torna all'homepage

MusiKàl! - Recensioni, Artisti, News musicali
» Novità Album e Live
» News
» I preferiti di Rokko
» Gli intramontabili
» Kalporzgrafie
» Speciali / Interviste

Osteria - Chiacchiere e Forum
Chiacchiere e Forum

Stalla - Storie in musica
Storie in musica

Municipio - Benvenuti a Kalporz!
Benvenuti a Kalporz!

Cerca un Artista
0-9 A B C D E F G H I
J K L M N O P Q R S
T U V W X Y Z

Newsletter
Info & Contatti
Collabora con noi
Pubblicità
Promo e demo
Le Foto su Kalporz
Live in Kalporz


RAFFAELE A VENEZIA ANNO III

inopinato resoconto a cura di Raffaele Meale

III. “E’ UN BEL FILM, L’HA VISTO?”


c) I FUORI CONCORSO
“E’ giunta Mezzanotte, si spengono i rumori…”

Nel 2000, sotto la discussa presidenza di Barbera, fu istituita la sezione Sogni e visioni, nella quale far passare i film in grado di tenere sveglia l’attenzione del pubblico anche a Mezzanotte. Ricordo benissimo le proiezioni di "What Lies Beneath" di Robert Zemeckis – io in mezzo tra due mie amiche pronte a ficcarmi le unghie nel braccio a ogni colpo di scena e a saltare sulla sedia - e di "Time and Tide", splendido film d’azione del maestro Tsui Hark. Il resto era robaccia, film mediocri in grado sì di non far addormentare, ma non altrettanto in grado di far uscire soddisfatti dalla sala (perché quando si esce soddisfatti da un film ci si sente pieni come dopo un banchetto di nozze), eppure l’idea era veramente buona. Idea soppressa da De Hadeln e ripresa, e poteva essere altrimenti ?, quest’anno da Marco Müller. Ripresa in grandissimo stile, c’è da aggiungere. Tra il Fuori Concorso vero e proprio e la sezione ribattezzata Mezzanotte (l’ora dei fantasmi, l’ora in cui i bambini devono andare a letto) sono passati alcuni dei film di "intrattenimento" – termine orribile, che non ha in fin dei conti alcun significato – migliori degli ultimi anni.

Ma andiamo con ordine…

 

c-1) Treni, taxi, aerei e guerre sempre più mondiali

La Venezia del Fuori Concorso ha potuto contare su due – leggasi due – capolavori. Il primo è "Collateral" di Michael Mann, film d’azione del futuro girato interamente in digitale e poi vidigrafato in pellicola. Il rapporto tra il gioviale tassista losangelino Jamie Foxx e il brizzolato killer innamorato del jazz Tom Cruise si sviluppa nell’arco di una sola notte, ma si erge come metafora dell’intera esistenza umana. Lo strano contratto che lega i due (con il tassista costretto ad accompagnare Curise ai suoi appuntamenti con l’omicidio) mantiene un ritmo indiavolato e una tensione difficilmente eguagliabile. La regia è forse la migliore messa in mostra fino a oggi da Michael Mann, i colori digitali dei quali si riveste Los Angeles la rendono cupa, mortuaria, a tratti quasi luciferina e almeno due sequenze – quella all’interno della discoteca e il lungo dialogo nel jazz club – sono da antologia del cinema contemporaneo. Un film che supera le dinamiche del moderno e del postmoderno e presenta apertamente le sue credenziali di "opera futura".

Il secondo capolavoro della sezione è anche il film che ha ufficialmente concluso la 61. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: "Steamboy" è il ritorno sulle scene di un vero e proprio dio dell’animazione giapponese, Katshuiro Otomo, il cui nome fino ad ora era legato quasi esclusivamente al capolavoro cyberpunk "Akira". In quest’ultima fatica le ossessioni industriali che lo hanno reso celebre si insinuano in maniera progressiva e continuata nelle trame di un film ambientato nell’ottocento inglese. Ancora una volta la cattiveria anarcoide esplode in tutta la sua ferocia, atto d’accusa beffardo contro qualsiasi tipo di potere, illuminato e non. Altro film d’azione capace di lasciare totalmente senza fiato, "Steamboy" è un nuovo punto di arrivo per l’animazione, grazie a un’etica cinematografica che sembra voler sposare contemporaneamente surrealismo e iper-realismo, cinema d’azione (l’inseguimento sul treno è degno del miglior Hitchcock fuso a Tsui Hark) e romanticismo disilluso alla Peckinpah. E i titoli di coda che mostrano il giovane Steam e la sua famiglia attraversare gli ultimi singulti del diciannovesimo secolo e i primi vagiti del ventesimo sono l’ulteriore dimostrazione di una vitalità intellettuale da tenersi stretti.

