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RAFFAELE A VENEZIA ANNO II

immane resoconto a cura di Raffaele Meale

TRACK 3: I FILM

a) I FILM PERSI (E IN PARTE RECUPERATI)
Questo ce l'ho, questo l'ho visto, ecco…mi manca questo

Una Mostra cinematografica è l'occasione per vedere, giornalmente, un bel numero di film.
Il bel numero di film che una persona vede si aggira intorno ai 5-6 giornalieri.
La mostra dura 11 giorni: secondo un calcolo matematico, si dovrebbero riuscire a vedere una sessantina di film.
Io, sfruttando anche il fatto di essere riuscito ad intrufolarmi a ben due proiezioni il giorno prima dell'inizio ufficiale della mostra sono riuscito a vedere, alla fine del tutto, 66 film.
Ora si penserà "bè, ha visto praticamente tutto!"…e invece, ahimè, no. I film presentati in tutto erano quasi 150, quindi io non ho visto neanche la metà del totale delle opere che hanno circolato tra le 7 sale veneziane.
E' un fattore, questo, al quale sono oramai abituato; cerco dunque di farmi rodere il fegato il meno possibile…dopotutto posso dire di aver visto quasi tutto quello che mi ero ripromesso di vedere. Ho volutamente rinunciato alle proiezioni della sezione "Nuovi Territori", non per razzismo, ma perché la possibilità di incrociare un buon film diventa un vero e proprio tiro della sorte. Eppure, ciononostante, sono tornato a Roma con alcuni sassolini nelle scarpe:

1) L'aver perso "Persona Non Grata", documentario di Oliver Stone sulla questione mediorientale. I commenti al Lido erano stati contrastanti, da una parte c'era chi accusava Stone di essersi mostrato filo-israeliano, dall'altra si diceva che al contrario Stone si era comportato con un ammirevole equilibrio. Io, sballottolato tra le proiezioni di "Once Upon a Time in Mexico", "Un Fils" e "The Five Obstruction" me lo sono lasciato scappare dalle mani (e, il che è più grave, dagli occhi). In questo caso mi è venuta incontro la sorte: pochi giorni dopo essere tornato da Venezia il documentario è stato proiettato su RaiTre, e ho avuto modo di vederlo. Ipotizzando che chi aveva additato il povero Stone come un reazionario totalmente dalla parte di Sharon & Co., aveva - con ogni probabilità - passato i 60' del film a ronfare sulla poltrona: uno splendido spaccato di vita all'ombra perenne della morte, con le telecamere di Stone che non rinunciano a nulla e mostrano, mostrano, mostrano. Montando anche con una certa malizia il materiale a disposizione (Netanyahu che parla di Arafat come di un terrorista che mira alla morte degli israeliani e, subito dopo, le immagini dei carri armati israeliani che distruggono le abitazioni dei civili palestinesi a Ramallah) e dimostrando anche un certo coraggio: l'intervista ad un gruppo di combattenti mascherati della brigata di martiri di Al Aqsa non ha in sé nulla di sensazionalistico, i campi di ripresa, le domande poste e il modo in cui vengono poste non differiscono assolutamente dal resto del documentario. Quasi a voler sottolineare come le differenze tra l'esercito regolare israeliano e i gruppuscoli terroristi palestinesi siano molto meno marcate e molto meno evidenti rispetto a quello che normalmente ci viene mostrato dai media. Un applauso.

2) L'aver perso un altro documentario, "O Prisoneiro de Grade de Ferro (auto-retratos)", girato in un braccio del carcere brasiliano di San Paolo dagli stessi carcerati, istruiti all'arte del cinematografo dall'ideatore del progetto, Paulo Sacramento: l'idea di poter vedere la vita di un penitenziario con gli occhi di chi quel posto è costretto a considerarlo "casa" è di per sé realmente geniale. Un vero peccato essermelo perso (anche perché dubito che potrò mai recuperarlo).

3) Non essermi riuscito a rivedere, su grande schermo, quel folle e misconosciuto capolavoro che è "Diabolik" di Mario Bava, presentato nella retrospettiva: senza alcun dubbio il migliore esempio dell'introduzione nel cinema dei dettami della pop art girati in Italia durante gli anni '60. Voci di corridoio affermano che durante la presentazione Stefano Della Casa si sia lasciato scappare un parallelismo tra il film di Bava e i lavori newyorchesi di Andy Warhol: imperdibile. E pensare che me lo sono perso per vedere quel ridicolo film che risponde al nome di "Le cerf-volant" (che tra l'altro ha anche ricevuto il Gran Premio della Giuria…ma su questo magari ci torno dopo).

