a) IL CONCORSO
Ovunque siano le chiavi di casa Vera Drake non avrà
mai il mare dentro
Dovrei effettivamente parlare dei gravi dissesti organizzativi
che questa mostra ha vissuto, dai catastrofici ritardi
in sala (anche di due, tre ore) agli errori dei proiezionisti,
capaci di inserire a metà del film collettivo
"Eros" la bobina di "Stryker"
di Noam Gonick, fino ad arrivare alla sottotitolazione
di alcune opere, in netto ritardo sulle immagini.
Dovrei effettivamente dilungarmi su tutto questo,
perché la già traballante sedia di Müller
potrebbe ricevere il colpo definitivo in seguito alle
rimostranze fatte dagli ospiti della kermesse. Dovrei,
e ne sono consapevole, ma non lo farò. Accontentatevi
di questo inciso e fatene tesoro; la Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica di Venezia del 2004 ha vissuto
un’organizzazione fallace, imprecisa e sbilenca. Punto.
E ora fatemi passare ai film, che è ciò
che più mi aggrada.
Negli ultimi anni
il concorso di Venezia si era sempre dimostrato inferiore,
come concentrazione di opere meritevoli di un plauso,
alle sezioni collaterali – soprattutto nei confronti
di "Controcorrente" si notava una notevole
disparità -; va dunque dato atto a questo 2004
di aver ospitato un concorso finalmente degno di questo
nome, e per varietà di stili e per livello
generale.
La più piacevole
delle sorprese arriva da Alejandro Amenabar, noto
in Italia soprattutto per la trasferta americana nella
quale portò a termine l’ottimo "The Others":
il suo "Mar adentro" è una perla
luccicante, splendido esempio di cinema da camera,
dramma leggero su un tema pesantissimo (soprattutto
di questi tempi) come l’eutanasia, fulgido esempio
di regia. La recitazione di Javier Bardem è
ottima, magari un po’ di maniera, ma indubbiamente
efficace, la macchina da presa del giovane regista
spagnolo, che per la prima volta abbandona le atmosfere
horror e metafisiche che lo avevano reso celebre (oltre
al già citato film con la Kidman i due notevoli
"Tesis" e "Apri gli occhi"), si
muove con una grazia innata e si permette di volare
letteralmente via dalla finestra, superando le campagne
e le montagne per raggiungere la spiaggia e mettersi
docilmente a pedinare Belén Rueda. Il piano
sequenza geograficamente più esteso della storia
del cinema! Se il cinema spagnolo mostra dunque la
sua faccia migliore lo stesso non si può dire
di Francia e Italia. Da oltralpe siamo costretti a
rimarcare l’altalenante carriera di François
Ozon, regista iperattivo incapace di mantenere un
equilibrio costante tra le sue opere. Il suo ultimo
"5 X 2" promette inutilmente tanto, troppo:
il senso del titolo sta nella scelta di mostrare cinque
frammenti di vita di una coppia destinata al divorzio.
Un’operazione non dissimile da quella tentata anni
fa da Gianluca Maria Tavarelli con l’apprezzabile
"Un amore"; peccato che Ozon si perda completamente
in almeno tre dei cinque episodi, avallando l’ipotesi
che il titolo stia a significare "su 5 guardatene
solo 2" o anche "paghi 5, prendi 2".
Rimangono il primo frammento, crudele, aspro, doloroso
e assolutamente non consolatorio e la scelta del finale
in campo lungo, al tramonto (tramonto voluto, visto
che a rigor di logica la sequenza in questione si
svolge di mattina), con la coppia che entra in mare
fianco a fianco, silenziosamente. Nonostante il mio
odio viscerale per Valeria Bruni Tedeschi sono addirittura
costretto ad ammettere che qui non se la cava assolutamente
male. Starò forse diventando troppo buono?
Leggera delusione
la sensazione che ha fatto seguito alla visione di
"Rois et Reine" di Arnaud Desplechin: delusione
dettata dalla fede che avevo riposto nell’autore francese
prima dell’approdo a Venezia. L’autore di "Esther
Khan" (film interpretato da Summer Phoenix, sorella
di River e Leaf: la riflessione sulla scelta dei nomi
propri di questa famigliola la lascio volentieri a
voi) si trascina qui in una sorta di film specchio,
dominato da due personaggi forti come Nora (interpretata
da Emmanuelle Devos, attrice storica di Desplechin,
che qui avrebbe veramente meritato un riconoscimento
ufficiale) e Ismael (Mathieu Amalric, più volte
a fianco di Otar Iosseliani fin da "I favoriti
della luna"). Le vicende di questi due personaggi,
sposati e poi divorziati, si dipanano tra morti, memorie,
reclusioni in manicomio. Lo stile di Desplechin li
segue con ironia e apparente leggerezza, cercando
di cogliere il lato ridicolo delle vicende umane.