I mezzi di trasporto e il loro rapporto con il movimento continuo delle guerre – cittadine o mondiali che siano – continua (dopo il rapporto taxi/killer di Mann e quello treno – ma anche nave e aereo -/guerra mondiale di Otomo) con il terminale dell’aeroporto di New York in cui va a capitare il turista Tom Hanks in "The Terminal" di Steven Spielberg. Anche qui una guerra (stavolta un colpo di stato) condiziona gli eventi, costringendo quest’uomo incapace di parlare in inglese in uno spazio angusto e di nessuno come l’area doganale di una frontiera. Peccato che il film sia un pasticciaccio di rara bruttezza, che vorrebbe elogiare le minoranze degli Stati Uniti e condannare l’ottusità del potere ma finisce per risolversi in un peana blando e fastidioso alla democrazia delle stelle e strisce. Come rovinare un ottimo spunto di partenza – non a caso di Andrew Niccol, autore di "Truman Show" e di "Gattaca", due bei pamphlet contro l’omologazione -; quando Spielberg tira fuori dal cilindro qualcosa di mediocre lo rende talmente magniloquente da trasformare la mediocrità in orrore puro.

Ancora sulla guerra si interroga il Jonathan Demme di "The Manchurian Candidate", e nello specifico sulla guerra come base economica su cui si fondano le ricchezze degli Stati Uniti d’America. Tutto ciò che Michael Moore spiattella nei suoi documentari viene qui filtrato splendidamente attraverso il puro cinema d’azione, risultando forse assai più efficace. Se il film di Moore è palesemente a tesi, affascinando chi verso quel pensiero si trova concorde e magari facendo partire prevenuti coloro i quali si trovano sulla barricata opposta, l’opera di Jonathan Demme riesce a scivolare in maniera più fluida e ad agire con maggiore forza. A pochi passi dal cinema di propaganda, si potrebbe dire. La cosa certa è che Demme si conferma uno dei più grandi registi contemporanei americani, capace in un anno di passare dalla rabbia documentaria di "The Agronomist" alla fanta (?) politica di "The Manchurian Candidate".

"Rudao longhu bang" di Johnny To, registra prolifico fino all’inverosimile (quest’anno toccherà quota cinque film girati), è un bell’esempio di cinema poliedrico, nascondendo al suo interno cinema d’azione, gangster movie, commedia, storia d’amore, e addirittura accenni di slapstick. Non tutto è perfettamente coeso, e per questo non si può parlare di capolavoro, ma fa bene al cuore vedere film del genere (soprattutto lo stesso giorno in cui si è costretti a sorbirsi il film di Spielberg e quello di Cappuccio, di cui parlerò tra poco).

"O quinto imperio" di Manoel de Oliveira è, come era ovvio fosse, un grande film. A mio parere non totalmente al livello degli ultimi ma comunque capace di lasciare a bocca aperta, e per la profondità della sceneggiatura e per la magnificenza della messa in scena. Costruendo degli interminabili tableaux vivents de Oliveira permette alla storia di progredire all’interno di una staticità solo apparente, metafora della staticità imponente nella quale si sviluppò l’epoca d’oro della storia portoghese. Dopo aver ricercato una sorta di storia comune mediterranea nello straordinario "Un film parlato" il regista quasi centenario torna a soffermarsi sulla storia del proprio popolo, della propria gente. Un esempio di cinema irriproducibile e coraggioso.

Su "Nastroyschik" di Kyra Muratova passo come un fulmine: carino. Visto a mezzanotte senza addormentarmi nonostante la stanchezza e le due ore e mezza di durata. Oso ripetermi e ridire: carino.