4) Dopo che mi è stato fatto un resoconto dettagliato di "The Saddest Music in the World" di Guy Maddin, ho deciso di ritenermi pentito per averlo perso: Isabella Rossellini, la protagonista, nel film perde entrambe le gambe. Il suo uomo, come gesto d'amore estremo, le fa costruire due protesi di vetro: visto che siamo in pieno Proibizionismo decide di sfruttare l'occasione e fa riempire di birra le gambe di Isabella, per poi farle attraversare il confine tra Canada e USA. Ditemi voi se proprio una scena come questa dovevo perdermi!

5) Una delle mie tappe obbligate era "The Tulse Luper Suitcases: Antwerp", ultima fatica di Peter Greenaway, ma l'orario e la geniale trovata di ideare per lui la "Proiezione unica" me ne hanno impedito la visione. Lo stesso discorso è valido per "Breaking the Willow" di Yonfan, cineasta cinese.

6) Pippo Delbono esordiva ad una mostra d'arte cinematografica, lui che ha dimostrato negli ultimi anni di essere uno dei principali nuovi autori teatrali, geniale nella messa in scena (minimale, scarna, praticamente inesistente) e nell'uso degli attori - o meglio sarebbe dire dei "non-attori recitanti" -, ed esordiva con una versione video del suo spettacolo "Guerra", per l'occasione rivisitato. Ebbene, perso fra scene d'azione coreane e rievocazioni di ectoplasmi felliniani l'ho visto allontanarsi senza speranza alcuna di poterlo raggiungere: mi auguro vivamente di riuscire in qualche modo a ripescarlo qui a Roma.

7) "The Blues: Feel Like Going Home" di Martin Scorsese. Questo avrei voluto vederlo solo in quanto ammiratore eterno del cinema di Scorsese. Punto.

8) "Mattatoio" di tal Akab (pseudonimo dietro il quale si cela il milanese Gabriele di Benedetto). La sua presentazione, che recitava "la scienza non ha ancora dimostrato se la follia sia o no il sublimato dell'intelligenza" mi aveva incuriosito, le foto tratte mi avevano colpito (e non poco), il background culturale del giovane autore - fumettista per la Marvel e per la DC Comics - mi aveva stimolato. Sono stato a ripetermi che dovevo assolutamente vederlo per ore e poi, semplicemente, non l'ho visto.

9) Il cortometraggio che precedeva il mediocre "Miracolo" di Edoardo Winspeare era un insieme di riflessioni sull'Unione Europea da parte dei maggiori cineasti ungheresi: sicuramente un argomento affascinante. Sono rimasto fuori perché accredito cinema ad una proiezione riservata alla stampa: visto che tra il corto e il film di Winspeare c'era tempo di entrare non potevano riempire la sala prima della fine del corto, rischiando di lasciar fuori i giornalisti. Risultato finale, mi hanno fatto entrare solo per "Il miracolo" (perché logicamente la sala non si è riempita).

10) Chiudo con una nota sarcastica: mi è dispiaciuto essermi perso "Imaging Argentina", filmone statunitense con tanto di cast "stellare" (Antonio Banderas, ovvero il prezzemolo quando si tratta di fare un film da major che parli del Sud America ed Emma Thompson) diretto da Christopher Hampton. Tutti coloro che l'hanno visto, dalla stampa al pubblico agli accrediti cinema, lo hanno ritenuto orribile (TUTTI!!!!). Peggio, molti lo hanno ritenuto addirittura immorale. Effettivamente una major che decide di parlare della tragedia dei desaparecidos costruendo un personaggio come quello di Banderas colpito da visioni di torture è veramente ridicolo. Fatto sta che tanto hanno detto di male su questo film che per qualche istante ho avuto la folle intenzione di recuperarlo qui a Roma: fortunatamente questo stato di paralisi cerebrale è durato pochi secondi. Da notare come lo stesso effetto in parte l'abbia raggiunto anche il sentir parlare malissimo di "L'acqua…il fuoco" di Luciano Emmer.


