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Raffaele a Venezia 2005 Anno IV

IV. IL CINEMA SECONDO MÜLLER

a) IL CONCORSO
Amanti (ir)regolari, specchi magici, “buona notte, e buona fortuna”

L'anno scorso preferii sorvolare con eleganza sui dissesti organizzativi della mostra - ricordate i ritardi negli inizi dei film? E gli errori di proiezione? - per incentrare il discorso su quello che mi apparve come un Concorso finalmente all'altezza di Cannes; ebbene, i problemi come abbiamo visto non sono scomparsi ma si sono modificati all'occorrenza, ma il Concorso del 2005 dovrà essere ricordato come la miglior selezione di opere internazionali vista da buoni quindici anni a questa parte al Lido. Peccato che lo splendore si sia concentrato nei primi giorni della mostra, con gli italiani a fungere da ideale chiusura e quindi costretti a ridimensionare l'intera sezione. Eppure mai come quest'anno tra i venti film scelti per la corsa verso il tanto agognato Leone d'Oro è stato possibile imbattersi in opere di valore assoluto. E questo nonostante la scelta - o la casualità - di dover fare i conti con la mancanza di autori nel senso storico del termine: un festival svecchiato, senza i Bertolucci, i Bellocchio, gli Chabrol e via discorrendo. Anzi, i nomi più apparentabili a questa idea critica della grandeur cinematografica erano Manoel de Oliveira - che a Venezia è un'istituzione, mancando raramente l'appuntamento annuale con il Lido - Takeshi Kitano, Abel Ferrara - al quale buona parte della critica non ha comunque perdonato il divorzio con Nicholas St. John e il dittico "Blackout"/"New Rose Hotel" - e Stanley Kwan, quest'ultimo di diritto nella ristretta cerchia sovra citata ma ben poco conosciuto nella pachidermica snellezza intellettuale della critica italiana.

Per il resto spazio a leve più o meno nuove, dal Fernando Meirelles che in coppia con Katia Lund diede vita nel 2002 all'ottimo "City of God" all'opera terza di Laurent Cantet, dall'opera undicesima di Terry Gilliam (genio contemporaneo che la critica non ha mai particolarmente apprezzato, o meglio non ha mai particolarmente voluto capire leggendolo esclusivamente nell'ottica di un cineasta fantasioso e squilibrato senza comprenderne il fondamentale lavoro d'invenzione di un nuovo approccio alla materia visiva e al visionario) all'oramai completamente occidentalizzato Ang Lee. Insomma, io stesso alla presentazione ufficiale del festival avevo mostrato delle riserve verso le scelte operate, ma mi sono dovuto ricredere.

Partiamo dalle visioni più esaltanti: su tutte si stagliano le opere del già citato de Oliveira, Philippe Garrel e Park Chan-wook. "Espelho mágico" continua a mostrare un autore in forma smagliante nonostante sia oramai prossimo il raggiungimento del secolo di età (siamo a quota 97, visto che il nostro è venuto alla luce nel 1908), e soprattutto continua a mostrare un regista capace di spaziare all'interno dei codici della messa in scena, nonostante il suo tocco sia facilmente riconoscibile. Siamo infatti lontani sia dalla costruzione narrativa di "Un film parlato" che dai tableux vivents su cui si dipanava la storia del Portogallo in "Il quinto impero": se dovessi cercare un fratello di sangue all'interno della filmografia del regista apparenterei "Espelho mágico" a "O passado e o presente" (film del 1971 visto il giugno scorso a Procida) e, in parte, al minore "La lettera" che passò a Cannes nel 1999. Anche qui, come nei due casi citati, de Oliveira compie un viaggio dissacrante eppur puntuale e filosofico all'interno dei rapporti di classe e soprattutto approfondisce il percorso all'interno dell'alta borghesia lusitana. Eppure quest'ultima opera è superiore sia al film del 1971 che a quello del 1999, per costruzione narrativa e per perfezione registica; probabilmente siamo di fronte alla migliore creatura partorita dal cineasta di Porto dai tempi di "Viaggio all'inizio del mondo". Fa bene al cuore scoprire come l'anzianità non vada necessariamente di pari passo con l'arteriosclerosi. Augurargli cento di questi film potrebbe apparire un gesto di scherno, eppure...

