d) LE RETROSPETTIVE
“La serie B si basa sul concetto di banana,
di piede, la squadra retrocede…”
Precisazione iniziale:
la scelta di rivalutare il cinema di genere italiano,
il cosiddetto prodotto medio, venuto alla luce tra
gli anni ’60 e ’80 è sicuramente da apprezzare,
e a Marco Giusti e Luca Rea va il mio riconoscimento
– per quel che può valere -. Detto questo ci
sono però alcuni interrogativi che sono destinati
a rimanere insoluti:
-
che senso ha,
sinceramente, parlare di "Kings of the B’s"
quando accanto a nomi come quelli di Umberto Lenzi,
Piero Vivarelli e Ferdinando Baldi compaiono anche
autori non di serie B come Luciano Salce, Damiano
Damiani e i fratelli Pagot? Non perché
il termine sia offensivo nei loro confronti, ma
semplicemente perché un film come "Colpo
di stato" può essere definito nelle
maniere più disparate ma non potrà
mai essere considerato un film di serie B. Non
ne possiede infatti i tempi, i modi di ripresa,
il gusto, le aspirazioni. Fare cinema di serie
B oramai non è altro infatti che una scelta,
e come tale va rispettata. Cosa che qui al festival
si è fatto in maniera saltuaria.
-
Si è
detto che la retrospettiva doveva cercare di portare
alla luce non solo ciò che fosse propriamente
di serie B, ma solo il cinema "nascosto",
celato agli occhi degli italiani. Sotto questa
luce la presenza del film di Salce e de "I
fratelli Dinamite" di Nino Pagot acquista
un senso, ma non si capisce più cosa ci
facciano "Lo strano vizio della signora Wardh"
e "L’aldilà…e tu vivrai nel terrore",
passati entrambi di recente nei palinsesti televisivi
– ovviamente di notte, ma c’è da pretendere
di più? -.
-
Si è
detto allora che si trattava di un esplicito omaggio
a due maestri del cinema di genere italiano, Sergio
Martino e Lucio Fulci, e la cosa mi sta benissimo
(mi piacciono entrambe le opere citate, ci mancherebbe
altro), ma se si voleva essere originali non si
poteva tirar fuori dai cassetti qualcosa di più
raro, di realmente invisibile, o quasi? Sarebbe
stata l’occasione adatta per gustarsi "Tutti
i colori del buio" e "Una lucertola
con la pelle di donna". Per fare due esempi.
Insomma, la retrospettiva
è apparsa abbastanza instabile da un punto
di vista logico: sinceramente vedere "Quien Sabe?"
– tra l’altro nella versione integrale – e "W
la foca!" uno accanto all’altro non può
che destare qualche perplessità. E’ sembrato
che tutta la rassegna sia stata gestita con totale
spirito acritico. Perché riappropriarsi del
cinema popolare italiano del passato è non
solo giusto, ma doveroso, ma accettare la rivalutazione
di tutto e tutti rischia di negare l’atto in sé.
Riabilitando agli occhi della critica qualsiasi sciocchezza
sia stata filmata in quella ventina d’anni non si
fa altro che lasciare tutto così come è
ora. La ribalta veneziana serviva proprio a mettere
in luce gli aspetti innegabilmente importanti delle
opere di Margheriti e compagnia, la presenza disturbante
e inutile di film come "W la foca!" e "Il
dio serpente" rischia di annebbiare tutto questo,
appiattendo il livello del discorso a un mero e ludico
"tarallucci e vino".
Lasciando stare per
adesso la polemica sull’affastellamento dei titoli
più disparati passo a elencare le visioni meritevoli
di maggior attenzione: non si può non esultare
per il rispolvero di un piccolo, straordinario capolavoro
satirico del nostro cinema. "Colpo di stato"
di Luciano Salce, venuto alla luce dopo decenni di
assenza è un gioiello di raffinata grandezza;
acida burla nei confronti della politica italiana
– ma non solo -, sorridente e anarchico, adagiato
su una sceneggiatura scoppiettante e irriverente,
il film di Salce merita di entrare di diritto nella
storia del nostro cinema, nella speranza che non torni
seppellito sotto chissà quanti strati di polvere.
Ho rivisto con enorme piacere alcuni film di Fernando
Di Leo (insieme a Sergio Martino il regista che ha
riscosso il maggior successo da parte di Quentin Tarantino,
che ha sempre detto di essersi ispirato alla sua poetica
noir, ribadendolo anche durante le conferenze stampa
al Lido), ho esultato a "Quien Sabe?" e
alle pellicole di Fulci, sono andato in estasi davanti
"Danza macabra" di Antonio Margheriti.