b) IL CINEMA COME CONTAMINAZIONE

Tra i numerosi film visionati sono riuscito a scorgere, fatto non poi così ovvio, un filo conduttore che, dietro la maschera della messa in scena, celava i dubbi e le ossessioni di questi ultimi due anni. L'11 Settembre del 2001 sappiamo tutti cosa è accaduto e non starò certo qui a ripeterlo, ma è innegabile che l'evento in sé abbia dato il La ad una reazione a catena, una sorta di effetto domino anche nel mondo delle arti. Le barbarie compiute prima in Afghanistan (e già lo stiamo dimenticando, ahimè) e poi durante quest'anno in Iraq hanno creato un clima destabilizzato, impaurito, incapace di comprendere appieno e quindi stordito, confuso. Un cinema che riflette sulla contaminazione, dunque, e sì che non dovrebbe poi apparire così strano: il cinema è di per sé frutto di una contaminazione delle arti teatrali, fotografiche, letterarie e foniche. Eppure mai come quest'anno si era sentita, palpabile, l'urgenza di rivendicare questo ruolo e di porsi di fronte all'eterno problema delle differenze culturali. In un mondo che si sta dividendo in maniera sempre più netta tra Ricco e Povero, in un'ideale deriva dei continenti puramente economica, cineasti di qualsiasi latitudine si interrogano sulla difficoltà di una reale convivenza etero-culturale. Ci stiamo poco alla volta richiudendo su noi stessi, alzando barriere sempre più alte, cercando di dividere la nostra cultura dalle altre, in un processo che porterà ad una nuova era di tribù esogamiche (e di questo dovremmo realmente aver paura), e il cinema non può che riflettere quest'atmosfera angosciante.

b-1) DEMME E SAYLES: UNO SGUARDO AMERICANO SULL'AMERICA

Già ho avuto modo di parlare del documentario di Stone, simbolo di questa esigenza descrittiva, così come simbolo è apparso lo straordinario documento filmato presentato da Jonathan Demme. Conosciuto al grande pubblico più per le sue incursioni nel cinema hollywoodiano come "Il silenzio degli innocenti" (per il quale si accaparrò l'Oscar come miglior regista) o "Philadelphia", Demme ha in realtà un notevole passato da documentarista e da autore indipendente: andrebbero riscoperti sia i suoi esordi per la Factory di Roger Corman (soprattutto lo splendido "Crazy Mama") sia i suoi prodotti degli anni '80, specchio di una società che dietro l'apparenza Yuppie nasconde un lato selvaggio e omicida - l'incubo urbano del finale di "Qualcosa di travolgente" -, senza poi dimenticare "Stop Making Sense", documentario sui Talking Heads e "Haiti sogni di democrazia", sulla fine della dittatura dei Duvalier nell'isola caraibica. E proprio ad Haiti, Demme torna con questo suo ultimo "The Agronomist": documentario sulla vita di Jean Dominique, libero pensatore haitiano, fondatore della prima radio libera nel 1968, costretto per ben due volte all'esilio, rivendicatore dell'uso del creolo haitiano, lingua dell'isola soppiantata dall'uso del francese (e a proposito di colonialismo, sarebbe ora che ci decidessimo a chiamare quel gruppetto di isole caribiche e non caraibiche - lo so, l'ho fatto anche io poche righe fa, e me ne scuso -: scrivere Caraibi equivale a mettere su carta la pronuncia inglese di quello che in realtà si chiama Caribe), ucciso nel 2000 in quell'Haiti oramai democratica di cui lui continuava a denunciare le ingiustizie. Un documentario sobrio, imperniato sulla voce e sul volto di quest'uomo straordinario, senza peli sulla lingua, schietto, sincero; attraverso immagini di repertorio vengono rievocate epoche che potrebbero apparire lontane, ma che risalgono solo a pochi decenni fa. Le torture perpetrate sulla popolazione da parte dei Ton-Ton Macoute, sgherri della dittatura, le privazioni in cui erano costretti a vivere i contadini, la censura che colpì tanto la radio gestita da Dominique (ma quella fu colpita anche da fucilate, e più di una volta) tanto i cinema, la stampa. Tutto questo avallato - e non si tratta di congetture, statene pur certi - dal governo statunitense, il vero e proprio colonizzatore della nostra epoca. Dominique nei suoi eleganti e trascinanti monologhi accusa non solo i governi repubblicani (Ronald Regan e George Bush padre) ma addirittura George Clinton, a suo modo di vedere furbo doppiogiochista: da una parte pronto a lanciare appelli per la pace e la democrazia nell'isola, dall'altra altrettanto pronto a demandare alla C.I.A. il controllo delle operazioni di voto ecc.ecc. Insomma, un documento di una forza unica, capace di smuovere le coscienze e di commuovere: ho avuto l'occasione di vederlo in Sala Grande, alla presenza di Demme e della moglie di Dominique, che ha lottato accanto a lui durante tutta la sua vita. Sentire le parole della donna al termine del film sulla necessità di una spinta ulteriore verso la democrazia e vederla, al termine della proiezione, composta alzarsi tra gli applausi del pubblico e fare il segno della vittoria rimarrà impressa per sempre in me come una delle emozioni maggiori. Uno sguardo sul neo-colonialismo statunitense visto dall'interno lo ha dato anche John Sayles, altro fiero autore indipendente (e ne sono rimasti veramente pochi): nel suo "Casa del los Babys" viene mostrata l'attesa in Messico di cinque donne statunitensi, andate oltre confine per adottare bambini. La riflessione a cui ci porta Sayles è di una lucidità sconvolgente: non si tratta forse anche questo di colonialismo, andare a prelevare bambini da altri stati, neanche fossero supermercati dell'Impero? E, ancora più drammaticamente, visto che in guerra i primi ad essere inviati sono le minoranze, quando questi stati si ribelleranno all'Impero, chi sarà spedito loro contro? Questi stati si troveranno ad uccidere in battaglia i propri figli, portati via venti e più anni prima. Due critiche interne condotte con lucidità e grande senso cinematografico, ma capaci di arrivare a due soluzioni del tutto diverse: da un lato il piglio battagliero e di speranza con cui si conclude l'opera di Demme, dall'altro il senso di dissoluzione e di pessimismo cosmico che mette la parola fine sul film di Sayles.

