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RAFFAELE A VENEZIA ANNO III
inusitato resoconto a
cura di Raffaele Meale
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| III.
“E’ UN BEL FILM, L’HA VISTO?” |
b) LE SEZIONI COLLATERALI
Gli orizzonti settimanali degli autori (e il digitale
non solo terrestre)
Dicevo in precedenza che solitamente le sezioni collaterali
del Festival permettono di andare a pescare le vere
chicche, perle nascoste della programmazione. Per
questo 2004 ci sarebbe da ragionare molto su questo;
trasformato Controcorrente (che aveva visto
trionfare il buon "Springtime in a Small Town"
nel 2002 e il pessimo "Vodka Lemon" l’anno
scorso) in Orizzonti, appaiate alla solita
Settimana della Critica le inedite Giornate
degli autori – ispirate ovviamente alla storica
Quinzaine des Réalisateurs di stanza
a Cannes – e creata una sezione apposita per il cinema
pensato e diretto in digitale, il Festival di Venezia
si è trasformato in un bailamme di ipotesi
cinematografiche, istanze autoriali e frammentazione.
Producendo effetti non sempre benefici. Da un punto
di vista politico si è voluto dare un colpo
al cerchio e uno alla botte: le Giornate degli
autori hanno permesso a Francesco Maselli ed Emidio
Greco di accaparrarsi la loro bella fetta di torta,
dopo le polemiche dei mesi passati, e di innalzare
un muro in difesa del cinema europeo, a grave rischio
di implosione tra due giganti festivalieri come il
cinema orientale e quello statunitense. La sezione
ha ospitato registi belgi, italiani, francesi, inglesi,
sloveni, danesi, russi e portoghesi, cercando linee
direzionali unitarie e a volte, obiettivamente, trovandole.
Nel complesso le opere non sono sembrate imprescindibili
e soprattutto non hanno mostrato la forza di ergersi
come baluardo di un pensiero cinematografico "europeo".
Ma di spunti ce ne sono stati, eccome. Basterebbero
due opere come "Strings" e "Il giorno
del falco" per comprendere le variegate possibilità
della Vecchia Europa: il primo è il terzo lungometraggio
diretto dal danese Anders Ronnow-Klarlund, del quale
avevo visto il precedente "Possessed" nel
2000 durante il Fantafestival a Roma. Tanto era apparso
mediocre "Possessed" tanto appare oggi geniale
questo "Strings", il cui senso è
interamente racchiuso nel titolo: il film è
infatti interamente interpretato da marionette. Nulla
di particolarmente nuovo, mi si dirà, in fin
dei conti pupazzi, marionette, animazione in stop-motion
hanno sempre fatto parte dell’immaginario cinematografico.
Ed è vero, ma quante volte era stato possibile
imbattersi in un film di marionette nel quale queste
ultime fossero pienamente consapevoli della propria
essenza? I pupazzi retti da fili non sono assolutamente
antropomorfizzati, anzi reggono l’intero senso della
propria esistenza sul rapporto con il creatore, colui
il quale gestisce il filo che regge la testa (la mente).
In un universo che mescola tragedia elisabettiana
(il re che muore, il figlio che crede di doverlo vendicare
scatenando una guerra, il regno marcio), Excalibur
(soprattutto nell’uso delle luci, vedi lo splendido
combattimento al tramonto) e strizzatine d’occhio
alle dinamiche care a Tolkien – l’incontro con popolazioni
diverse, la chiusura dei portali della città
-, Ronnow-Klarklund si muove con una sapienza stupefacente,
creando un film emozionante e coinvolgente e costruendo
alcune sequenze da applauso a scena aperta, su tutte
la nascita di una piccola marionetta. E la metafora
umana che recita "come facciamo a odiarci? Lassù
tutti i cavi si intersecano" è tutt’altro
che banale. Complimenti!!!
"Il giorno del
falco", esordio alla regia di Rodolfo Bisatti
sotto l’ala protettiva di Ermanno Olmi, è il
film che ha ricominciato a farmi avere speranza nelle
sorti del cinema italiano. Non perché non escano
film interessanti nel nostro mercato (anche se pochi,
pochissimi) ma perché raramente un’opera d’esordio
ha il coraggio di distaccarsi così profondamente
dalle dinamiche classiche della nostra industria.
