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RAFFAELE A VENEZIA ANNO III

inopinato resoconto a cura di Raffaele Meale

III. “E’ UN BEL FILM, L’HA VISTO?”


d) LE RETROSPETTIVE
“La serie B si basa sul concetto di banana, di piede, la squadra retrocede…”

Precisazione iniziale: la scelta di rivalutare il cinema di genere italiano, il cosiddetto prodotto medio, venuto alla luce tra gli anni ’60 e ’80 è sicuramente da apprezzare, e a Marco Giusti e Luca Rea va il mio riconoscimento – per quel che può valere -. Detto questo ci sono però alcuni interrogativi che sono destinati a rimanere insoluti:

  1. che senso ha, sinceramente, parlare di "Kings of the B’s" quando accanto a nomi come quelli di Umberto Lenzi, Piero Vivarelli e Ferdinando Baldi compaiono anche autori non di serie B come Luciano Salce, Damiano Damiani e i fratelli Pagot? Non perché il termine sia offensivo nei loro confronti, ma semplicemente perché un film come "Colpo di stato" può essere definito nelle maniere più disparate ma non potrà mai essere considerato un film di serie B. Non ne possiede infatti i tempi, i modi di ripresa, il gusto, le aspirazioni. Fare cinema di serie B oramai non è altro infatti che una scelta, e come tale va rispettata. Cosa che qui al festival si è fatto in maniera saltuaria.

  2. Si è detto che la retrospettiva doveva cercare di portare alla luce non solo ciò che fosse propriamente di serie B, ma solo il cinema "nascosto", celato agli occhi degli italiani. Sotto questa luce la presenza del film di Salce e de "I fratelli Dinamite" di Nino Pagot acquista un senso, ma non si capisce più cosa ci facciano "Lo strano vizio della signora Wardh" e "L’aldilà…e tu vivrai nel terrore", passati entrambi di recente nei palinsesti televisivi – ovviamente di notte, ma c’è da pretendere di più? -.

  3. Si è detto allora che si trattava di un esplicito omaggio a due maestri del cinema di genere italiano, Sergio Martino e Lucio Fulci, e la cosa mi sta benissimo (mi piacciono entrambe le opere citate, ci mancherebbe altro), ma se si voleva essere originali non si poteva tirar fuori dai cassetti qualcosa di più raro, di realmente invisibile, o quasi? Sarebbe stata l’occasione adatta per gustarsi "Tutti i colori del buio" e "Una lucertola con la pelle di donna". Per fare due esempi.

Insomma, la retrospettiva è apparsa abbastanza instabile da un punto di vista logico: sinceramente vedere "Quien Sabe?" – tra l’altro nella versione integrale – e "W la foca!" uno accanto all’altro non può che destare qualche perplessità. E’ sembrato che tutta la rassegna sia stata gestita con totale spirito acritico. Perché riappropriarsi del cinema popolare italiano del passato è non solo giusto, ma doveroso, ma accettare la rivalutazione di tutto e tutti rischia di negare l’atto in sé. Riabilitando agli occhi della critica qualsiasi sciocchezza sia stata filmata in quella ventina d’anni non si fa altro che lasciare tutto così come è ora. La ribalta veneziana serviva proprio a mettere in luce gli aspetti innegabilmente importanti delle opere di Margheriti e compagnia, la presenza disturbante e inutile di film come "W la foca!" e "Il dio serpente" rischia di annebbiare tutto questo, appiattendo il livello del discorso a un mero e ludico "tarallucci e vino".

Lasciando stare per adesso la polemica sull’affastellamento dei titoli più disparati passo a elencare le visioni meritevoli di maggior attenzione: non si può non esultare per il rispolvero di un piccolo, straordinario capolavoro satirico del nostro cinema. "Colpo di stato" di Luciano Salce, venuto alla luce dopo decenni di assenza è un gioiello di raffinata grandezza; acida burla nei confronti della politica italiana – ma non solo -, sorridente e anarchico, adagiato su una sceneggiatura scoppiettante e irriverente, il film di Salce merita di entrare di diritto nella storia del nostro cinema, nella speranza che non torni seppellito sotto chissà quanti strati di polvere. Ho rivisto con enorme piacere alcuni film di Fernando Di Leo (insieme a Sergio Martino il regista che ha riscosso il maggior successo da parte di Quentin Tarantino, che ha sempre detto di essersi ispirato alla sua poetica noir, ribadendolo anche durante le conferenze stampa al Lido), ho esultato a "Quien Sabe?" e alle pellicole di Fulci, sono andato in estasi davanti "Danza macabra" di Antonio Margheriti.

