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RAFFAELE A VENEZIA ANNO III

imparabile resoconto a cura di Raffaele Meale

IV. ITALIANS DO IT…



Forse che forse una volta tanto…

Mi reco per assistere al Festival di Venezia ininterrottamente dal 1998. Da allora torno regolarmente a casa elogiando questo o quel film, plaudendo questo o quell’autore, ammirando questo o quell’attore e piangendo lacrime amare sulla sorte della nostra cinematografia. Pur notando una lieve controtendenza nell’ultimo anno, grazie agli esordi di Costanza Quatriglio e Franco Battiato al ritorno sulle scene di Bellocchio, Piavoli e del duo delle meraviglie Ciprì e Maresco e soprattutto alla straordinaria conferma di Matteo Garrone, sono arrivato al Lido senza troppe speranze. Temevo anzi che anche coloro sui quali facevo affidamento, ovvero Eros Puglielli e Daniele Gaglianone, mi tradissero sul più bello. E invece è successo qualcosa di sorprendente: non solo nell’insieme la nostra baracca cinematografica ha resistito più che degnamente alle sferzate del vento, ma anzi alcune delle nostre opere sono apparse perfettamente al livello dei migliori film del festival. La conferma (che spero diventi definitiva affermazione) di Eros Puglielli rappresenta in sé anche una sfida coraggiosa: riportare nel cinema italiano i germi di quel cinema di genere che fece la fortuna della settima arte nostrana durante gli anni ’70. Riuscire a raggiungere ciò che abbastanza inutilmente hanno cercato di fare negli ultimi dieci anni Dario Argento, Sergio Stivaletti, Michele Soavi e Alex Infascelli; portare la gente al cinema a vedere il thriller all’italiana, genere che non sembra godere più di alcun appeal tra il pubblico. "Occhi di cristallo" ha la classe e la forza per riuscire in questo delicato compito. Nella speranza che chi di dovere sappia cogliere al balzo l’occasione. L’occasione di far ridiventare il cinema italiano un’industria, l’occasione di rilanciare il nostro prodotto sul mercato internazionale dopo anni di crisi nera, nerissima.

Sotto quest’ottica possono aiutare anche operazioni come quelle di Rodolfo Bisatti e di Daniele Gaglianone, capaci di mettere in scena un cinema assolutamente non televisivo – una delle tare più gravi del cinema italiano è quella di essersi adagiato totalmente sui tempi, i ritmi e le luci della tv -, di grande impatto emotivo e privo di presuntuose prerogative autoriali. "Il giorno del falco" è una commedia sbilenca, a pochi passi dal dramma, risolta da uno spirito profondamente surreale e ironico, "Nemmeno il destino" è un buon film di formazione, non perfetto e non coeso ma in grado di impennate notevoli, soprattutto nella prima metà (nella quale splende di luce propria l’interpretazione dell’esordiente Fabrizio Nicastro, veramente notevole).

Vincenzo Marra con il suo "Vento di terra" è invece la dimostrazione di come le velleità autoriali non debbano per forza coincidere con pratiche masturbatorie e psicologismi da operetta. Il protagonista del film è una maschera glaciale, sembra quasi non poter provare emozioni, il mondo gli scorre addosso e lui cerca disperatamente di adattarsi, negando ogni possibilità di reale rivalsa. Magari eccessivamente disperante, ma capace di un’acutezza notevole.

Per il resto c’è da annotare il marcio italiano di questo festival, di cui ho già parlato: Amelio (anche se almeno lui si avvicina alla decenza), Mazzacurati, Placido, Antonioni, Cappuccio. Ma almeno una volta tanto non sono costretto a concedere a loro tutto il mio spazio. Anzi, posso addirittura limitarmi a citarli in calce al pezzo. E questo vuol dire veramente molto…

 

 

INDICE
I. Anno terzo, annotazioni
 
II. Vita da accreditato versus pestilenza
 
III. "E' un bel film, l'ha visto?"
a) il concorso
b) le sezioni collaterali
c) i fuori concorso
d) le retrospettive
 
IV. Italians do it...
 
V. I cartoni animati
 
VI. L'album dei ricordi
 
VII. Storie di ordinaria cult(ura)
 
VIII. "Sono un dimenticone"
 
IX. Il gioco del voto
 
 

 


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