"Il giorno del falco" è una commedia
grottesca, disillusa e a tratti tragica, dominata
da una poetica sottile e da un epos romantico
destabilizzante e autoironico. Raccontando una storia
banale (una rapina in banca finita male, le indagini
portate avanti da un giornalista di un’emittente locale
e dal suo cameraman) Bisatti scoperchia il vaso di
Pandora di un mondo ai limiti del reale, dove è
possibile sbagliare indirizzo e ritrovarsi nel cimitero
degli animali invece che in quello per umani, dove
tutti si fermano con un boccale di vino ad ascoltare
le poesie di un sessantenne fioraio, dove il tempo
gioca un ruolo completamente diverso da quello a cui
siamo abituati. La prima ora del film presenta una
serie di trovate geniali a ripetizione, capaci di
innescare una risata liberatoria in quanto intelligente
e priva di compromessi. E se è vero che l’opera
accusa una flessione nell’ultima parte, a causa anche
della recitazione affidata interamente a non professionisti,
è altrettanto vero che viene naturale perdonare
questo difetto e dimenticarlo in fretta. Raramente
mi era capitato di esultare alla fine di un film italiano
a Venezia, e mi sembra dunque doveroso ringraziare
Bisatti e Olmi, che rischia di diventare una figura
fondamentale per lo sviluppo di un cinema "altro"
nella nostra penisola.
Sul resto passerò
in fretta, molto in fretta:
-
"Confituur"
di Lieven Debrauwer. Mediocre, a tratti divertente,
tipicamente da nord Europa. Decisamente evitabile,
con una sola idea di rilievo (i personaggi che
si muovono a tempo di musica) che viene abusata
fino all’inverosimile.
-
"Dead Man’s
Shoes" di Shane Meadows. Tipico revenge-movie
assolutamente privo di interesse. Noioso, mi ha
fatto dormire per una buona ventina di minuti
senza alcun pentimento postumo.
-
"L’oeil
de l’autre" di John Lvoff. Sono entrato in
sala preoccupato di dover correre a fare la fila
per "Izo" di Takashi Miike. Mi sono
detto "se per la prima mezz’ora non mi piace,
esco e corro in fila". La fuga è avvenuta
dopo sette minuti. Non giudico, ma è indicativo
(forse).
-
"Nemmeno
il destino" di Daniele Gaglianone. Prima
mezz’ora fantastica, diretta scritta e recitata
bene. Peccato che il film subisca un calo notevole
nella seconda parte, fino a perdersi decisamente
nel finale. Comunque prova superata.
-
"4"
di Ilya Khrzhanovsky. Delusione assoluta. Si diceva
che avremmo assistito al Tarantino russo, e per
mezz’ora questo sembra avverarsi – pur con alcune
lungaggini inutili -. Poi, il delirio. Per un’ora
e mezza nessuna scena ha un senso, non esiste
concatenazione di eventi, tutti strillano fanno
rumori fastidiosissimi e si lanciano in discorsi
senza senso. Peccato, il talento sembra esserci,
spero che in futuro il buon Ilya si sappia amministrare
meglio.
-
"Caro Vittorio"
di Marco Risi. E’ un cortometraggio e non avrei
dovuto citarlo. Ma far passare sotto silenzio
lo scandalo di un regista che arrabatta materiale
registrato anni fa pur di montare un cortometraggio
con Vittorio Gassmann e sfruttarne la fama sarebbe
stato grave. Della serie "Ah Marcoli’, questa
nun me la dovevi fa’".
Della Settimana
della critica ho visto solo quattro film di cui
due pessimi, entrambi imperniati su storie omosessuali
ed entrambi cinesi: "Kuang Fang" di Leste
Chen e "Hudie" di Yan Yan Mak – di cui pure
avevo apprezzato sempre qui a Venezia, anni fa, l’esordio
"Gege" -. Film pensati più per una
vendita all’estero che per altro difficilmente riusciranno
comunque a raggiungere questo obiettivo, vista la
pochezza dell’insieme e la noia profonda che producono
nello spettatore. La prevedibilità, per quanto
occidentalizzata, non è comunque facilmente
assimilabile. Mi è dispiaciuto non essere riuscito
a vedere "P.S." di Dylan Kidd che al Festival
portò il suo divertente esordio "Roger
Dodger". Interessante pur se colmo di difetti
"Una de dos" dell’argentino Alejo H. Taube,
girato artigianalmente con una XL1 (tanto per far
capire, anche io ho girato un cortometraggio con tale
macchina) ma con un senso della messa in scena che
lascia intravedere un possibile futuro. Il miglior
film visto nella sezione è stato sicuramente
"Koi No Mon" di Matsuo Suzuki, tratto da
un manga e diretto di conseguenza; anche se
alla lunga rischia di stancare alcune trovate sono
veramente geniali – valga su tutte la prima sequenza
– e il divertimento è assicurato. Il cammeo
di Shinya Tsukamoto e quello di Takashi Miike aggiungono
solo dei punti all’intero prodotto.
