri visti a Venezia, ma ad avercene di “contorni” di questo livello: come chiosa ideale un particolare plauso allo splendido script di David Mamet.

Delusione più cocente è stata “Seven Swords” di Tsui Hark che, al di là di alcune belle sequenze – già comunque straviste nel cinema di Tsui – è di una noia abissale, merito che divide equamente con la scuola di danza più efferata del mondo (seconda solo a quella argentiana di “Suspiria”) filmata da Irvin in “Fine Art of Love” e (in parte) con “Fragile” di Jaume Balagueró, horror troppo smaccatamente classico per sorprendere del tutto.

Noto alla fine di aver lasciato fuori praticamente solo “Cinderella Man” di Ron Howard e “Le parfum de la dame en noir” di Bruno Podalydès: non è stata una scelta razionale, tutt’altro…due film che mischiano senza soluzione di continuità pregi e difetti, in un’altalena continua che detto tra noi non è neanche così disprezzabile. Rimangono alla mente l’epica populista del finale di Howard e alcune deliziose situazioni grottesche del giallo di Podalydès. E probabilmente è meglio così.

 

INDICE

I. Introduzione

II. La Mostra in tempo di guerra (preventiva)

III. Il lavoro dell'accreditato su se stesso


IV. Il cinema secondo Muller
   a) Il Concorso
   b) Il Fuori Concorso
   c) Le Sezioni Collaterali
   d) Le Retrospettive
   e) Le Proiezioni Speciali

V. L’Italia è un paese povero

VI. L’album dei ricordi

VII. Memorandum

VIII. Una conclusione

IX. Il gioco del voto


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