E se il Bogart
del futuro te lo facesse il Mac?
E’ vero, la vittoria
di Hayao Miyazaki al festival di Berlino con "La
città incantata" ha dato una grossa mano
all’accettazione del cartone animato anche
durante le austere kermesse festivaliere della Vecchia
Europa. "Shrek" fu presentato a Cannes,
a Venezia arrivò nel 2001 "Waking Life"
di Richard Linklater – che avrebbe strameritato la
vittoria finale – dove gli attori in carne e ossa
sono ricondotti, tramite il rotoscopio, ad una forma
più vicina al cartoon, ma senza il successo
del film di Miyazaki alla berlinale immaginarsi un
programma come quello visto quest’anno a Venezia sarebbe
risultato difficile quando non fortemente improbabile.
Quasi ogni sezione poteva contare sul suo bel cartone
animato: in concorso c’era proprio il caro, vecchio
Miyazaki con il suo "Castello errante di Howl",
fuori concorso si faceva largo Katsuhiro Otomo con
"Steamboy", nelle Giornate degli autori
Anders Ronnow-Klarklund si affidava a delle marionette
per dare corpo ai protagonisti di "Strings",
come evento speciale era previsto "Shark Tale",
nuova fatica della Dreamworks, nel cinema in digitale
ci si poteva imbattere in un piccolo pre-montato di
"Final Fantasy VII. Advent Children" di
Tetsuya Nomura. Perfino la retrospettiva sul cinema
italiano perduto permetteva la visione di un cartone
animato, "I fratelli Dinamite" di Nino Pagot.
Il cartone animato ha avuto dunque modo di mostrare
molte delle sue facce; troppo spesso infatti il prodotto
è ricondotto ciecamente al pubblico infantile.
Soprattutto il film di Otomo e la riflessione tragica
di Ronnow-Klarklund sembrano opporsi a questo punto
di vista riduttivo: il cinema a cartoni animati è
una realtà che ha trovato nuova linfa vitale
nelle tecniche digitali. Già il primo "Final
Fantasy" aveva ipotizzato la riproduzione realistica
dei gesti e delle espressioni umane, andando oltre
la bidimensionalità disneyana a favore di una
messa in scena credibile e coinvolgente anche per
un pubblico adulto. Pur escludendo una "presa
di potere" da parte dell’arte del cartone animato
nei confronti del resto della cinematografia classica,
non si può non rendersi conto di come il disegno
– digitale o a tempera che sia – conti, nell’immaginario
visivo dei nostri anni, quanto una ripresa dal reale.
E se "Steamboy" rientra tranquillamente
nella top five del festival, se Miyazaki si
porta a casa un altro premio, se "Strings"
risulta essere uno dei migliori film delle Giornate
degli autori, se i fratelli Pagot mostrano una
vitalità sorprendente allora non resta poi
molto da dire sulla scelta, meritoria e coraggiosa,
di Marco Müller (che ha anche affidato al cartoonist
sudafricano William Kentridge la sigla della mostra
– non un granché a mio parere – e ha ospitato
un altro cortometraggio animato dello stesso Kentridge
nella programmazione). Nella speranza che anche gli
altri festival seguano questa scia, dando il giusto
spazio a un’arte che ha ancora molto da dire.