Venezia 2004, numero 0.
Quali che siano le
interpretazioni a posteriori, le accuse e scuse, gli
applausi e i rimproveri, non si può negare
al primo Festival dell’era Müller il tentativo
di rivoluzionare un apparato consolidato e mastodontico,
spesso a grande rischio di elefantiasi.
Affidare a un uomo
di cinema come Marco Müller la direzione del
Festival è infatti simbolo inequivocabile di
una scelta netta e precisa: antropologo, poliglotta
(e, ciò che più conta, sinologo), critico
cinematografico, fondatore della Downtown Pictures
produttrice tra gli altri di "Tropical Malady"
di Apichatpong Weerasethakul premiato lo scorso maggio
a Cannes, amante di un cinema che mescoli autorialità
e riflessione sui generi classici. Insomma, un uomo
poliedrico, dalle mille conoscenze, capace di essere
allo stesso tempo mondano e intellettuale.
La carta vincente
per (ri)lanciare il nome di un meeting culturale incapace
di sedurre come Cannes, passato di mano in mano senza
ottenere i risultati auspicati – anche se la biennale
reggenza di Mauritz De Hadeln aveva mostrato una vitalità
confortante -.
Costretto a lavorare
in tempi brevissimi Müller ha puntato sulla quantità,
eliminando gli sperimentalismi della sezione "Nuovi
Territori", spesso e volentieri fini a se stessi,
a favore di nomi eclatanti; mai al Lido si era vista
una sfilata di autori così imponente e dagli
approcci cinematografici così vari. E se la
retrospettiva ha permesso di ragionare ulteriormente
sul genere come base autoriale, mostrando il rapporto
tra gli autori italiani di serie B (tornerò
in seguito sull’uso improprio fatto di questo termine
qui alla Mostra) del ventennio ‘60/’80 e il cinema
di Quentin Tarantino e Joe Dante, il cinema orientale
ha trovato grande risalto mostrando finalmente tutti
i suoi volti, dal formalismo alla Ozu di Hou Hsiao-Hsien
all’epilessia visiva di Takashi Miike, dagli anime
di Hayao Miyazaki e Katsuhiro Otomo al divertissement
pop di Matsuo Suzuki.
Per il resto ho avuto
modo di apprezzare finalmente molti film italiani,
e chi segue da tempo i miei deliri sa quanto questo
sia da considerarsi un miracolo, sono stato deluso
dalla filmografia francese – e anche questa è
cosa rara -, mi sono esaltato spesso e volentieri
durante le proiezioni della sezione "Mezzanotte".
Una cosa è certa: il festival di Venezia di
quest’anno ha riservato gioie (visive) e dolori (organizzativi)
in egual misura…bisogna solo decidere a quale delle
due voci riservare maggiore importanza.