"Come inguaiammo il cinema italiano", documentario di Ciprì e Maresco dedicato alla vita e alle opere di Franco e Ciccio mi ha fatto, di tanto in tanto, ridere. Certo dal duo di "Cinico tv" mi sarei aspettato molto di più, alla fine non si tratta altro che di un documentario classico, in perfetto stile RAI, eccezion fatta per un paio di intermezzi di quelli che hanno reso celebri gli autori di "Totò che visse due volte" e per gli interventi di Gregorio Napoli e Francesco Puma – quest’ultimo ridicolizzato fino all’inverosimile -. Ma tant’è, si vede che di fronte a due compaesani Ciprì e Maresco non hanno voluto osare troppo, aggiungendo demenzialità a demenzialità (e scandalosamente riservando pochissimo spazio ai due veri capolavori del duo: le interpretazioni in "Rinaldo in campo" e "Pinocchio"). Peccato. O no?

Su "L’amore ritrovato" di Carlo Mazzacurati preferirei calare un velo pietoso. Definirlo orribile equivale a sopravvalutarlo. Non ho visto il film di Placido ma se è vero che quello almeno fa ridere allora questa storiella d’amore tra Accorsi e la Sansa è peggiore, visto che la noia impera sovrana. Mi sono svegliato alle 7.30 per andare a vederlo e ho seriamente pensato di fare causa a Mazzacurati per ripagarmi le ore di sonno perse. Inqualificabile, arrivo addirittura a dire che se andasse perduto il master il cinema mondiale ci guadagnerebbe.

Sono sempre stato dell’opinione che Claude Chabrol facesse parte di quella cerchia di registi incapaci di invecchiare bene, convinti che nella reiterazione infinita dello stesso film fosse nascosto il senso del cinema. Fortunatamente "La demoiselle d’honneur" arriva a smentirmi. Bel film, crudele come al solito ma capace di apparire assai più divertito della media dei film dell’autore e soprattutto in grado di ergersi come smitizzazione totale di alcuni dei punti fermi del cinema francese, dall’amour fou alla crisi della famiglia borghese. Speriamo che non sia stato solo un caso.

Lo so che in fin dei conti tutti lo state aspettando, ma vi deluderò: non ho visto "Eros" del trittico Kar-Wai/Soderbergh/Antonioni. Era di mattina presto e una volta tanto non mi sono svegliato in tempo. Lo ripescherò senza problemi a Roma, e a sentire le critiche solo l’episodio di Wong Kar-Wai vale realmente la pena. E’ sempre valido l’interrogativo sulla volontà autoriale dell’Antonioni attuale: essendo praticamente incapace di intendere e di volere, chi li gira i suoi film? E, soprattutto, possono essere veramente considerati suoi film o bisognerebbe iniziare a parlare di marchio registrato per sfruttare la fama del quasi novantenne regista? Riflettete, gente, riflettete.

 

c-2) Feti al vapore, corpo di bambola e malesi volanti

Ciò che più mi ha spinto al fastidio durante questa mostra cinematografica non è un’immagine, ma un suono: l’onomatopeico crunch che le mandibole della protagonista dell’episodio di Fruit Chan nello splendido "Three…Extremes" producono masticando i ravioli al vapore che ringiovaniscono la pelle. Perché? Perché dentro ai suddetti ravioli c’è un ingrediente un po’ particolare e raramente considerato commestibile: feti umani. Il film diretto a sei mani da Fruit Chan, Park Chan-Wook e Takashi Miike – sempre lui!!! – non è solo un grande esempio di cinema, ma permette anche una riflessione non banale sui metodi produttivi orientali. Oramai consolidatisi come forza nel cinema mondiale, gli autori orientali tendono a scambiarsi idee e produzioni e si notano, soprattutto, cordate produttive che coinvolgono più stati. Nel caso in questione si tratta di Hong Kong, Corea del Sud e Giappone, uniti in un’operazione artistica che ricorda da vicino i "Tre passi nel delirio" che permise a Federico Fellini di confrontarsi con l’horror, rubacchiando da Mario Bava nell’episodio intitolato "Toby Damnit". A parte la grottesca dieta di Chan c’è da segnalare lo straordinario episodio di Park Chan-Wook, fresco di riconoscimento a Cannes per il suo "Old Boy": in una riflessione sulla vita come set cinematografico e viceversa si dipana una storia che non sarebbe dispiaciuta a Dario Argento, alla cui estetica l’autore sudcoreano aggiunge un tocco di surrealismo straniante – l’efferato omicida che si mette improvvisamente a cantare e a ballare -. Conclude il trittico Takashi Miike, lontano dalle atmosfere di "Izo" e più vicino al glaciale formalismo che aveva messo in mostra nel recente "The Call". Quasi inattaccabile.

