c) I FUORI CONCORSO
“E’ giunta Mezzanotte, si spengono i rumori…”
Nel 2000, sotto la
discussa presidenza di Barbera, fu istituita la sezione
Sogni e visioni, nella quale far passare i
film in grado di tenere sveglia l’attenzione del pubblico
anche a Mezzanotte. Ricordo benissimo le proiezioni
di "What Lies Beneath" di Robert Zemeckis
– io in mezzo tra due mie amiche pronte a ficcarmi
le unghie nel braccio a ogni colpo di scena e a saltare
sulla sedia - e di "Time and Tide", splendido
film d’azione del maestro Tsui Hark. Il resto era
robaccia, film mediocri in grado sì di non
far addormentare, ma non altrettanto in grado di far
uscire soddisfatti dalla sala (perché quando
si esce soddisfatti da un film ci si sente pieni come
dopo un banchetto di nozze), eppure l’idea era veramente
buona. Idea soppressa da De Hadeln e ripresa, e poteva
essere altrimenti ?, quest’anno da Marco Müller.
Ripresa in grandissimo stile, c’è da aggiungere.
Tra il Fuori Concorso vero e proprio e la sezione
ribattezzata Mezzanotte (l’ora dei fantasmi,
l’ora in cui i bambini devono andare a letto)
sono passati alcuni dei film di "intrattenimento"
– termine orribile, che non ha in fin dei conti alcun
significato – migliori degli ultimi anni.
Ma andiamo con ordine…
c-1) Treni,
taxi, aerei e guerre sempre più mondiali
La Venezia del Fuori
Concorso ha potuto contare su due – leggasi due
– capolavori. Il primo è "Collateral"
di Michael Mann, film d’azione del futuro girato interamente
in digitale e poi vidigrafato in pellicola. Il rapporto
tra il gioviale tassista losangelino Jamie Foxx e
il brizzolato killer innamorato del jazz Tom Cruise
si sviluppa nell’arco di una sola notte, ma si erge
come metafora dell’intera esistenza umana. Lo strano
contratto che lega i due (con il tassista costretto
ad accompagnare Curise ai suoi appuntamenti con l’omicidio)
mantiene un ritmo indiavolato e una tensione difficilmente
eguagliabile. La regia è forse la migliore
messa in mostra fino a oggi da Michael Mann, i colori
digitali dei quali si riveste Los Angeles la rendono
cupa, mortuaria, a tratti quasi luciferina e almeno
due sequenze – quella all’interno della discoteca
e il lungo dialogo nel jazz club – sono da antologia
del cinema contemporaneo. Un film che supera le dinamiche
del moderno e del postmoderno e presenta apertamente
le sue credenziali di "opera futura".
Il secondo capolavoro
della sezione è anche il film che ha ufficialmente
concluso la 61. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica:
"Steamboy" è il ritorno sulle scene
di un vero e proprio dio dell’animazione giapponese,
Katshuiro Otomo, il cui nome fino ad ora era legato
quasi esclusivamente al capolavoro cyberpunk "Akira".
In quest’ultima fatica le ossessioni industriali che
lo hanno reso celebre si insinuano in maniera progressiva
e continuata nelle trame di un film ambientato nell’ottocento
inglese. Ancora una volta la cattiveria anarcoide
esplode in tutta la sua ferocia, atto d’accusa beffardo
contro qualsiasi tipo di potere, illuminato e non.
Altro film d’azione capace di lasciare totalmente
senza fiato, "Steamboy" è un nuovo
punto di arrivo per l’animazione, grazie a un’etica
cinematografica che sembra voler sposare contemporaneamente
surrealismo e iper-realismo, cinema d’azione (l’inseguimento
sul treno è degno del miglior Hitchcock fuso
a Tsui Hark) e romanticismo disilluso alla Peckinpah.
E i titoli di coda che mostrano il giovane Steam e
la sua famiglia attraversare gli ultimi singulti del
diciannovesimo secolo e i primi vagiti del ventesimo
sono l’ulteriore dimostrazione di una vitalità
intellettuale da tenersi stretti.