Philippe Garrel è un mio personalissimo idolo, nonostante la sua carriera autoriale non sia mai stata particolarmente seguita in Italia - ah, la nostra letargica distribuzione, quante colpe ha sul groppone!!!! -; se "J'entends plus la guitare" (il suo più lucido capolavoro, incursione nei meandri della mente e nel dolore della memoria) ricevette all'epoca un minimo di attenzione, vuoi anche per la vittoria del Leone d'argento proprio all'edizione veneziana del 1991, lo stesso non si può dire di lavori splendidi quali "La Cicatrice intérieur" - protagonista Nico, all'epoca moglie del regista -, "Les baisers de secours" e "Sauvage innocence" che passò scandalosamente in sordina al festival nel 2001. Straordinario regista di primi piani - per chi non fosse dello stesso avviso il rimando a "Les hautes solitudes" è quanto mai consigliato - Garrel si sofferma in "Les Amants réguliers" sugli sconvolgimenti sociali a Parigi a cavallo del '68. Immediato è arrivato il collegamento ai sognatori di Bertolucci, vista anche la partecipazione a entrambi i film del figlio di Philippe, Louis, qui giovane intellettuale sperduto più che nella vita sociale (il rapporto con la società dei protagonisti è relativo e soprattutto condensato nella partecipazione agli scontri di piazza del celebre maggio) nel rapporto amoroso con il personaggio interpretato da Clotilde Hesme. In questa storia d'amore si cristallizza l'intero cinema di Garrel, del quale è possibile riscontrare non solo le tematiche classiche ma anche la forma (lo straordinario bianco e nero abituale affidato a William Lubtchansky), gli stili di ripresa, i tempi allungati. Il cinema di Garrel non si rinnova perché non ne ha minimamente bisogno, ma continua a vivere riuscendo a evitare la ritorsione su sé stesso in maniera folgorante. Una delle visioni che riconciliano ciclicamente con la settima arte, avvolgente e passionale eppure così fredda, distante. Francese, verrebbe voglia di dire…ma non lo dico.

La critica tutta, nell'ultimo anno e mezzo, ha scoperto il "nuovo" cinema coreano, ignorando però che esso sbancava a destra e a manca da più di un lustro. Il caso di Park Chan-wook esemplifica questa dissonante falla all'interno della nostra critica: elogiato l'anno scorso a Cannes per il suo magnifico "Old Boy", sull'onda dell'entusiasmo ha visto edito nel nostro paese anche l'altrettanto splendido "Sympathy for Mr. Vengeance" (datato 2002). Ovviamente il "Sympathy for Lady Vengeance" presentato a Venezia chiude un'ideale trilogia sul tema della vendetta personale, e questa notizia ha permesso alla stampa della penisola di glissare su un film come "JSA: Joint Security Area" - senza pretendere che fosse scomodato "The Moon Is... the Sun's Dream", esordio effettivamente perso nella notte dei tempi - in tutta tranquillità. Ma è inutile fare drammi su queste manchevolezze: il cinema asiatico continua a essere considerato il vezzo esotico di buona parte della critica giovane (il corsivo mi sembra particolarmente appropriato). "Sympathy for Lady Vengeance"è l'ennesima dimostrazione di grandezza di Park, capace di muoversi sul sottile filo su cui barcolla la moralità con una destrezza rara; e se è vero che qui viene a mancare la presa immediata che caratterizzava "Old Boy" come si fa a non strabuzzare gli occhi di fronte a una messa in scena di tale splendore? Basterebbe la lunga sequenza nella quale i genitori delle vittime del pedofilo possono sfogare la loro rabbia repressa sull'omicida per annichilire buona parte del cinema contemporaneo. L'idea che un minuto di cinema messo in scena da Park (e come dimenticarsi il suo episodio all'interno di "Three... Extremes"?) possa spazzare via la quasi totalità della nostra cinematografia contemporanea è riflessione che porta a una rima immediata con depressione. Ad avercene di autori così liberi, noi poveracci impaludati nella televisione che si ritiene cinema…

