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RAFFAELE A VENEZIA ANNO III

incontenibile resoconto a cura di Raffaele Meale

III. “E’ UN BEL FILM, L’HA VISTO?”


a) IL CONCORSO
Ovunque siano le chiavi di casa Vera Drake non avrà mai il mare dentro


Dovrei effettivamente parlare dei gravi dissesti organizzativi che questa mostra ha vissuto, dai catastrofici ritardi in sala (anche di due, tre ore) agli errori dei proiezionisti, capaci di inserire a metà del film collettivo "Eros" la bobina di "Stryker" di Noam Gonick, fino ad arrivare alla sottotitolazione di alcune opere, in netto ritardo sulle immagini. Dovrei effettivamente dilungarmi su tutto questo, perché la già traballante sedia di Müller potrebbe ricevere il colpo definitivo in seguito alle rimostranze fatte dagli ospiti della kermesse. Dovrei, e ne sono consapevole, ma non lo farò. Accontentatevi di questo inciso e fatene tesoro; la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2004 ha vissuto un’organizzazione fallace, imprecisa e sbilenca. Punto. E ora fatemi passare ai film, che è ciò che più mi aggrada.

Negli ultimi anni il concorso di Venezia si era sempre dimostrato inferiore, come concentrazione di opere meritevoli di un plauso, alle sezioni collaterali – soprattutto nei confronti di "Controcorrente" si notava una notevole disparità -; va dunque dato atto a questo 2004 di aver ospitato un concorso finalmente degno di questo nome, e per varietà di stili e per livello generale.

La più piacevole delle sorprese arriva da Alejandro Amenabar, noto in Italia soprattutto per la trasferta americana nella quale portò a termine l’ottimo "The Others": il suo "Mar adentro" è una perla luccicante, splendido esempio di cinema da camera, dramma leggero su un tema pesantissimo (soprattutto di questi tempi) come l’eutanasia, fulgido esempio di regia. La recitazione di Javier Bardem è ottima, magari un po’ di maniera, ma indubbiamente efficace, la macchina da presa del giovane regista spagnolo, che per la prima volta abbandona le atmosfere horror e metafisiche che lo avevano reso celebre (oltre al già citato film con la Kidman i due notevoli "Tesis" e "Apri gli occhi"), si muove con una grazia innata e si permette di volare letteralmente via dalla finestra, superando le campagne e le montagne per raggiungere la spiaggia e mettersi docilmente a pedinare Belén Rueda. Il piano sequenza geograficamente più esteso della storia del cinema! Se il cinema spagnolo mostra dunque la sua faccia migliore lo stesso non si può dire di Francia e Italia. Da oltralpe siamo costretti a rimarcare l’altalenante carriera di François Ozon, regista iperattivo incapace di mantenere un equilibrio costante tra le sue opere. Il suo ultimo "5 X 2" promette inutilmente tanto, troppo: il senso del titolo sta nella scelta di mostrare cinque frammenti di vita di una coppia destinata al divorzio. Un’operazione non dissimile da quella tentata anni fa da Gianluca Maria Tavarelli con l’apprezzabile "Un amore"; peccato che Ozon si perda completamente in almeno tre dei cinque episodi, avallando l’ipotesi che il titolo stia a significare "su 5 guardatene solo 2" o anche "paghi 5, prendi 2". Rimangono il primo frammento, crudele, aspro, doloroso e assolutamente non consolatorio e la scelta del finale in campo lungo, al tramonto (tramonto voluto, visto che a rigor di logica la sequenza in questione si svolge di mattina), con la coppia che entra in mare fianco a fianco, silenziosamente. Nonostante il mio odio viscerale per Valeria Bruni Tedeschi sono addirittura costretto ad ammettere che qui non se la cava assolutamente male. Starò forse diventando troppo buono?