I mezzi di trasporto
e il loro rapporto con il movimento continuo delle
guerre – cittadine o mondiali che siano – continua
(dopo il rapporto taxi/killer di Mann e quello treno
– ma anche nave e aereo -/guerra mondiale di Otomo)
con il terminale dell’aeroporto di New York in cui
va a capitare il turista Tom Hanks in "The Terminal"
di Steven Spielberg. Anche qui una guerra (stavolta
un colpo di stato) condiziona gli eventi, costringendo
quest’uomo incapace di parlare in inglese in uno spazio
angusto e di nessuno come l’area doganale di una frontiera.
Peccato che il film sia un pasticciaccio di rara bruttezza,
che vorrebbe elogiare le minoranze degli Stati Uniti
e condannare l’ottusità del potere ma finisce
per risolversi in un peana blando e fastidioso alla
democrazia delle stelle e strisce. Come rovinare un
ottimo spunto di partenza – non a caso di Andrew Niccol,
autore di "Truman Show" e di "Gattaca",
due bei pamphlet contro l’omologazione -; quando Spielberg
tira fuori dal cilindro qualcosa di mediocre lo rende
talmente magniloquente da trasformare la mediocrità
in orrore puro.
Ancora sulla guerra
si interroga il Jonathan Demme di "The Manchurian
Candidate", e nello specifico sulla guerra come
base economica su cui si fondano le ricchezze degli
Stati Uniti d’America. Tutto ciò che Michael
Moore spiattella nei suoi documentari viene qui filtrato
splendidamente attraverso il puro cinema d’azione,
risultando forse assai più efficace. Se il
film di Moore è palesemente a tesi, affascinando
chi verso quel pensiero si trova concorde e magari
facendo partire prevenuti coloro i quali si trovano
sulla barricata opposta, l’opera di Jonathan Demme
riesce a scivolare in maniera più fluida e
ad agire con maggiore forza. A pochi passi dal cinema
di propaganda, si potrebbe dire. La cosa certa è
che Demme si conferma uno dei più grandi registi
contemporanei americani, capace in un anno di passare
dalla rabbia documentaria di "The Agronomist"
alla fanta (?) politica di "The Manchurian Candidate".
"Rudao longhu
bang" di Johnny To, registra prolifico fino all’inverosimile
(quest’anno toccherà quota cinque film girati),
è un bell’esempio di cinema poliedrico, nascondendo
al suo interno cinema d’azione, gangster movie, commedia,
storia d’amore, e addirittura accenni di slapstick.
Non tutto è perfettamente coeso, e per questo
non si può parlare di capolavoro, ma fa bene
al cuore vedere film del genere (soprattutto lo stesso
giorno in cui si è costretti a sorbirsi il
film di Spielberg e quello di Cappuccio, di cui parlerò
tra poco).
"O quinto imperio"
di Manoel de Oliveira è, come era ovvio fosse,
un grande film. A mio parere non totalmente al livello
degli ultimi ma comunque capace di lasciare a bocca
aperta, e per la profondità della sceneggiatura
e per la magnificenza della messa in scena. Costruendo
degli interminabili tableaux vivents de Oliveira
permette alla storia di progredire all’interno di
una staticità solo apparente, metafora della
staticità imponente nella quale si sviluppò
l’epoca d’oro della storia portoghese. Dopo aver ricercato
una sorta di storia comune mediterranea nello straordinario
"Un film parlato" il regista quasi centenario
torna a soffermarsi sulla storia del proprio popolo,
della propria gente. Un esempio di cinema irriproducibile
e coraggioso.
Su "Nastroyschik"
di Kyra Muratova passo come un fulmine: carino. Visto
a mezzanotte senza addormentarmi nonostante la stanchezza
e le due ore e mezza di durata. Oso ripetermi e ridire:
carino.
