Forse che forse una volta tanto…
Mi reco per assistere
al Festival di Venezia ininterrottamente dal 1998.
Da allora torno regolarmente a casa elogiando questo
o quel film, plaudendo questo o quell’autore, ammirando
questo o quell’attore e piangendo lacrime amare sulla
sorte della nostra cinematografia. Pur notando una
lieve controtendenza nell’ultimo anno, grazie agli
esordi di Costanza Quatriglio e Franco Battiato al
ritorno sulle scene di Bellocchio, Piavoli e del duo
delle meraviglie Ciprì e Maresco e soprattutto
alla straordinaria conferma di Matteo Garrone, sono
arrivato al Lido senza troppe speranze. Temevo anzi
che anche coloro sui quali facevo affidamento, ovvero
Eros Puglielli e Daniele Gaglianone, mi tradissero
sul più bello. E invece è successo qualcosa
di sorprendente: non solo nell’insieme la nostra baracca
cinematografica ha resistito più che degnamente
alle sferzate del vento, ma anzi alcune delle nostre
opere sono apparse perfettamente al livello dei migliori
film del festival. La conferma (che spero diventi
definitiva affermazione) di Eros Puglielli rappresenta
in sé anche una sfida coraggiosa: riportare
nel cinema italiano i germi di quel cinema di genere
che fece la fortuna della settima arte nostrana durante
gli anni ’70. Riuscire a raggiungere ciò che
abbastanza inutilmente hanno cercato di fare negli
ultimi dieci anni Dario Argento, Sergio Stivaletti,
Michele Soavi e Alex Infascelli; portare la gente
al cinema a vedere il thriller all’italiana,
genere che non sembra godere più di alcun appeal
tra il pubblico. "Occhi di cristallo" ha
la classe e la forza per riuscire in questo delicato
compito. Nella speranza che chi di dovere sappia cogliere
al balzo l’occasione. L’occasione di far ridiventare
il cinema italiano un’industria, l’occasione di rilanciare
il nostro prodotto sul mercato internazionale dopo
anni di crisi nera, nerissima.
Sotto quest’ottica
possono aiutare anche operazioni come quelle di Rodolfo
Bisatti e di Daniele Gaglianone, capaci di mettere
in scena un cinema assolutamente non televisivo –
una delle tare più gravi del cinema italiano
è quella di essersi adagiato totalmente sui
tempi, i ritmi e le luci della tv -, di grande impatto
emotivo e privo di presuntuose prerogative autoriali.
"Il giorno del falco" è una commedia
sbilenca, a pochi passi dal dramma, risolta da uno
spirito profondamente surreale e ironico, "Nemmeno
il destino" è un buon film di formazione,
non perfetto e non coeso ma in grado di impennate
notevoli, soprattutto nella prima metà (nella
quale splende di luce propria l’interpretazione dell’esordiente
Fabrizio Nicastro, veramente notevole).
Vincenzo Marra con
il suo "Vento di terra" è invece
la dimostrazione di come le velleità autoriali
non debbano per forza coincidere con pratiche masturbatorie
e psicologismi da operetta. Il protagonista del film
è una maschera glaciale, sembra quasi non poter
provare emozioni, il mondo gli scorre addosso e lui
cerca disperatamente di adattarsi, negando ogni possibilità
di reale rivalsa. Magari eccessivamente disperante,
ma capace di un’acutezza notevole.
Per il resto c’è
da annotare il marcio italiano di questo festival,
di cui ho già parlato: Amelio (anche se almeno
lui si avvicina alla decenza), Mazzacurati, Placido,
Antonioni, Cappuccio. Ma almeno una volta tanto non
sono costretto a concedere a loro tutto il mio spazio.
Anzi, posso addirittura limitarmi a citarli in calce
al pezzo. E questo vuol dire veramente molto…