Passiamo al resto del concorso: i film arrivati d'oltreoceano non sembravano proporre chissà quali meraviglie. Ang Lee, dopo il pessimo "Hulk" - ma anche il ritorno in patria col wu xia pian di "La tigre e il dragone" non aveva certo convinto - , appariva come l'ombra di se stesso, John Turturro e George Clooney potevano contare sul plauso incondizionato per l'arte attoriale più che per quella registica, John Madden non si riusciva a capire cosa ci stesse a fare lì in mezzo al concorso. Certo, c'era il nome di Terry Gilliam a risollevare le sorti dell'intera baracca, ma sarebbe bastato? Partendo proprio da "The Brothers Grimm" la risposta sarebbe nì. Mi spiego meglio: l'opera di Gilliam sui due fratelli terribili delle fiabe non è certo da buttar via, anzi, ma resta un film su commissione. Si riconoscono a tratti i graffi genialoidi dell'autore di "Time Bandits" (rivisto di recente a Locarno), "Brazil" e "Fear and Loathing in Las Vegas", ma si ha anche la netta sensazione che determinate scelte siano da attribuire più che altro alla produzione. Dopotutto non era possibile aspettarsi molto di diverso da ciò a cui si è assistito: dopo il disastro economico patito per via della "maledizione" lanciata verso chi cerca di architettare film tratti da Don Chisciotte (ed evidenziato nel bel documentario/backstage "Lost in La Mancha"), Gilliam si è dovuto accontentare di lavorare su commissione; "The Brothers Grimm"è stato il lasciapassare per il (si spera) più personale "Timeland" passato al festival di Toronto. Ciononostante, ripeto, l'opera in questione rimane un bell'esempio di fantasy, divertente e ben recitato (e Heath Ledger è un nome da segnarsi, almeno a giudicare dai film presenti al festival), con almeno un paio di sequenze degne di essere annotate sul taccuino delle cose che fa bene al cuore mantenere nella mente. Se "Romance & Cigarettes" di John Turturro fosse durato venticinque minuti di meno avremmo assistito a un piccolo capolavoro: peccato invece che quel finale bolso e stanco rovini buona parte di quanto visto in precedenza. Che è stato veramente un bel vedere: al di là della rilettura del musical che è alla base dell'intero progetto - e che deflagra nella straordinaria sequenza della street dance con poliziotti di contorno nella quale si lancia Christopher Walken e nella goffa seduzione ballerina di Kate Winslet - sconvolge piacevolmente il modo in cui è utilizzato l'elemento goliardico e soprattutto la volgarità estrema dei dialoghi (tanto per fare un esempio, dopo aver concluso l'atto sessuale con James Pandolfini, Kate Winslet gli si rivolge dicendogli "è stato bello, ma la prossima volta dovresti passare dall'entrata posteriore". E lui, di rimando "vuoi che ti pulisca il tubo della caldaia?"), liberatrice nella sua totale assenza di coordinate. E poi, come già annunciato, purtroppo il film muore scadendo in un melodramma non particolarmente arguto né capace di conquistare il cuore del pubblico. Peccato, veramente peccato.

Ang Lee, con il suo "Brokeback Mountain", ha invece rappresentato una delle sorprese più piacevoli in quanto completamente inaspettata. Ok, a un mese e mezzo di distanza dalla fine del festival tutti voi avrete letto di "cowboy gay", "western omosessuale" e tutte le altre forme grammaticali nei quali è stato rinchiuso il film del cineasta taiwanese trapiantato a Hollywood. Cercate di sgombrarvi la testa da queste semplificazioni però, perché "Brokeback Mountain" non è un western, se non per il mestiere che svolgono i due protagonisti - un bravo Jake Gyllenhaal e uno strepitoso (aridanga!) Heath Ledger -, ovvero i vaccai; in realtà si tratta di un melodramma teso e avvolgente, nel quale l'omoerotismo si adagia perfettamente, dolcezza e furore a fungere sia da contrasto interno che nel rapporto con la società che li circonda. La prima ora, sperduta sulla montagna del titolo - e che forse è la metafora meno elegante dell'opera, suonando letteralmente come montagna rotta dietro - vive di ritmi rarefatti, splendidamente eterei ma pronti a farsi improvvisamente carnali, la seconda si trascina fino alle estreme conseguenze nel "mondo reale", aggiungendo coppie alle coppie (e nel gioco delle mogli gabbate vince la fragile Michelle Williams, transfuga da "Dawson's Creek" e oramai habitué del cinema d'autore visto anche il ruolo da protagonista che le cedette Wim Wenders all'epoca di "La terra dell'abbondanza"). E forse si perde un po', ma è un peccato veniale che viene naturale perdonare. Opera che agisce direttamente a livello umorale, "Brokeback Mountain" non è stato il miglior film del concorso - come invece è stato (e)letto dalla giuria -, ma certamente si è difeso con onore. Ed eccoci a George Clooney e al suo "Good Night, and Good Luck", operazione a cuore aperto che cerca di estrarre dal tessuto sociale statunitense la vergogna del maccartismo, una delle più alte dimostrazione di potere antidemocratico dell'intero novecento - tanto più grave proprio perché capace di trovare terreno fertile in quella che si è sempre autoproclamata la terra della libertà -; Clooney, all'opera seconda come regista dopo l'imperfetto ma affascinante "Confessioni di una mente pericolosa" (imperfetto per via della regia, affascinante per via della sceneggiatura del geniale Charlie Kaufmann), tira fuori gli artigli e compone un quadro assai più convincente. Se da un punto di vista tecnico è impossibile non plaudere alle scelte operate dal direttore della fotografia Robert Elswit, con quel bianco e nero contrastato e splendente, è proprio da un punto di vista meramente registico che "Good Night, and Good Luck" merita di essere ricordato: la macchina da presa si attacca ai volti dei protagonisti (l'ottimo David Strathairn, ma anche un redivivo Robert Downey Jr., Frank Langella, Jeff Daniels e, dulcis in fundo, lo stesso Clooney in un ruolo minore), pronta a seguirne le bizze, i vezzi, i tic e la messa in scena si fa ansiogena eppure placida, movimentata eppure così geometrica, ordinata. E il grido d'indignazione intellettuale nei confronti di ciò che fu quel periodo oscurantista e dal sapore fascistoide è tanto più lucido quando nega la possibilità di una risoluzione reale, ammonendo chi ritiene di vivere tuttora nel regno della libertà - sia essa di stampa, di opinione, di aria - e proponendosi non come rilettura nostalgica del tempo passato ma come metafora dell'attuale, dell'odierno. Clap, clap, clap.

