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RAFFAELE A VENEZIA ANNO III

inoppugnabile resoconto a cura di Raffaele Meale

VII. STORIE DI ORDINARIA CULT(URA)


Mitologia festivaliera

Come ogni anno anche questa edizione del Festival ha riservato scene e siparietti da antologia. Tra dissesti organizzativi, improvvisi colpi di follia e causalità imprevedibili ho avuto modo di assistere a un campionario di bestialità veramente notevoli.

Ecco alcuni succosi esempi:

  • Al primo posto impossibile non citare Michele Placido. Sarebbe stato da primo posto anche solo per il coraggio di portare a Venezia un altro film dopo l’orripilante "Un viaggio chiamato amore". E’ diventato da primo posto con ancora maggior sicurezza dopo la sorprendente reazione del pubblico alla proiezione per la stampa: tutti in piedi alla fine del film, dopo un’ora e mezza di risatine e prese in giro, a fischiare in maniera congiunta l’opera. E’ diventato primo con distacco però solo dopo la proiezione in Sala Grande: applaudito dal pubblico pagante – ed evidentemente dimentico del fatto che metà della sala fosse occupata da invitati suoi e di mamma RAI – si è messo a piangere, ha conquistato l’uscita spintonando a destra e a manca, e si è ritrovato sulle scalinate di sinistra, quelle che danno sull’entrata secondaria del Palagalileo. Lì c’era un capannello di persone in paziente attesa della fine di "Palindromes" (alla cui proiezione erano riusciti a entrare solo 10 accrediti cinema, compreso il sottoscritto) e dell’inizio di "Iron-3". Intravedendo nella folla, nel suo raptus di follia, coloro che avevano dileggiato la sua opera solo il giorno prima il buon Placido ha iniziato a urlare "ecco, li sentite (gli applausi in sala, N.d.A.)? Eccola la verità, eccola!!! Come l’altra volta, come l’altra volta!"

L’altra volta in questione è riferita alla vittoria di Accorsi per "Un viaggio chiamato amore", ovvero lo scandalo di due anni fa. Scandalo che nonostante le profezie placidiane non si è ripetuto. Dubito che Michele Placido metterà mai più piede alla mostra, ma se anche fosse il suo arrivo al Lido sarebbe oramai anticipato dalla fama di pessimo regista e di cretino. Fama coraggiosamente acquistata sul campo.

  • Durante la proiezione di "Izo" di Takashi Miike si è potuto assistere a un interessante flusso migratorio che portava la stampa e gli "Industry" a uscire rumorosamente dalla Sala Perla. Questo è dovuto a un solo fattore: l’ignoranza. Il 95% degli accrediti stampa presenti al Lido ignorava totalmente l’identità autoriale di Miike e si era messo educatamente in fila solo perché nel film recitava (pur in una parte micragnosa) Takeshi Kitano. Dunque tutti, con un rapido calcolo, avevano pensato che il cinema di Miike si avvicinasse molto a quello di Kitano. E’ come ignorare chi sia Pier Paolo Pasolini e vedere "Uccellacci e uccellini" convinti di trovarsi di fronte al classico film a gag con protagonista Totò. Comunque, dopo i primi corpi squartati la sala si è svuotata. Eppure il mio riconoscimento non va a tutti coloro che sono usciti – che pure meriterebbero una menzione d’onore, tipica dimostrazione d’ignoranza della nostra stampa che non si prende neanche la briga di indagare sul regista prima di vedere il film – ma a quei tre mentecatti che uscendo sono inciampati, cadendo rovinosamente al suolo uno sopra l’altro. Contorsionismo da festival, acrobazie per accreditati.
  • Come ho avuto già modo di dire Quentin Tarantino è stato oggetto di uno degli sport preferiti del festival: inseguirlo, pedinarlo, chiedergli autografi in continuazione e riprenderlo con la telecamera. Solitamente lui ha reagito con molta calma, ma si è permesso una risposta degna del suo nome. A una ragazza che chiedeva di poterlo fotografare lui ha risposto: "Perché? Non sono mica una chiesa". Applausi.

  • Ho sempre avuto modo di elogiare la comodità del Palagalileo, la mia sala preferita in assoluto a Venezia (schermo enorme, poltroncine mediamente confortevoli, acustica eccellente). La voce si deve essere realmente sparsa se quest’anno la sala era diventata la casa di un simpatico pipistrello, che durante gli spettacoli serali soleva volteggiare verso il fascio di luce. A parte qualche urletto alla prima apparizione, tutto il pubblico si era poi abituato alla sua presenza. Divertente e bucolico.

  • Marco Giusti e Luca Rea hanno presentato ogni film della retrospettiva cercando di intavolare un breve dibattito che introducesse il pubblico alle varie opere. Peccato che ogni volta si riducessero a parlare dei cavoli loro, tirando fuori aneddoti incomprensibili ai più e riportando pezzi di vita ignoti a chiunque. Come il paventato "controcampo di Dino Risi" a "W la foca!". Ancora sto cercando di capire cosa diavolo potesse significare.