Peccato che l’insieme non risulti affatto coeso, rischiando
anzi di apparire eccessivamente sbrindellato; e se
è vero che lo stile proprio di Desplechin persegue
questa linea autoriale, è altrettanto indiscutibile
come qui la forza della messa in scena sia incapace
di deflagrare in tutta la sua possanza. Nulla di catastrofico,
sia chiaro, il film si mantiene comunque su livelli
più che accettabili. Delusione dettata da affetto,
caso che non resterà isolato in questa mostra
(leggere dopo alla voce "Tsukamoto"). Ecco
tutto.
Il terzo francese
in concorso, Claire Denis, è anche decisamente
il migliore del lotto: film ondivago, folle, incapace
di seguire una struttura logica, destinato a farsi
trascinare ma al contempo capace (e questa è
cosa realmente rara) di trascinare. "L’intrus"
è il tipico film spartiacque, quello a cui
pare impossibile dare un giudizio neutro: o ci si
lascia ammaliare, e lo si ama incondizionatamente,
o si decide di frapporvi una propria logica strutturata,
e lo si odia senza pietà. Io ho scelto la prima
soluzione, facendomi rapire da questa ricerca continua
dell’intruso, corpo estraneo che penetra all’interno
e cerca di trovarvi residenza. Così è
per gli spacciatori che cercano di superare il confine,
così è per il protagonista in continua
fuga, alla ricerca disperata non solo di un cuore
nuovo (il suo è malato, ed ecco spiegato il
vero senso del titolo, l’intruso è quest’arto
che dovrà essere sostituito, aggiunto ad un
corpo già abbondantemente maturo) ma di una
libertà totale, priva di compromessi. Libertà
che troverà a Papeete, nei mari del sud, lontano
dalla Francia montagnosa e invernale da cui aveva
mosso i primi passi. E se è vero che la parte
finale perde notevolmente colpi, e nella gestione
delle situazioni e nella difficoltà di rendere
un reale contrasto in un paradiso terrestre che fa
dell’uniformità visiva la sua forza seducente,
il film della Denis (che proprio qui a Venezia portò
nel 2002 il suo precedente, splendido, "Vendredi
soir") ha il merito raro di sposare al senso
del film lo stile del film. Dopo due ore e un quarto
possiamo infatti renderci conto di come "L’intrus"
non sia un film sulla libertà, ma sia un film
libero. E allora tanto di cappello, signora Denis.
E ora passiamo alle
vicende di casa nostra (anche se a vedere il comportamento
della RAI verrebbe da definirla cosa nostra):
ho già citato in precedenza gli ululati, le
risate di scherno e le pernacchie universalmente donate
a "Ovunque sei" di Michele Placido. Io il
film in questione non l’ho visto, quindi mi riservo
il giudizio, ma ho assistito alle reazioni belluine
dell’ex ispettore Cattani e soprattutto mi fido delle
persone che lo hanno visto. Potrei anche aggiungere
di aver riso in passato della pacchianeria irritante
del Placido regista e chiudere qui il discorso, ma
non lo faccio. Anche perché dopo avrete di
che leggere…passo dunque a "Lavorare con lentezza"
di Guido Chiesa, perché qui ho visto, qui posso
parlare, qui posso distruggere senza apparire fazioso.
Quest’opera, dedicata al movimento del ’77 bolognese,
alla mitica Radio Alice, a un mondo scomparso nei
riflussi e nei gorghi infernali degli anni ’80, è
quanto di più retorico, più falso, più
insulso e televisivo che il festival potesse propinarci.
Cinema per imbecilli, verrebbe da pensare: perché
solo persone dotate di poco intelletto potrebbero
farsi ammaliare da questo filmetto, indeciso sul registro
da usare (il disilluso dramma interiore di Valerio
Mastandrea o il surrealismo à la Pazienza
insito nell’appuntato Max Mazzotta? La morale
suburbana e proletaria dei due protagonisti – inopinatamente
premiati con la Coppa Mastroianni – o l’alternativismo
borghese di Claudia Pandolfi e Massimo Coppola?),
stilisticamente furbo, come dimostrano le macchiette
degli avventori del bar o, peggio ancora, gli intermezzi
da film muto, politicamente arguto come un coma irreversibile.