In tutto questo mare di peana ho preferito evitare la visione di "Proof" di John Madden: non posso così cercare motivazioni alla sua presenza al concorso. A dir la verità anche i pochi fidi colleghi che lo hanno visto sono tuttora alla ricerca del senso della sua partecipazione, quindi meglio passare direttamente oltre e approdare in Europa. Così facendo tra l'altro parto subito con l'elencare gli altri due titoli in concorso che non ho visto, "Gabrielle" di Patrice Chéreau e "Persona non grata" di Kržysztof Zanussi. Se dal Portogallo, oltre al già citato de Oliveira, è arrivato anche il bel "O Fatalista" di João Botelho - acida commedia morale estrapolata da Diderot che diventa istantanea sul ruolo della messa in scena, del destino e della regia degli eventi -, la Francia affianca allo straordinario ritratto giovanile di Garrel l'ottimo "Vers le sud" di Laurent Cantet. Dopo aver mostrato le miserie europee inerenti al lavoro ("Risorse umane" ma anche e soprattutto "A tempo pieno"), Cantet racchiude la tragedia di Haiti sotto la crudele reggenza dei Duvalier nelle azioni e nei pensieri di tre donne nordamericane, calate sull'isola per praticare il più "sano" dei turismi sessuali. La miseria della vita prigioniera della dittatura viene dunque moltiplicata all'infinito dall'ennesimo esempio di colonialismo occidentale, il più subdolo, il più squallido. Accompagnato alla sceneggiatura e al montaggio dal fedele Robin Campillo - autore l'anno scorso del non certo memorabile "Les revenants" -, Cantet traccia le direttive di un cinema civile ostico ed estremamente pessimista, rileggendo il dramma di Haiti in una chiave decisamente intima come avevano fatto con risultati eccellenti Jonathan Demme con il documentario su Jean Dominique "The Agronomist" e, più in là nel tempo, Wes Craven con l'horror in salsa voodoo "Il serpente e l'arcobaleno". Ottimo il cast al femminile composto da Karen Young, Charlotte Rampling e Louise Portal.

Un'altra splendida conferma del festival è arrivata da Fernando Meirelles: il suo "The Constant Gardner", esempio fulgido di coproduzione (GB, Germania e Kenya, sempre tenendo conto che l'autore è brasiliano), è un altro caso paradigmatico per quanto riguarda il cinema civile contemporaneo. Lucida critica allo strapotere delle multinazionali e al loro ruolo politico in Africa, "The Constant Gardner"è anche una straziante e coinvolgente storia d'amore, messa a fuoco nell’illuminazione bruciata e brulla di César Charlone – al lavoro anche in “City of God” – e trascinata via nei ritmi ansiogeni del thriller. Una delle visioni più consolanti degli ultimi giorni, senza dubbio. Molto meno consolante invece la visione di “Garpastum” di Aleksey German Jr., spacciato come film sul calcio e in realtà melodramma mai troppo avvincente sulla Russia a cavallo della Rivoluzione d’Ottobre: la cosa assurda e irreale è che i quattro protagonisti vengono considerati da tutti gli altri come dei geni dell’arte del pallone, ma non sanno neanche fare quattro palleggi in fila. Considerando la memoria dell’ottima scuola sovietica non si riesce a capire perché siano stati scelti attori così scarsi tecnicamente. Roba che anch’io, nella mia medietà, sarei apparso lì in mezzo come un novello Protasov…e la cosa è più grave di quanto possa apparire, ve lo assicuro.