Della sezione dedicata
al digitale ammetto di non aver visto praticamente
nulla (2 film su 18). Non so come sia spiegabile questa
media bassissima, so solo che quando mi sono ritrovato
a contare i film visionati mi sono fermato a "The
Take" e "Marebito". Il primo è
un documentario sull’Argentina – luogo geografico
protagonista della mostra insieme al Sud Africa –
girato dai canadesi Avi Lewis e Naomi Klein (sì,
proprio la ragazza no-logo): come si potrà
facilmente intuire il punto di vista sulla crisi della
nazione sud americana è quello dei No Global.
L’opera è interessante, encomiabile e non aggiunge
nulla né alle riflessioni sulla situazione
mondiale né all’arte stessa del documentario.
"Marebito" di Takashi Shimizu è invece
una cocente delusione, visto che è girato dall’autore
di "Ju-On" ed è interpretato da Shinya
Tsukamoto (figura onnipresente in questo Festival):
un’ora e mezza di ovvie riflessioni sull’uso della
telecamera, sul senso della ripresa come morte, il
tutto in un programmatico sprofondamento nel fantastico.
Noiosissimo. Per il resto c’erano grandi nomi che
mi sono perso, da Peter Greenaway (che concludeva
la trilogia "Tulse Luper") a John Jost,
da Clara Law a Mimmo Calopresti. Peccato anche essersi
persi un film dal titolo "Killer Shrimps"
e non aver avuto modo di vedere neanche un minuto
delle tredici ore che portava sul groppone "Yizo
Yizo 3", sorta di "Heimat" sudafricano.
Vabbè, ciò che potrò recuperare
recupererò, ciò non potrò recuperare
non recupererò. E ciccia.
Orizzonti,
vero e proprio concorso parallelo a quello ufficiale,
utile per farvi confluire tutti quei film che per
un motivo e per l’altro (stile, tematiche) non potrebbero
rientrare nella kermesse principale solitamente regala
perle a ripetizione. Quest’anno, sinceramente, mi
sono trovato di fronte a un concorso di ottimo livello,
a discapito della suddetta sezione. Che pure mi ha
regalato la più grande emozione cinematografica
del festival: "Izo" di Takashi Miike è
un capolavoro, aspro e fastidioso come tutte le opere
che lavorano sulla reiterazione e sull’eccesso. Storia
di ammazzamenti plurimi, dominata dalla figura del
demone Izo (per l’appunto) che attraversa lo spazio
e il tempo solo per poter continuare a uccidere, dal
medioevo giapponese all’oriente contemporaneo, il
film di Miike è una sfida estrema al cinema.
La sua struttura, apparentemente esile e quasi banale
(Izo incontra di volta in volta uomini che vogliono
ucciderlo, e combatte contro di loro), nasconde un
discorso sul potere e sulla storia giapponese di grande
spessore. Crudele eppure beffardo, capace di un’ironia
dissacrante e irrispettosa di tutto e di tutti – dalla
religione allo stato alla famiglia nulla viene salvato
dal Izo – Takashi Miike si conferma come uno dei migliori
autori in circolazione, eretico e lontano da qualsiasi
compromesso commerciale. Le orge di sangue a cui eravamo
stati abituati con "Ichi the Killer" e la
trilogia "Dead or Alive" vengono rilette
qui in veste seriale, annullandone l’apporto allo
sviluppo della trama e lasciandole vivere di se stesse,
unico elemento imprescindibile della messa in scena.
Stilisticamente folgorante, a tratti veramente estenuante,
"Izo" è un’opera che non può
lasciare indifferenti. Nella vana speranza che qualcuno
abbia il coraggio di distribuirla anche nella nostra
beota penisola (forse per questo il cammeo di Takeshi
Kitano potrebbe aiutare).
A parte il colpo di
fulmine per l’opera di Miike c’è da segnalare
il bel film con cui torna sulle ribalte internazionali
Gregg Araki, il nome che fece scalpore all’epoca di
"Doom Generation". Pur mantenendo una verve
polemica e visivamente disturbante (personaggi al
limite dell’esistenza, tematiche crude come la mercificazione
della carne e la pedofilia) lo stile del ragazzotto
americano si è fatto più maturo e accurato.
Il suo "Mysterious Skin" è sicuramente
una delle sorprese del festival, perché per
la prima volta Araki sembra non aver programmato lo
scandalo, ma essersi lasciato guidare dalla propria
pancia. Onirico e romantico al contempo, il suo ultimo
lavoro è sicuramente il suo migliore, ancora
in parte imperfetto ma capace di una densità
emotiva confortante e, nei momenti migliori del film,
stupefacente. Complimenti vivissimi.