Leggera delusione la sensazione che ha fatto seguito alla visione di "Rois et Reine" di Arnaud Desplechin: delusione dettata dalla fede che avevo riposto nell’autore francese prima dell’approdo a Venezia. L’autore di "Esther Khan" (film interpretato da Summer Phoenix, sorella di River e Leaf: la riflessione sulla scelta dei nomi propri di questa famigliola la lascio volentieri a voi) si trascina qui in una sorta di film specchio, dominato da due personaggi forti come Nora (interpretata da Emmanuelle Devos, attrice storica di Desplechin, che qui avrebbe veramente meritato un riconoscimento ufficiale) e Ismael (Mathieu Amalric, più volte a fianco di Otar Iosseliani fin da "I favoriti della luna"). Le vicende di questi due personaggi, sposati e poi divorziati, si dipanano tra morti, memorie, reclusioni in manicomio. Lo stile di Desplechin li segue con ironia e apparente leggerezza, cercando di cogliere il lato ridicolo delle vicende umane. Peccato che l’insieme non risulti affatto coeso, rischiando anzi di apparire eccessivamente sbrindellato; e se è vero che lo stile proprio di Desplechin persegue questa linea autoriale, è altrettanto indiscutibile come qui la forza della messa in scena sia incapace di deflagrare in tutta la sua possanza. Nulla di catastrofico, sia chiaro, il film si mantiene comunque su livelli più che accettabili. Delusione dettata da affetto, caso che non resterà isolato in questa mostra (leggere dopo alla voce "Tsukamoto"). Ecco tutto.

Il terzo francese in concorso, Claire Denis, è anche decisamente il migliore del lotto: film ondivago, folle, incapace di seguire una struttura logica, destinato a farsi trascinare ma al contempo capace (e questa è cosa realmente rara) di trascinare. "L’intrus" è il tipico film spartiacque, quello a cui pare impossibile dare un giudizio neutro: o ci si lascia ammaliare, e lo si ama incondizionatamente, o si decide di frapporvi una propria logica strutturata, e lo si odia senza pietà. Io ho scelto la prima soluzione, facendomi rapire da questa ricerca continua dell’intruso, corpo estraneo che penetra all’interno e cerca di trovarvi residenza. Così è per gli spacciatori che cercano di superare il confine, così è per il protagonista in continua fuga, alla ricerca disperata non solo di un cuore nuovo (il suo è malato, ed ecco spiegato il vero senso del titolo, l’intruso è quest’arto che dovrà essere sostituito, aggiunto ad un corpo già abbondantemente maturo) ma di una libertà totale, priva di compromessi. Libertà che troverà a Papeete, nei mari del sud, lontano dalla Francia montagnosa e invernale da cui aveva mosso i primi passi. E se è vero che la parte finale perde notevolmente colpi, e nella gestione delle situazioni e nella difficoltà di rendere un reale contrasto in un paradiso terrestre che fa dell’uniformità visiva la sua forza seducente, il film della Denis (che proprio qui a Venezia portò nel 2002 il suo precedente, splendido, "Vendredi soir") ha il merito raro di sposare al senso del film lo stile del film. Dopo due ore e un quarto possiamo infatti renderci conto di come "L’intrus" non sia un film sulla libertà, ma sia un film libero. E allora tanto di cappello, signora Denis.

E ora passiamo alle vicende di casa nostra (anche se a vedere il comportamento della RAI verrebbe da definirla cosa nostra): ho già citato in precedenza gli ululati, le risate di scherno e le pernacchie universalmente donate a "Ovunque sei" di Michele Placido. Io il film in questione non l’ho visto, quindi mi riservo il giudizio, ma ho assistito alle reazioni belluine dell’ex ispettore Cattani e soprattutto mi fido delle persone che lo hanno visto. Potrei anche aggiungere di aver riso in passato della pacchianeria irritante del Placido regista e chiudere qui il discorso, ma non lo faccio. Anche perché dopo avrete di che leggere…passo dunque a "Lavorare con lentezza" di Guido Chiesa, perché qui ho visto, qui posso parlare, qui posso distruggere senza apparire fazioso. Quest’opera, dedicata al movimento del ’77 bolognese, alla mitica Radio Alice, a un mondo scomparso nei riflussi e nei gorghi infernali degli anni ’80, è quanto di più retorico, più falso, più insulso e televisivo che il festival potesse propinarci. Cinema per imbecilli, verrebbe da pensare: perché solo persone dotate di poco intelletto potrebbero farsi ammaliare da questo filmetto, indeciso sul registro da usare (il disilluso dramma interiore di Valerio Mastandrea o il surrealismo à la Pazienza insito nell’appuntato Max Mazzotta? La morale suburbana e proletaria dei due protagonisti – inopinatamente premiati con la Coppa Mastroianni – o l’alternativismo borghese di Claudia Pandolfi e Massimo Coppola?), stilisticamente furbo, come dimostrano le macchiette degli avventori del bar o, peggio ancora, gli intermezzi da film muto, politicamente arguto come un coma irreversibile. Sinceramente non ne posso più di film che continuano a rivolgersi esclusivamente al proprio ombelico, incapaci di ergersi al di sopra di un magma culturale che assorbe tutto e vomita solo le scorie, e soprattutto non ne posso più di film "leonkavallini", girati a uso e consumo di un popolo che una volta faceva controcultura e ora ha marchiato a fuoco la controcultura per rivenderla come prodotto. La Radio Alice di Chiesa è un marchio registrato, il cinema di Chiesa rispetta regole ferree, dal figlio di papà che vuole essere alternativo – già visto nel personaggio di Marco Cocci in "Ovosodo", ma anche in molti dei protagonisti di "Come te nessuno mai" di Muccino – agli improvvisi cambi di registro stilistico che hanno fatto la fortuna di Davide Ferrario. Peccato che a lavorare con lentezza sia solo ed esclusivamente l’acume artistico di Chiesa, che mi perdonerà se gli consiglio di tornare a occuparsi di documentari e di rock, materie nelle quali sicuramente si trova molto più a suo agio. Lasci il cinema di finzione a chi è in grado di farlo, e lo faccia ora che ancora non si è bruciato completamente il nome. Grazie.