Sinceramente non ne posso più di film che continuano
a rivolgersi esclusivamente al proprio ombelico, incapaci
di ergersi al di sopra di un magma culturale che assorbe
tutto e vomita solo le scorie, e soprattutto non ne
posso più di film "leonkavallini",
girati a uso e consumo di un popolo che una volta
faceva controcultura e ora ha marchiato a fuoco la
controcultura per rivenderla come prodotto. La Radio
Alice di Chiesa è un marchio registrato, il
cinema di Chiesa rispetta regole ferree, dal figlio
di papà che vuole essere alternativo – già
visto nel personaggio di Marco Cocci in "Ovosodo",
ma anche in molti dei protagonisti di "Come te
nessuno mai" di Muccino – agli improvvisi cambi
di registro stilistico che hanno fatto la fortuna
di Davide Ferrario. Peccato che a lavorare con
lentezza sia solo ed esclusivamente l’acume artistico
di Chiesa, che mi perdonerà se gli consiglio
di tornare a occuparsi di documentari e di rock, materie
nelle quali sicuramente si trova molto più
a suo agio. Lasci il cinema di finzione a chi è
in grado di farlo, e lo faccia ora che ancora non
si è bruciato completamente il nome. Grazie.
Ed eccomi arrivato
al "Padrino" Gianni Amelio. Vorrei da subito
distinguere il valore dell’opera in sé all’orribile
e deprecabile operazione commerciale intentata dalla
RAI nella speranza – fortunatamente vana – di portarsi
a casa un riconoscimento. "Le chiavi di casa"
è un film mediocre, lineare fino all’inverosimile,
involuto rispetto all’apertura dello sguardo che aveva
reso splendido "Il ladro di bambini". Perché
proprio al film del 1992 con Enrico Lo Verso sembra
riferirsi quest’ultima fatica: il tema del rapporto
padre/figlio torna preponderante, così come
la difficoltà di relazione tra adulti e bambini
(lì a causa del muro innalzato dai tormenti
interiori dei due bimbi, baby prostituta e autistico,
qui per via di un vero e proprio handicap). Cos’è
che manca dunque a "Le chiavi di casa"?
La capacità di costruire una psicologia interessante
per il personaggio interpretato da Kim Rossi Stuart
(qui monocorde fino all’inverosimile). Possibile che
un padre che non ha mai visto il figlio, costretto
dopo quindici anni non solo a prenderlo in custodia
ma addirittura a trasportarlo a Berlino dove deve
svolgere la fisioterapia, non viva neanche un istante
di crisi profonda? Tanto più che il ragazzo
è un minorato psichico – non a livelli gravissimi,
ma tant’è -! Ebbene no, il buon padre prende
sotto la sua egida il ragazzo e sopporta da santo
qualsiasi trattamento gli venga riservato. Tutto sembra
costruito per raggiungere il finale dove, ai bordi
della strada, solitari ma abbracciati, i due comprendono
la profondità del proprio rapporto. Proprio
come ne "Il ladro di bambini", maledizione.
Auspicare un po’ di fantasia non sembra una pretesa
eccessiva, e appare grave dover elogiare esclusivamente
la prova del piccolo Andrea Rossi. Non perché
non se lo meriti, ma perché questo potrebbe
aprire vespai infiniti sull’utilizzo dell’handycap
nel cinema. Vespaio che io chiudo subito con una battuta:
il momento più alto dell’opera di Amelio è
senz’ombra di dubbio la formazione della Lazio spiattellata
lì dal ragazzino (anche se nomina Gottardi
titolare e inserisce una quindicina di attaccanti).
E lo dice un romanista incallito. Resta da condannare
ancora il comportamento della RAI, vera e propria
cosca mafiosa qui al Lido, che ha fatto fuoco e fiamme
per il solo fatto di essere rimasta esclusa dal verdetto
finale. La minaccia è stata "l’anno prossimo
niente diretta della premiazione e niente film in
concorso": visto l’esito disastroso del gala
alla Fenice e la povertà dei film presentati
più che una minaccia questa appare come una
splendida promessa.