Ho avuto modo di disprezzare solamente i già citati "W la foca!" e "Il dio serpente", e non me ne vogliano Nando Cicero e Piero Vivarelli se reputo che la ribalta critica a loro dovrebbe essere totalmente negata.

Un discorso a parte lo merita "I fratelli Dinamite" dei fratelli Pagot: film estraneo alla rassegna sotto ogni punto di vista, dato il fatto che è del 1949, è un cartone animato e all’epoca costò pure i suoi bei soldini. Eppure doverosamente mostrato ad un pubblico che non lo aveva neanche mai sentito nominare, perduto da cinquant’anni e solo di recente restaurato. Pur pesando su di lui un sottotesto morale che ne inficia la forza eversiva, questo cartoon nostrano ha dalla sua una psichedelia gentile, capace di giocare sull’irrazionale e sul deformabile (si veda per tutte la sequenza del concerto) in maniera assolutamente non banale. E carica di classe.

Altro discorso a parte lo merita anche "Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea" di Riccardo Freda. Forse, e non credo di esagerare, il film più illogico che abbia visto in tutta la mia vita. Non c’è una sola azione che porti ad una conseguenza logica o anche solo vagamente ipotizzabile. In sala sono letteralmente morto dalle risate, trascinando con me buona parte del pubblico. Lo eleggo mio personalissimo film comico della mostra.

Insomma tra una riscoperta del Brass pre-erotico e l’altra l’attenzione è stata monopolizzata dal duo Tarantino/Dante. Presenti a tutte le proiezioni della retrospettiva, fan di gran lunga più entusiasti e rumorosi di qualsiasi fan italiano, non solo si sono lasciati circondare per dodici giorni da un’orda di gente a caccia di autografi, strette di mano e fotografie, ma hanno anche organizzato di straforo una maratona notturna dove sono stati presentati "Avere vent’anni" di Fernando Di Leo, "7 note in nero" di Lucio Fulci – nella versione in inglese personalmente portata dall’America da Tarantino – e "Spasmo" di Umberto Lenzi. Chi è rimasto in sala si è anche beccato un DVD in regalo (il sottoscritto si è accaparrato il mitico "Blob" del 1958). Tra le scene più belle del duo Tarantino che, incontrando Martino, lo chiama "maestro", le risate e gli applausi a scena aperta durante i film di Di Leo e Joe Dante che afferma "ho sempre sognato di girare un film come Tinto Brass". Sublime idiozia, probabilmente, ma di grande effetto – come i trailer dei film italiani di genere per il pubblico statunitense, tra i quali spiccava un irresistibile "God Forget it, I don’t!" -.

Ma non è stato solo il cinema di genere a essere omaggiato dalla mostra. C’è stato anche uno spazio per l’underground italiano del periodo, grazie alla presenza di Alberto Grifi (l’autore del giustamente celebrato "Anna") e Romano Scavolini. Le loro opere sono state accompagnate dai ritratti degli autori diretti da Paolo Brunatto. "Transfert per Kamera verso Virulentia" di Grifi è una delle esperienze visive più sconvolgenti di questa mostra, così come "La verifica incerta" (che a Venezia mi sono perso, ma che avevo già visto a Roma) presenta un geniale lavoro di riscrittura del cinema classico statunitense. Proprio nell’anno in cui il cinema di genere italiano assurge agli onori della cronaca viene (ri)presentato lo studio sulle dinamiche cinematografiche statunitensi più illuminante e dissacrante che sia mai stato tentato.

Durante le giornate degli autori è stato anche ripresentato "L’imperatore di Roma", straordinario esordio del 1987 di Nico D’Alessandria, scomparso lo scorso Dicembre a causa di una malattia: il film lo so a memoria e non l’ho rivisto, ma ho avuto negli scorsi anni l’occasione di conoscere Nico di persona (e di ospitarlo anche, due anni fa, proprio a Venezia), e ci tenevo a concludere questo pezzo sulla retrospettiva con un suo ricordo, senza farmi prendere dalla frenesia celebrativa postuma alla quale è andato incontro. Solo con una riga di puntini.

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INDICE
I. Anno terzo, annotazioni
 
II. Vita da accreditato versus pestilenza
 
III. "E' un bel film, l'ha visto?"
a) il concorso
b) le sezioni collaterali
c) i fuori concorso
d) le retrospettive
 
IV. Italians do it...
 
V. I cartoni animati
 
VI. L'album dei ricordi
 
VII. Storie di ordinaria cult(ura)
 
VIII. "Sono un dimenticone"
 
IX. Il gioco del voto
 
 

 


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