Ed eccomi arrivato al "Padrino" Gianni Amelio. Vorrei da subito distinguere il valore dell’opera in sé all’orribile e deprecabile operazione commerciale intentata dalla RAI nella speranza – fortunatamente vana – di portarsi a casa un riconoscimento. "Le chiavi di casa" è un film mediocre, lineare fino all’inverosimile, involuto rispetto all’apertura dello sguardo che aveva reso splendido "Il ladro di bambini". Perché proprio al film del 1992 con Enrico Lo Verso sembra riferirsi quest’ultima fatica: il tema del rapporto padre/figlio torna preponderante, così come la difficoltà di relazione tra adulti e bambini (lì a causa del muro innalzato dai tormenti interiori dei due bimbi, baby prostituta e autistico, qui per via di un vero e proprio handicap). Cos’è che manca dunque a "Le chiavi di casa"? La capacità di costruire una psicologia interessante per il personaggio interpretato da Kim Rossi Stuart (qui monocorde fino all’inverosimile). Possibile che un padre che non ha mai visto il figlio, costretto dopo quindici anni non solo a prenderlo in custodia ma addirittura a trasportarlo a Berlino dove deve svolgere la fisioterapia, non viva neanche un istante di crisi profonda? Tanto più che il ragazzo è un minorato psichico – non a livelli gravissimi, ma tant’è -! Ebbene no, il buon padre prende sotto la sua egida il ragazzo e sopporta da santo qualsiasi trattamento gli venga riservato. Tutto sembra costruito per raggiungere il finale dove, ai bordi della strada, solitari ma abbracciati, i due comprendono la profondità del proprio rapporto. Proprio come ne "Il ladro di bambini", maledizione. Auspicare un po’ di fantasia non sembra una pretesa eccessiva, e appare grave dover elogiare esclusivamente la prova del piccolo Andrea Rossi. Non perché non se lo meriti, ma perché questo potrebbe aprire vespai infiniti sull’utilizzo dell’handycap nel cinema. Vespaio che io chiudo subito con una battuta: il momento più alto dell’opera di Amelio è senz’ombra di dubbio la formazione della Lazio spiattellata lì dal ragazzino (anche se nomina Gottardi titolare e inserisce una quindicina di attaccanti). E lo dice un romanista incallito. Resta da condannare ancora il comportamento della RAI, vera e propria cosca mafiosa qui al Lido, che ha fatto fuoco e fiamme per il solo fatto di essere rimasta esclusa dal verdetto finale. La minaccia è stata "l’anno prossimo niente diretta della premiazione e niente film in concorso": visto l’esito disastroso del gala alla Fenice e la povertà dei film presentati più che una minaccia questa appare come una splendida promessa.

Andando oltre dico subito che non ho visto i film di Amos Gitai, Wim Wenders, Mira Nair e quel "Birth" che prometteva di far scandalo con Nicole Kidman che ritrovava lo spirito dell’amato marito defunto nel corpo di un bambino: Gitai ho deciso d’ora in poi di evitarlo con cura, visto che da anni dirige regolarmente il più brutto film del festival, Wenders l’ho perso per una concatenazione d’eventi – ma tanto lo ripescherò qui a Roma -, Mira Nair non mi interessava, visto che su di lei ancora pesa l’immeritato Leone d’Oro datole da Nanni Moretti per "Monsoon Wedding" nel 2001. "Birth" di Jonathan Glazer l’avrei anche visto, ma ho preferito evitarmi la fila alla proiezione stampa (quest’anno sono riuscito a visionare tutti i film in proiezioni che non comprendevano il mio accredito, riuscendo così ad evitare il terrificante PalaTIM, ex PalaBNL, incubo di qualsiasi cinefilo, fatta eccezione per tre film); in seguito mi è stato detto di non essermi perso proprio nulla. Meglio così.