Ho avuto modo di disprezzare
solamente i già citati "W la foca!"
e "Il dio serpente", e non me ne vogliano
Nando Cicero e Piero Vivarelli se reputo che la ribalta
critica a loro dovrebbe essere totalmente negata.
Un discorso a parte
lo merita "I fratelli Dinamite" dei fratelli
Pagot: film estraneo alla rassegna sotto ogni punto
di vista, dato il fatto che è del 1949, è
un cartone animato e all’epoca costò pure i
suoi bei soldini. Eppure doverosamente mostrato ad
un pubblico che non lo aveva neanche mai sentito nominare,
perduto da cinquant’anni e solo di recente restaurato.
Pur pesando su di lui un sottotesto morale che ne
inficia la forza eversiva, questo cartoon nostrano
ha dalla sua una psichedelia gentile, capace di giocare
sull’irrazionale e sul deformabile (si veda per tutte
la sequenza del concerto) in maniera assolutamente
non banale. E carica di classe.
Altro discorso a parte
lo merita anche "Estratto dagli archivi segreti
della polizia di una capitale europea" di Riccardo
Freda. Forse, e non credo di esagerare, il film più
illogico che abbia visto in tutta la mia vita. Non
c’è una sola azione che porti ad una conseguenza
logica o anche solo vagamente ipotizzabile. In sala
sono letteralmente morto dalle risate, trascinando
con me buona parte del pubblico. Lo eleggo mio personalissimo
film comico della mostra.
Insomma tra una riscoperta
del Brass pre-erotico e l’altra l’attenzione è
stata monopolizzata dal duo Tarantino/Dante. Presenti
a tutte le proiezioni della retrospettiva, fan di
gran lunga più entusiasti e rumorosi di qualsiasi
fan italiano, non solo si sono lasciati circondare
per dodici giorni da un’orda di gente a caccia di
autografi, strette di mano e fotografie, ma hanno
anche organizzato di straforo una maratona notturna
dove sono stati presentati "Avere vent’anni"
di Fernando Di Leo, "7 note in nero" di
Lucio Fulci – nella versione in inglese personalmente
portata dall’America da Tarantino – e "Spasmo"
di Umberto Lenzi. Chi è rimasto in sala si
è anche beccato un DVD in regalo (il sottoscritto
si è accaparrato il mitico "Blob"
del 1958). Tra le scene più belle del duo Tarantino
che, incontrando Martino, lo chiama "maestro",
le risate e gli applausi a scena aperta durante i
film di Di Leo e Joe Dante che afferma "ho sempre
sognato di girare un film come Tinto Brass".
Sublime idiozia, probabilmente, ma di grande effetto
– come i trailer dei film italiani di genere per il
pubblico statunitense, tra i quali spiccava un irresistibile
"God Forget it, I don’t!" -.
Ma non è stato
solo il cinema di genere a essere omaggiato dalla
mostra. C’è stato anche uno spazio per l’underground
italiano del periodo, grazie alla presenza di Alberto
Grifi (l’autore del giustamente celebrato "Anna")
e Romano Scavolini. Le loro opere sono state accompagnate
dai ritratti degli autori diretti da Paolo Brunatto.
"Transfert per Kamera verso Virulentia"
di Grifi è una delle esperienze visive più
sconvolgenti di questa mostra, così come "La
verifica incerta" (che a Venezia mi sono perso,
ma che avevo già visto a Roma) presenta un
geniale lavoro di riscrittura del cinema classico
statunitense. Proprio nell’anno in cui il cinema di
genere italiano assurge agli onori della cronaca viene
(ri)presentato lo studio sulle dinamiche cinematografiche
statunitensi più illuminante e dissacrante
che sia mai stato tentato.
Durante le giornate
degli autori è stato anche ripresentato "L’imperatore
di Roma", straordinario esordio del 1987 di Nico
D’Alessandria, scomparso lo scorso Dicembre a causa
di una malattia: il film lo so a memoria e non l’ho
rivisto, ma ho avuto negli scorsi anni l’occasione
di conoscere Nico di persona (e di ospitarlo anche,
due anni fa, proprio a Venezia), e ci tenevo a concludere
questo pezzo sulla retrospettiva con un suo ricordo,
senza farmi prendere dalla frenesia celebrativa postuma
alla quale è andato incontro. Solo con una
riga di puntini.
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