Non ho molta voglia di parlare di "Volevo solo dormirle addosso" di Eugenio Cappuccio: filmetto sul rampantismo aziendale – genere inflazionato all’inverosimile -, con un Giorgio Pasotti come tanti e una sceneggiatura sciatta. Senza lode e con alcune infamie. C’è di peggio, ma questo non aiuta di certo.

Non ho molta voglia di parlare neanche di "Man on Fire" di Tony Scott, film d’azione e di vendetta con protagonista un monocorde Denzell Washington. Alcune idee di regia non sono disprezzabili, ma per il resto uno si ricorda solo la vocina fastidiosa della bambina – la stessa protagonista del lacrimoso "I am Sam" – che chiama Creasy, il nome del personaggio interpretato da Washington, "Little Bear Creasy". Se basta questo a fare un film…

Non ho rivisto il director’s cut di "Donnie Darko", film culto per le nuove generazioni, ma non credo differisse molto dalla copia che avevo avuto modo di visionare io. Carino, intelligente, furbetto.

"Puteri gunung Ledang" è un film malese con intuizioni da film di Hong Kong. Detto questo, ha tutti i meriti dei film di Hong Kong e tutti i difetti dei film malesi: le scene d’azioni sono divertenti, ben girate e splendide da vedere. Peccato che per arrivare a vedere queste si debba passare per una storia d’amore talmente smielata che al confronto le telenovelas brasiliane potrebbero essere scambiate per fulgidi esempi di cinema-verità. Comunque non disprezzabile.

Ed eccomi giunto a quello che giudico, sinceramente, non solo il più bel film visto in questa sezione, non solo il più bel film italiano visto al festival – escludendo le retrospettive -, ma con ogni probabilità uno dei cinque più bei film visti durante tutti e dodici i giorni. "Occhi di cristallo" è la consacrazione definitiva del genio di Eros Puglielli, trentenne con alle spalle un esordio sbalorditivo ("Dorme", girato in Hi 8 a diciannove anni) e un secondo film imperfetto ma dalle grandi potenzialità ("Tutta la conoscenza del mondo"), oltre a cortometraggi di grande spessore. Quest’ultima fatica è un thriller mozzafiato, ispirato alla stagione d’oro d’inizio anni ’70 e dunque a Dario Argento, Sergio Martino e compagnia. Girato con una sapienza rara, in grado di gestire una messa in scena difficile (gioca sulla mancanza di luce come potrebbe fare un veterano e costruisce la sequenza della morte della padrona della bambola come non sarebbe riuscito a fare neanche l’Argento dei bei tempi) e di dirigere ottimamente un parco attori in parte sconosciuto (e Lo Cascio sembra trasformarsi nel De Niro italiano), Puglielli costruisce un’opera terrorizzante, adagiata su uno stato d’angoscia continuo, incessante, senza vie d’uscita. Lavorando sui cliché e sui luoghi comuni del genere Puglielli non li deride né li parodizza, come d’usanza (oramai abusata) nel cinema attuale, ma li ripropone per quelli che sono, topoi culturali dell’orrore. "Occhi di cristallo" è un film perfetto, e a lui va il mio applauso più grande.

 

 

INDICE
I. Anno terzo, annotazioni
 
II. Vita da accreditato versus pestilenza
 
III. "E' un bel film, l'ha visto?"
a) il concorso
b) le sezioni collaterali
c) i fuori concorso
d) le retrospettive
 
IV. Italians do it...
 
V. I cartoni animati
 
VI. L'album dei ricordi
 
VII. Storie di ordinaria cult(ura)
 
VIII. "Sono un dimenticone"
 
IX. Il gioco del voto
 
 

 


Home | Municipio | Musikàl | Osteria | Stalla

Copyright  © Kalporz 2000-2004. Tutti i diritti riservati