Stendo un velo pietoso su "Delivery" di Nikos Panayotopoulos, film greco a metà tra il Wenders "angelico" di "Così lontano così vicino" e il neo-neorealismo, che ha prodotto solo ed esclusivamente noia, fatta eccezione per una scena cult: dopo un amplesso fugace nel parco la ragazza dice allo sbandato protagonista "credo che non dovremmo vederci più. Hai un cazzo veramente grosso, ma i tuoi amici non sono granché". Peccato che il resto dell’opera non raggiungesse queste vette.

Il meglio arriva, e questa non è certo una novità, dall’oriente. Oriente sufficientemente estremo, visto che "Sag-haye velgard" di Marziyeh Meshkini, ennesimo prodotto della famiglia Makhmalbaf (dopo Moshen e le due figlie Samira e Hana ecco arrivare anche la moglie diletta, in attesa che nipoti, bisnipoti e animali domestici decidano di voler intraprendere la carriera cinematografica) è un film senza infamia e senza lode. Pur con una dose di cattiveria assolutamente estranea al DNA dei parenti, fautori di uno sguardo conciliatorio e paterno sui propri personaggi, il film della Meshkini non ha il coraggio di distaccarsi vigorosamente dalle tematiche che rendono facilmente riconoscibile all’occidente il cinema iraniano. Peccato. Per trovare le note eccellenti di questo concorso bisogna dunque spostarsi dalla parte dei gialli e degli occhi a mandorla. Innanzitutto ecco qui il film a sorpresa, tenuto nascosto fino a festival iniziato da Müller e dall’organizzazione: "Iron-3" di Kim Ki-Duk. E chi se lo aspettava, aggiungo volentieri io. Trovarsi di fronte all’ultima fatica di uno dei maggiori autori contemporanei, regista di "Seom" (passato scandalosamente sotto silenzio a Venezia nel 2000), "Address Unknown", "Bad Guy" e del recente "Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera" presentato a Berlino e uscito con successo nelle sale italiane a Maggio, non è certo una notizia da poco. Il film è abbastanza lontano dallo stile a cui ci aveva piacevolmente abituato il regista coreano, prendendo spunto da un’idea surreale – un ragazzo sfrutta le case vuote dei suoi concittadini non per rubare ma per viverci, cambiando appartamento di giorno in giorno – per descrivere la solitudine contemporanea e la possibilità di trovare una comunicazione che esuli dalla parola. Ricco di spunti divertenti, affettuosamente rimandati dallo sguardo del regista, il film si sviluppa per tutta la sua durata (poco meno di un’ora e mezzo) con una grazia a cui è veramente difficile resistere. Raramente si ha l’occasione di incontrare un autore così consapevole del suo ruolo e così capace di gestire il campo e il fuori-campo. "Iron-3" non è sicuramente il capolavoro di una carriera – quelli probabilmente il buon Kim li ha già fatti – ma resta la dimostrazione della vitalità e della libertà creativa di un mondo agli antipodi del nostro. Applausi, gli stessi che si accaparra "Café Lumiére" di Hou Hsiao-Hsien, cinese di nascita taiwanese di adozione e per l’occasione al lavoro in Giappone: il suo film è un omaggio (a tratti addirittura troppo insistito) al cinema di Yasujiro Ozu. Vi si riconoscono i campi di ripresa, i tempi dell’azione, le tensioni fra i personaggi. Un film di una classe immensa, emozionante e straniante allo stesso tempo, capace di almeno due sequenze da antologia: i due protagonisti che si incontrano, senza vedersi, su due treni della metropolitana in direzioni opposte e il totale finale con tutti i treni che si incrociano su diversi binari. L’unica nota stonata è proprio l’eccessiva attenzione a riproporre fedelmente il cinema di Ozu, ossessione talmente palpabile da far correre il rischio di una perdita d’identità dell’autore: siamo sicuri di aver assistito per intero a un film di Hou Hsiao-Hsien? O non c’è forse la possibilità che sia almeno in parte un Hou Hsiao-Hsien annacquato in Ozu?

