Continuo a pensare che un Festival
che si rispetti non debba aver bisogno di premi: si
va a Venezia per assistere ai film non per designare
i bravi e i meno bravi; comunque se non ci fossero premi
le case di produzione girerebbero alla larga e dunque
Il leone d'oro è andato
a "Vozrascenje (The Return)", opera d'esordio
del quarantenne Andrej Zvjagintsev. Sicuramente un
buon film, anche se non all'altezza dei veri capolavori
presentati alla mostra. Fatto sta che con una giuria
come quella presente, composta da Mario Monicelli
(passato glorioso, ma il cervello da quanti anni è
andato in pensione?), Stefano Accorsi (gonfiatissimo
mediocre attore italiano) e compagnia era impossibile
pretendere qualcosa di più. I veri scandali
sono stati il Gran Premio della Giuria a "Le
Cerf-Volant" (scandaloso e realmente incomprensibile,
vista l'oggettiva pochezza dell'opera) e il premio
come miglior attore a Sean Penn - non per la carriera,
ma per il film in questione -. Anche il premio come
miglior attore esordiente alla ragazzina di "Raja"
lascia un po' interdetti: di bravi esordienti quest'anno
se ne sono visti davvero tanti, e tutti superiori
a Najat Benssallem. Brava Katja Reimann, che si è
accaparrata il premio come miglior attrice per il
bel "Rosenstrasse" di Margarethe von Trotta.
Premio importante più per ciò che simboleggia
(il film narra gli episodi di Rosenstrasse, nel centro
di Berlino: quando nel 1943 gli ebrei delle coppie
miste vennero arrestati dalla Gestapo le mogli ariane
fecero un sit-in di una settimana davanti alla sede
finché la pressione fu tale da costringere
il rilascio degli ebrei) che per la recitazione in
sé. Il contentino dato a "Buongiorno,
notte" serve come parziale riparazione, ma a
danno ormai completamente fatto. Resta la gioia per
la vittoria come miglior Regia di Kitano (ma poteva
essere altrimenti?) che fa il paio con quella per
la miglior interpretazione maschile del concorso Controcorrente
- Venezia è strutturato in due concorsi: quello
ufficiale e quello controcorrente - di Tadanobu Asano,
splendido protagonista di "Last Life in the Universe".
Sempre da controcorrente arrivano le pugnalate più
squarcianti: i premi a "Vodka Lemon" e "Schultze
Gets the Blues" non riuscirò mai a capirli
e digerirli. Soddisfacente anche la scelta di premiare
come miglior attrice la Johansson per "Lost in
Translation". La menzione speciale a "Ballo
a tre passi" è ridicola e totalmente immeritata
e mantiene la linea di sopportazione verso le opere
di autori italiani esordienti (toccò l'anno
scorso all'orripilante "Due amici").
Nel complesso una premiazione che lascia insoddisfatti
ma alla quale mi ero preparato fin dall'inizio: se
è vero che era troppo pretendere di veder premiati
Dumont o Tsai Ming-Liang, sinceramente qualcosa in
più per Bellocchio me l'aspettavo. Ma queste,
rispetto alla grandezza del cinema, sono inezie.
torna ad inizio pagina