"Come inguaiammo
il cinema italiano", documentario di Ciprì
e Maresco dedicato alla vita e alle opere di Franco
e Ciccio mi ha fatto, di tanto in tanto, ridere. Certo
dal duo di "Cinico tv" mi sarei aspettato
molto di più, alla fine non si tratta altro
che di un documentario classico, in perfetto stile
RAI, eccezion fatta per un paio di intermezzi di quelli
che hanno reso celebri gli autori di "Totò
che visse due volte" e per gli interventi di
Gregorio Napoli e Francesco Puma – quest’ultimo ridicolizzato
fino all’inverosimile -. Ma tant’è, si vede
che di fronte a due compaesani Ciprì e Maresco
non hanno voluto osare troppo, aggiungendo demenzialità
a demenzialità (e scandalosamente riservando
pochissimo spazio ai due veri capolavori del duo:
le interpretazioni in "Rinaldo in campo"
e "Pinocchio"). Peccato. O no?
Su "L’amore ritrovato"
di Carlo Mazzacurati preferirei calare un velo pietoso.
Definirlo orribile equivale a sopravvalutarlo. Non
ho visto il film di Placido ma se è vero che
quello almeno fa ridere allora questa storiella d’amore
tra Accorsi e la Sansa è peggiore, visto che
la noia impera sovrana. Mi sono svegliato alle 7.30
per andare a vederlo e ho seriamente pensato di fare
causa a Mazzacurati per ripagarmi le ore di sonno
perse. Inqualificabile, arrivo addirittura a dire
che se andasse perduto il master il cinema mondiale
ci guadagnerebbe.
Sono sempre stato
dell’opinione che Claude Chabrol facesse parte di
quella cerchia di registi incapaci di invecchiare
bene, convinti che nella reiterazione infinita dello
stesso film fosse nascosto il senso del cinema. Fortunatamente
"La demoiselle d’honneur" arriva a smentirmi.
Bel film, crudele come al solito ma capace di apparire
assai più divertito della media dei film dell’autore
e soprattutto in grado di ergersi come smitizzazione
totale di alcuni dei punti fermi del cinema francese,
dall’amour fou alla crisi della famiglia borghese.
Speriamo che non sia stato solo un caso.
Lo so che in fin dei
conti tutti lo state aspettando, ma vi deluderò:
non ho visto "Eros" del trittico Kar-Wai/Soderbergh/Antonioni.
Era di mattina presto e una volta tanto non mi sono
svegliato in tempo. Lo ripescherò senza problemi
a Roma, e a sentire le critiche solo l’episodio di
Wong Kar-Wai vale realmente la pena. E’ sempre valido
l’interrogativo sulla volontà autoriale dell’Antonioni
attuale: essendo praticamente incapace di intendere
e di volere, chi li gira i suoi film? E, soprattutto,
possono essere veramente considerati suoi film o bisognerebbe
iniziare a parlare di marchio registrato per sfruttare
la fama del quasi novantenne regista? Riflettete,
gente, riflettete.
c-2) Feti al vapore,
corpo di bambola e malesi volanti
Ciò che più
mi ha spinto al fastidio durante questa mostra cinematografica
non è un’immagine, ma un suono: l’onomatopeico
crunch che le mandibole della protagonista
dell’episodio di Fruit Chan nello splendido "Three…Extremes"
producono masticando i ravioli al vapore che ringiovaniscono
la pelle. Perché? Perché dentro ai suddetti
ravioli c’è un ingrediente un po’ particolare
e raramente considerato commestibile: feti umani.
Il film diretto a sei mani da Fruit Chan, Park Chan-Wook
e Takashi Miike – sempre lui!!! – non è solo
un grande esempio di cinema, ma permette anche una
riflessione non banale sui metodi produttivi orientali.
Oramai consolidatisi come forza nel cinema mondiale,
gli autori orientali tendono a scambiarsi idee e produzioni
e si notano, soprattutto, cordate produttive che coinvolgono
più stati. Nel caso in questione si tratta
di Hong Kong, Corea del Sud e Giappone, uniti in un’operazione
artistica che ricorda da vicino i "Tre passi
nel delirio" che permise a Federico Fellini di
confrontarsi con l’horror, rubacchiando da Mario Bava
nell’episodio intitolato "Toby Damnit".