Andando oltre dico
subito che non ho visto i film di Amos Gitai, Wim
Wenders, Mira Nair e quel "Birth" che prometteva
di far scandalo con Nicole Kidman che ritrovava lo
spirito dell’amato marito defunto nel corpo di un
bambino: Gitai ho deciso d’ora in poi di evitarlo
con cura, visto che da anni dirige regolarmente il
più brutto film del festival, Wenders l’ho
perso per una concatenazione d’eventi – ma tanto lo
ripescherò qui a Roma -, Mira Nair non mi interessava,
visto che su di lei ancora pesa l’immeritato Leone
d’Oro datole da Nanni Moretti per "Monsoon Wedding"
nel 2001. "Birth" di Jonathan Glazer l’avrei
anche visto, ma ho preferito evitarmi la fila alla
proiezione stampa (quest’anno sono riuscito a visionare
tutti i film in proiezioni che non comprendevano il
mio accredito, riuscendo così ad evitare il
terrificante PalaTIM, ex PalaBNL, incubo di qualsiasi
cinefilo, fatta eccezione per tre film); in seguito
mi è stato detto di non essermi perso proprio
nulla. Meglio così.
Stendo un velo pietoso
su "Delivery" di Nikos Panayotopoulos, film
greco a metà tra il Wenders "angelico"
di "Così lontano così vicino"
e il neo-neorealismo, che ha prodotto solo ed esclusivamente
noia, fatta eccezione per una scena cult: dopo un
amplesso fugace nel parco la ragazza dice allo sbandato
protagonista "credo che non dovremmo vederci
più. Hai un cazzo veramente grosso, ma i tuoi
amici non sono granché". Peccato che il
resto dell’opera non raggiungesse queste vette.
Il meglio arriva,
e questa non è certo una novità, dall’oriente.
Oriente sufficientemente estremo, visto che "Sag-haye
velgard" di Marziyeh Meshkini, ennesimo prodotto
della famiglia Makhmalbaf (dopo Moshen e le due figlie
Samira e Hana ecco arrivare anche la moglie diletta,
in attesa che nipoti, bisnipoti e animali domestici
decidano di voler intraprendere la carriera cinematografica)
è un film senza infamia e senza lode. Pur con
una dose di cattiveria assolutamente estranea al DNA
dei parenti, fautori di uno sguardo conciliatorio
e paterno sui propri personaggi, il film della Meshkini
non ha il coraggio di distaccarsi vigorosamente dalle
tematiche che rendono facilmente riconoscibile all’occidente
il cinema iraniano. Peccato. Per trovare le note eccellenti
di questo concorso bisogna dunque spostarsi dalla
parte dei gialli e degli occhi a mandorla.
Innanzitutto ecco qui il film a sorpresa, tenuto
nascosto fino a festival iniziato da Müller e
dall’organizzazione: "Iron-3" di Kim Ki-Duk.
E chi se lo aspettava, aggiungo volentieri io. Trovarsi
di fronte all’ultima fatica di uno dei maggiori autori
contemporanei, regista di "Seom" (passato
scandalosamente sotto silenzio a Venezia nel 2000),
"Address Unknown", "Bad Guy" e
del recente "Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e
ancora Primavera" presentato a Berlino e uscito
con successo nelle sale italiane a Maggio, non è
certo una notizia da poco. Il film è abbastanza
lontano dallo stile a cui ci aveva piacevolmente abituato
il regista coreano, prendendo spunto da un’idea surreale
– un ragazzo sfrutta le case vuote dei suoi concittadini
non per rubare ma per viverci, cambiando appartamento
di giorno in giorno – per descrivere la solitudine
contemporanea e la possibilità di trovare una
comunicazione che esuli dalla parola. Ricco di spunti
divertenti, affettuosamente rimandati dallo sguardo
del regista, il film si sviluppa per tutta la sua
durata (poco meno di un’ora e mezzo) con una grazia
a cui è veramente difficile resistere. Raramente
si ha l’occasione di incontrare un autore così
consapevole del suo ruolo e così capace di
gestire il campo e il fuori-campo. "Iron-3"
non è sicuramente il capolavoro di una carriera
– quelli probabilmente il buon Kim li ha già
fatti – ma resta la dimostrazione della vitalità
e della libertà creativa di un mondo agli antipodi
del nostro. Applausi, gli stessi che si accaparra
"Café Lumiére" di Hou Hsiao-Hsien,
cinese di nascita taiwanese di adozione e per l’occasione
al lavoro in Giappone: il suo film è un omaggio
(a tratti addirittura troppo insistito) al cinema
di Yasujiro Ozu. Vi si riconoscono i campi di ripresa,
i tempi dell’azione, le tensioni fra i personaggi.