La sensazione di trovarsi di fronte a grandi film di grandi autori che però hanno già sfornato i loro capolavori acquista ulteriore forza durante la visione di "Il castello errante di Howl" di Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione contemporanea; il suo film è indubbiamente splendido, ricco di genialità e di colpi di scena, basato su una storia affascinante e metaforicamente assai complessa. Eppure, rispetto a film come "Nausicaa", "Porco rosso", "La principessa Mononoke" e "La città incantata" questo lavoro sembra perdere in crudeltà, eccessivamente adagiato su tinte rosate, privo del suo dark side, a tratti quasi piatto nelle sfumature dei personaggi. Resta comunque lo splendore visivo e alcune invenzioni (il personaggio del fuocherello Calcifer e l’intricata trama spazio temporale su tutte) degne di questo nome. Se Im Kwon-Taek, conosciuto da noi come autore di "Ebbro di donne e di pittura" e Jia Zhangke, capace di un film mediocre come "Platform" e di un altro ottimo come "Unknown Pleasures", hanno deluso – il primo invischiato in un film di genere che non travalica alcuna regola del genere adagiandosi su quanto già visto, già filmato, già metabolizzato, il secondo capace di un grande incipit ma presto risucchiato dalla mastodontica mole della propria opera, lunga due ore e mezza – bisogna spostarsi in America per tornare a respirare aria da grande cinema.

"Palindromes" è il quarto film di Todd Solondz, non è certo il suo migliore (e il discorso precedente torna valido) ma presenta dei tratti distintivi di assoluto valore. La scelta di ragionare fino allo sfinimento sul ruolo del palindromo, presente sia nei nomi dei personaggi che nello sviluppo stesso della trama, ha in sé una carica di rischio non indifferente, eppure Solondz riesce a bilanciarla con la sua ironia dissacrante, capace di prendersi amorevolmente gioco delle perversioni e delle bassezze tipiche della piccola borghesia statunitense. Senza che questo sguardo appaia rivoluzionario o eversivo, sia chiaro, ma con il desiderio di voler destabilizzare l’ovvio, mostrarne i lati grotteschi e ridicoli. Il tema della pedofilia, caro al regista fin dai tempi di "Happiness" viene qui rivoltato – è proprio il personaggio di Aviva, dodicenne protagonista, a decidere sulla propria vita sessuale, la violenza è completamente bandita – e gli viene affiancato il tema dell’aborto e del desiderio di maternità (qui la violenza è altresì presente, sia in chi è a favore dell’aborto sia in chi è contrario a questa pratica). Il surrealismo esplode con tutta la sua forza nell’episodio ambientato nella farm gestita da Mama Sunshine, tipica matrona statunitense che ama leggere la bibbia come una costituzione e che raccatta dalla strada tutti i bambini derelitti. Qui i suoi pargoli, sorta di freaks del ventunesimo secolo, si riuniscono in una boy-band producendosi in una delle scene volontariamente comiche più divertenti viste al festival. Il cinema statunitense, presente al festival con film di "stranieri" (Wenders e l’australiana Kidman) trova forza proprio in uno degli autori meno amati in patria. Potere del cinema.

Del concorso rimangono da citare il vincitore "Vera Drake" e "Udalionnyj Dostup" di Svetlana Proskurina. Del film di Leigh c’è poco da dire, tipica opera inglese di slancio sottoproletario e sociale, sufficiente e sufficientemente sciatta. Che questo sia un cinema da premiare ho veramente grandi dubbi; interamente incentrato sulla recitazione della protagonista, sicuramente splendida ma inutile visto che non è assolutamente supportata da una sceneggiatura forte e da una messa in scena all’altezza, "Vera Drake" è un film come tanti, capace di scivolare via senza far male e per questo, probabilmente, premiato. L’opera della Proskurina è altrettanto inutile, in fin dei conti, ma mi permette di salutare il concorso usando le parole del film: "così come si dice qui da noi a Odessa…pako pako". Prosit.

 

INDICE
I. Anno terzo, annotazioni
 
II. Vita da accreditato versus pestilenza
 
III. "E' un bel film, l'ha visto?"
a) il concorso
b) le sezioni collaterali
c) i fuori concorso
d) le retrospettive
 
IV. Italians do it...
 
V. I cartoni animati
 
VI. L'album dei ricordi
 
VII. Storie di ordinaria cult(ura)
 
VIII. "Sono un dimenticone"
 
IX. Il gioco del voto
 
 

 


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