Prima di puntare l’occhio del cannocchiale sulle note dolenti della nostra cinematografia e concludere dunque in tragedia il tracciato all’interno del Concorso mi permetto di risollevare gli animi narrando le gesta del cinema orientale. Esaurito già il riverente inchino nei confronti di “Sympathy for Lady Vengeance”, sposto l’attenzione sugli altri due film con gli occhi a mandorla presenti nella selezione ufficiale. Il primo è stato “Takeshis’”, sorpresa annunciata di Takeshi Kitano e, forse, sua opera più controversa di sempre: Kitano, mettendo in scena la propria memoria storica – addirittura il duo Two Beats nel quale mosse i primi passi -, mette in scena se stesso e il doppio di sé, in un viaggio allucinato e scostante, scorbutico e a tratti spaesato. Opera incompleta eppure strabordante, corpo dal quale colano via i detriti dello Yakuza Eiga quanto il melodramma, la goliardia folle à la “Getting Any?” e la nostalgia mnemonica che si respirava in “Kids Return”, l’ultima fatica di Kitano convince pur non esaltando completamente, ma sicuramente mostra un regista talmente consapevole del suo ruolo all’interno dei meccanismi cinematografici da potersi permettere oramai (quasi) tutto. E quell’aria vagamente kaufmaniana che si respira di tanto in tanto fa bene al cuore. Ancora più rimarchevole è risultato l’ultimo lavoro di Stanley Kwan, cineasta hongkonghese ancora colpevolmente sconosciuto in Italia – i più attenti ricorderanno almeno “Hold You Tight” e “Red Rose, White Rose” -: “Changhen ge”, che nella sua riscrittura inglese diventa “Everlasting Regret”, è un melodramma straordinario nel quale il tempo e lo spazio vivono una rilettura continua, flashback e flashforward dell’esistente in perpetua modifica. La strenua lotta della protagonista per difendere il proprio diritto a essere viva e felice, nonostante l’incedere del tempo e il continuo sostituirsi degli uomini che ha intorno acquista, grazie alla magistrale messa in scena di Kwan, un valore epico raro nella cinematografia contemporanea, e che potrebbe per varie ragioni (da quelle tematiche a quelle più meramente geografiche) imparentarlo con Wong Kar-wai, se non fosse che il senso della costruzione scenica dei due cineasti è assai distante tra loro. Alcune sequenze, come quella del ballo all’inizio del film, rimangono nella mente tra le visioni più belle dell’intero festival.

E per concludere Avati/Comencini/Faenza, posizionati qui in rigoroso ordine alfabetico. Ho già scritto a lungo su di loro e non vorrei donargli più importanza di quanto minimamente meritino, quindi passo velocemente dicendo che l’unico film ad avvicinare la sufficienza è “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini: certo, c’è la ridicola parte ambientata negli USA (e per la prima volta ho avuto la sensazione che Lo Cascio recitasse davvero male), ma quantomeno si percepisce la voglia di fare cinema, e anche la consapevolezza di saperlo più o meno fare. Invece Pupi Avati e Roberto Faenza dirigono due opere adatte a una miniserie in tre puntate su RaiUno, ridicole nella messa in scena e addirittura patetiche a livello di scrittura: “La seconda notte di nozze” tra l’altro aggiunge a tutti questi difetti il fastidioso sentore di volersi aggirare dalle parti del cosiddetto “cinema civile”. La dedica finale a “tutti i bambini che hanno fatto bum” è quasi pornografica nella sua indecenza.

Tre film italiani, tre modalità diverse di fischio. Ma il risultato, purtroppo, non cambia.

 

INDICE

I. Introduzione

II. La Mostra in tempo di guerra (preventiva)

III. Il lavoro dell'accreditato su se stesso


IV. Il cinema secondo Muller
   a) Il Concorso
   b) Il Fuori Concorso
   c) Le Sezioni Collaterali
   d) Le Retrospettive
   e) Le Proiezioni Speciali

V. L’Italia è un paese povero

VI. L’album dei ricordi

VII. Memorandum

VIII. Una conclusione

IX. Il gioco del voto


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