Attendevo più
di chiunque altro il nuovo film di Shinya Tsukamoto,
a mio parere uno dei massimi geni venuti alla luce
negli ultimi quindici anni, e alla fine ne sono rimasto
parzialmente deluso. Intendiamoci, è veramente
un bel film, con un primo quarto d’ora da ovazione
e con una serie di riflessioni sul corpo umano come
vaso di Pandora in grado di conservare le memorie
umane che lasciano senza fiato, ma nel complesso è
"solo" un bel film. E io dall’autore dei
due "Tetsuo", di "Soseiji" e di
"A Snake of June" mi aspetto molto di più.
Anche la recitazione di Tadanobu Asano – protagonista
anche del film di Hou Hsiao-Hsien e miglior attore
degli ultimi anni – a tratti sembra non avere nulla
di interessante da aggiungere. Un film che parte in
quarta e non è poi in grado di elevare il discorso,
peccando di una linearità eccessiva. E se è
vero che lo stile di Tsukamoto si sta evolvendo è
altrettanto vero che non è ancora giunto a
piena maturazione, a volte indeciso se perdurare nelle
ossessioni industriali degli esordi (anche qui il
film si apre sulle ciminiere) o lasciarsi andare al
nuovo spleen poetico dell’autore. Prima la
carne si rigenerava attraverso il metallo, poi la
carne morente cercava salvezza negli oggetti della
nostra società, ora la carne già morta
non cerca salvezza, ma può dare – attraverso
le sue fibre – consolazione e pace a chi è
rimasto in vita. Attendo con pazienza il seguito dell’avventura
cinematografica di questo genialoide dal volto gentile.
E ora, in rapida rassegna,
gli altri:
-
"Vento
di terra" di Vincenzo Marra. Un bel film,
compatto e non consolatorio, sguardo esterno sulla
vita di un ventenne qualunque nella nostra società.
Dai lavoretti con il padre alla vita militare
in Kossovo, le istantanee di una sopravvivenza
che non ha diritto alla felicità. Scarno,
mai urlato, livido. Un film austero e coraggioso.
E bravo Marra.
-
"Les revenants"
di Robin Campillo. Un’idea di base geniale (se
i morti tornano in vita come si fa a reinserirli
nella vita sociale, a riportarli a casa e a dargli
un lavoro?) per un film di una bruttezza epocale.
Sconclusionato, incapace di capire quale sia il
suo vero interesse (apologo morale, metafora sociale,
grottesco?), girato senza particolare verve. Irrimediabilmente
bocciato.
-
"A Love
Song for Bobby Long" di Shainee Gabel. Travolta
con un piede incancrenito che fa il maledetto
letterato ubriacone, Scarlett Johansonn che fa
la ragazzina disincantata che avrebbe tanto bisogno
di una famiglia, il sud degli USA. Ci si potevano
fare milioni di cose con questo materiale, anche
spazzatura da mandare al macero. Ed è proprio
quello che l’autrice ha fatto. Per alcuni istanti
addirittura peggior film del festival.
-
"Criminal"
di Gregory Jacobs. Remake dell’argentino "Le
nove regine", uscito appena quattro anni
fa. Paro paro all’originale, e quindi inutile,
ma sufficientemente divertente e con un grandissimo
John C. Reilly. E’ ovviamente preferibile guardarsi
l’originale.
-
"Zulu Love
Letter" di Ramadan Suleman. Preciso subito
una cosa: uno sguardo sul cinema africano contemporaneo
era quello che si chiedeva da tempo al festival
di Venezia, e l’aver preso così tante opere
sudafricane quest’anno è sicuramente una
scelta encomiabile. Detto questo: madonna santa
quanto è brutto il film di Suleman! Prevedibile
e noioso. Uff, che pazienza che ce vo’.
-
"Musica
cubana" di German Kral. Oh, da quando Wenders
se n’è andato a Cuba a far suonare tutti
i vecchietti che incontrava non c’è un
tedesco che non se n’esca con un documentario
sulla musica etnica del centroamerica. Ovviamente
German Kral, argentino dal nome che è tutto
un programma (e infatti si è trasferito
a vent’anni nella terra dei crauti e dei kartoffern),
non poteva essere da meno ed ecco qui un altro
documentario su questi cubani che fumano sigari,
sono vecchi ma hanno ancora tanta energia e sorridono
sempre e comunque. Fortunatamente l’idea di far
incontrare il vecchio Pio Leiva con i nuovi musicanti
dell’isola – che non fanno certo solo musica etnica
ma anche jazz, blues, rock e hip hop – non è
male e il documentario si salva dal disastro critico.
A tratti obiettivamente divertente, leggero quanto
basta. Ma adesso, sul serio, BASTA! Il prossimo
tedesco che prenderà un aereo per Cuba
con una mdp in mano e canticchiando i motivi del
Buena Vista Social Club dovrà essere internato
per (minimo) trent’anni.
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