  • Sempre a "W la foca!" impossibile non ricordare come l’unica persona in sala capace di ridere a ogni battuta fosse l’austero (????) critico Sergio Grmek Germano. Considerate solo che io per ridere non guardavo lo schermo, ma le sue reazioni. Straordinariamente mitico.

  • Un discorso a parte, lungo e complesso, lo merita la cerimonia di chiusura della mostra. Se si fosse trattato di un film sarebbe risultato come uno dei capisaldi del cinema comico mondiale. Ora, non sta a me assegnare colpe e meriti, e probabilmente avrà ragione Claudia Gerini nell’affermare di essere stata mandata allo sbaraglio, fatto sta che l’ora e mezza in diretta dalla Fenice ricostruita (io mi trovavo comodo comodo in Sala Grande) mi ha fatto più e più volte rovesciare sulla sedia dalle risate. Si è iniziato con la citazione di una frase di Sophia Loren alla quale la "ciociara" ha commentato "ma io non ho mai detto quella frase in tutta la mia vita". E vai! Si è continuato con uno Stanley Donen che ha sbeffeggiato la povera Gerini per una buona decina di minuti, per poi arrivare ai veri e propri capolavori:

  1. Quando è stato assegnata l’Osella come riconoscimento tecnico al film di Miyazaki la Gerini ha scambiato il capo-tecnico che l’ha ricevuto per il regista stesso, facendogli domande a cui assolutamente non poteva rispondere, la traduttrice colta da narcolessia improvvisa è arrivata difilato dalle retrovie avendo perso metà discorso, la stessa Gerini ha concluso il tutto dicendo "sono felice che abbia vinto questo "Castello errante errante (sic!) di Howl" perché so che è un film pacifista. Io non l’ho visto ma mi hanno detto che è bello e poi è un film pacifista ed è importante in questo momento di…guerra…orribile."

  2. Quando ha ricevuto il premio, Kim Ki-Duk è salito sul palco con un occhio disegnato sulla mano affermando che quel simbolo avrebbero potuto capirlo solo coloro che avevano visto il film (tra l’altro io, che avevo visto il film, lì per lì non ero riuscito a ricordarmelo). La Gerini ha tagliato corto affermando "va bene, vuol dire che andremo a vederlo".
  3. Prima di assegnare il premio a Kim Ki-Duk la Gerini aveva in realtà già chiamato sul palco il direttore della Biennale per assegnare il Leone d’Oro, salvo poi ricacciarlo indietro mentre farfugliava "scusate, sarà stata l’emozione, scusatemi veramente…mi sono dimenticata di assegnare un premio. In realtà non è colpa mia ma anche del giurato che ha letto un premio al posto di un altro". Il giurato in questione era Spike Lee: in questo gioco di scaricabarile non si è veramente salvato nessuno.

  4. Claudia Gerini ha cercato anche di far capire il suo ruolo sociale al vecchio Donen strillandogli nelle orecchie "I’m an actress, I’m an actress".

  5. Quando è salito sul palco Ismael Ferroukhi per ritirare il premio della Settimana della Critica la Gerini, abbandonata dalla traduttrice (corpo morto dell’intera serata) si è improvvisata tramite dal francese all’italiano, salvo perdersi completamente al primo verbo irregolare.

  6. La Gerini avrebbe dovuto distribuire anche i microfoni ai vincitori per permettergli di parlare, ma se ne è dimenticata regolarmente. La traduttrice, anche lei fornita del cosiddetto "cono" ha pensato bene di fornire il suo al povero Javier Bardem. Peccato che questa mossa abbia coinciso con l’unica occasione in cui la nostra attrice ha fatto il suo dovere, cosicché i due microfoni si sono fortemente scontrati all’altezza del mento di Bardem, che ha fatto un salto indietro spaventato.

Sicuramente c’è ancora qualcosa che mi sono scordato (ah sì! L’aver fatto parlare alcuni vincitori e altri no!!!) ma penso che questo basti a rendere chiara la pochezza del gala conclusivo. Un disastro sotto tutti i punti di vista. Vabbé, sarà per l’anno prossimo…

 

 

INDICE
I. Anno terzo, annotazioni
 
II. Vita da accreditato versus pestilenza
 
III. "E' un bel film, l'ha visto?"
a) il concorso
b) le sezioni collaterali
c) i fuori concorso
d) le retrospettive
 
IV. Italians do it...
 
V. I cartoni animati
 
VI. L'album dei ricordi
 
VII. Storie di ordinaria cult(ura)
 
VIII. "Sono un dimenticone"
 
IX. Il gioco del voto
 
 

 


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