A parte la grottesca dieta di Chan c’è da segnalare
lo straordinario episodio di Park Chan-Wook, fresco
di riconoscimento a Cannes per il suo "Old Boy":
in una riflessione sulla vita come set cinematografico
e viceversa si dipana una storia che non sarebbe dispiaciuta
a Dario Argento, alla cui estetica l’autore sudcoreano
aggiunge un tocco di surrealismo straniante – l’efferato
omicida che si mette improvvisamente a cantare e a
ballare -. Conclude il trittico Takashi Miike, lontano
dalle atmosfere di "Izo" e più vicino
al glaciale formalismo che aveva messo in mostra nel
recente "The Call". Quasi inattaccabile.
Non ho molta voglia
di parlare di "Volevo solo dormirle addosso"
di Eugenio Cappuccio: filmetto sul rampantismo aziendale
– genere inflazionato all’inverosimile -, con un Giorgio
Pasotti come tanti e una sceneggiatura sciatta. Senza
lode e con alcune infamie. C’è di peggio, ma
questo non aiuta di certo.
Non ho molta voglia
di parlare neanche di "Man on Fire" di Tony
Scott, film d’azione e di vendetta con protagonista
un monocorde Denzell Washington. Alcune idee di regia
non sono disprezzabili, ma per il resto uno si ricorda
solo la vocina fastidiosa della bambina – la stessa
protagonista del lacrimoso "I am Sam" –
che chiama Creasy, il nome del personaggio interpretato
da Washington, "Little Bear Creasy". Se
basta questo a fare un film…
Non ho rivisto il
director’s cut di "Donnie Darko", film culto
per le nuove generazioni, ma non credo differisse
molto dalla copia che avevo avuto modo di visionare
io. Carino, intelligente, furbetto.
"Puteri gunung
Ledang" è un film malese con intuizioni
da film di Hong Kong. Detto questo, ha tutti i meriti
dei film di Hong Kong e tutti i difetti dei film malesi:
le scene d’azioni sono divertenti, ben girate e splendide
da vedere. Peccato che per arrivare a vedere queste
si debba passare per una storia d’amore talmente smielata
che al confronto le telenovelas brasiliane potrebbero
essere scambiate per fulgidi esempi di cinema-verità.
Comunque non disprezzabile.
Ed eccomi giunto a
quello che giudico, sinceramente, non solo il più
bel film visto in questa sezione, non solo il più
bel film italiano visto al festival – escludendo le
retrospettive -, ma con ogni probabilità uno
dei cinque più bei film visti durante tutti
e dodici i giorni. "Occhi di cristallo"
è la consacrazione definitiva del genio di
Eros Puglielli, trentenne con alle spalle un esordio
sbalorditivo ("Dorme", girato in Hi 8 a
diciannove anni) e un secondo film imperfetto ma dalle
grandi potenzialità ("Tutta la conoscenza
del mondo"), oltre a cortometraggi di grande
spessore. Quest’ultima fatica è un thriller
mozzafiato, ispirato alla stagione d’oro d’inizio
anni ’70 e dunque a Dario Argento, Sergio Martino
e compagnia. Girato con una sapienza rara, in grado
di gestire una messa in scena difficile (gioca sulla
mancanza di luce come potrebbe fare un veterano e
costruisce la sequenza della morte della padrona della
bambola come non sarebbe riuscito a fare neanche l’Argento
dei bei tempi) e di dirigere ottimamente un parco
attori in parte sconosciuto (e Lo Cascio sembra trasformarsi
nel De Niro italiano), Puglielli costruisce un’opera
terrorizzante, adagiata su uno stato d’angoscia continuo,
incessante, senza vie d’uscita. Lavorando sui cliché
e sui luoghi comuni del genere Puglielli non li deride
né li parodizza, come d’usanza (oramai abusata)
nel cinema attuale, ma li ripropone per quelli che
sono, topoi culturali dell’orrore. "Occhi
di cristallo" è un film perfetto, e a
lui va il mio applauso più grande.