Un film di una classe immensa, emozionante e straniante
allo stesso tempo, capace di almeno due sequenze da
antologia: i due protagonisti che si incontrano, senza
vedersi, su due treni della metropolitana in direzioni
opposte e il totale finale con tutti i treni che si
incrociano su diversi binari. L’unica nota stonata
è proprio l’eccessiva attenzione a riproporre
fedelmente il cinema di Ozu, ossessione talmente palpabile
da far correre il rischio di una perdita d’identità
dell’autore: siamo sicuri di aver assistito per intero
a un film di Hou Hsiao-Hsien? O non c’è forse
la possibilità che sia almeno in parte un Hou
Hsiao-Hsien annacquato in Ozu?
La sensazione di trovarsi
di fronte a grandi film di grandi autori che però
hanno già sfornato i loro capolavori acquista
ulteriore forza durante la visione di "Il castello
errante di Howl" di Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione
contemporanea; il suo film è indubbiamente
splendido, ricco di genialità e di colpi di
scena, basato su una storia affascinante e metaforicamente
assai complessa. Eppure, rispetto a film come "Nausicaa",
"Porco rosso", "La principessa Mononoke"
e "La città incantata" questo lavoro
sembra perdere in crudeltà, eccessivamente
adagiato su tinte rosate, privo del suo dark side,
a tratti quasi piatto nelle sfumature dei personaggi.
Resta comunque lo splendore visivo e alcune invenzioni
(il personaggio del fuocherello Calcifer e l’intricata
trama spazio temporale su tutte) degne di questo nome.
Se Im Kwon-Taek, conosciuto da noi come autore di
"Ebbro di donne e di pittura" e Jia Zhangke,
capace di un film mediocre come "Platform"
e di un altro ottimo come "Unknown Pleasures",
hanno deluso – il primo invischiato in un film di
genere che non travalica alcuna regola del genere
adagiandosi su quanto già visto, già
filmato, già metabolizzato, il secondo capace
di un grande incipit ma presto risucchiato dalla mastodontica
mole della propria opera, lunga due ore e mezza –
bisogna spostarsi in America per tornare a respirare
aria da grande cinema.
"Palindromes"
è il quarto film di Todd Solondz, non è
certo il suo migliore (e il discorso precedente torna
valido) ma presenta dei tratti distintivi di assoluto
valore. La scelta di ragionare fino allo sfinimento
sul ruolo del palindromo, presente sia nei nomi dei
personaggi che nello sviluppo stesso della trama,
ha in sé una carica di rischio non indifferente,
eppure Solondz riesce a bilanciarla con la sua ironia
dissacrante, capace di prendersi amorevolmente gioco
delle perversioni e delle bassezze tipiche della piccola
borghesia statunitense. Senza che questo sguardo appaia
rivoluzionario o eversivo, sia chiaro, ma con il desiderio
di voler destabilizzare l’ovvio, mostrarne i lati
grotteschi e ridicoli. Il tema della pedofilia, caro
al regista fin dai tempi di "Happiness"
viene qui rivoltato – è proprio il personaggio
di Aviva, dodicenne protagonista, a decidere sulla
propria vita sessuale, la violenza è completamente
bandita – e gli viene affiancato il tema dell’aborto
e del desiderio di maternità (qui la violenza
è altresì presente, sia in chi è
a favore dell’aborto sia in chi è contrario
a questa pratica). Il surrealismo esplode con tutta
la sua forza nell’episodio ambientato nella farm gestita
da Mama Sunshine, tipica matrona statunitense che
ama leggere la bibbia come una costituzione e che
raccatta dalla strada tutti i bambini derelitti. Qui
i suoi pargoli, sorta di freaks del ventunesimo
secolo, si riuniscono in una boy-band producendosi
in una delle scene volontariamente comiche più
divertenti viste al festival. Il cinema statunitense,
presente al festival con film di "stranieri"
(Wenders e l’australiana Kidman) trova forza proprio
in uno degli autori meno amati in patria. Potere del
cinema.
Del concorso rimangono
da citare il vincitore "Vera Drake" e "Udalionnyj
Dostup" di Svetlana Proskurina. Del film di Leigh
c’è poco da dire, tipica opera inglese di slancio
sottoproletario e sociale, sufficiente e sufficientemente
sciatta. Che questo sia un cinema da premiare ho veramente
grandi dubbi; interamente incentrato sulla recitazione
della protagonista, sicuramente splendida ma inutile
visto che non è assolutamente supportata da
una sceneggiatura forte e da una messa in scena all’altezza,
"Vera Drake" è un film come tanti,
capace di scivolare via senza far male e per questo,
probabilmente, premiato. L’opera della Proskurina
è altrettanto inutile, in fin dei conti, ma
mi permette di salutare il concorso usando le parole
del film: "così come si dice qui da noi
a Odessa…pako pako". Prosit.