b-2) LA SCENA MEDIORIENTALE
l'Arabia Esaurita

Una delle cinematografie che si è trovata, logicamente, a riflettere sui mutamenti globali degli ultimi due anni è quella mediorientale, che ha vissuto sulla propria pelle il terrore delle dittature prima e delle cosiddette "bombe pacifiche" (ah, gli ossimori, crogiolo della nostra epoca) poi. In tutti i film di autori che operano nel mondo arabo si può svelare il sottile senso di angoscia che accompagna questo difficile periodo storico. Anche quando si riflette sul proprio passato, come nel caso di "Abjad" di Abolfazl Jalili, dove si narra dell'Iran del 1970, prima e durante la rivoluzione khomeinista, e del rapporto di un giovane iraniano con il lato più conservatore dello stato: l'amore per il cinema e un'irrealizzabile desiderio "da Romeo e Giulietta" verso la figlia di un ebreo sono al centro della vicenda. Anche in "Fango" di Dervish Zaim il fulcro della vicenda è la difficile convivenza fra greci e turchi a Cipro; in questo caso la trama è interamente imperniata sul ruolo della memoria e del confronto, doloroso, col proprio passato. Se Hana Makhmalbaf gira un "dietro le quinte" sul film che la sorella Samira ha ambientato in Afghanistan (e che è stato a lungo applaudito all'ultimo festival di Cannes), Babak Payami - che qui a Venezia vinse due anni fa con il suo "Il voto è segreto" - nel suo ottimo "Silence Between Two Thoughts" racconta la prassi della violenza, narrando la storia di una ragazza condannata a morte che non può essere giustiziata in quanto vergine (essendo vergine andrebbe in Paradiso, ma essendo stata condannata dalla legge dovrebbe andare all'Inferno) e che quindi viene data in moglie al suo carceriere. La vicenda di Payami ha tra l'altro molto dell'emblematico: visto il tema trattato la pellicola è stata requisita dalle autorità iraniane, cosicché l'autore è stato costretto a presentare a Venezia una copia lavoro, con tanto di timer ancora impresso sulla pellicola e con continui sbalzi fotografici. Tra l'altro a Venezia si è sparsa anche la voce che Jalili, il regista di "Abjad", risultasse irreperibile: ignoro come sia andata a finire (e dubito che la nostra stampa si interessi ad una notizia del genere) ma credo che sia l'ennesima dimostrazione di come le arti siano state, negli ultimi tempi, vittime della Storia. "Le Cerf-Volant", pur nella sua mediocrità, affronta il tema dell'infanzia in una "zona calda" come è il confine tra Israele e Libano - confine labile, che cambia a seconda di chi acquisisce terra -, dove il nemico è colui che il giorno prima era considerato confratello. Peccato che i buoni spunti (i parenti divisi da questo confine sono costretti a parlarsi con il megafono e ad urlarsi tutti i propri pensieri) si perdano in una messa in scena mediocre, adornata da una regia quasi inesistente, dove il simbolismo - gli aquiloni del titolo, i rituali come esasperazione della propria chiusura mentale - appare facile e scontato e nessun discorso riesce realmente ad elevarsi ad un livello più alto. Peccato. Concludo con una virata verso oriente: l'idea di una chiusura culturale è evocata in maniera forte in "Matrubhoomi", opera prima di Manish Jha, ventitreenne regista indiano. Nel film Jha immagina una società dove le donne vengono uccise alla nascita, una società costretta quindi ad un auto-erotismo continuo. L'eterosessualità culturale diventa dunque impossibile - anche se in fin dei conti desiderata - e questo rende di fatto impossibile un futuro, una procreazione. Il resto del film, pur mantenendosi su buoni livelli, è succube di cadute di stile e di cambi forzati di ritmo, ma già solo quest'intuizione vale la visione dell'opera, una delle migliori viste nella sezione "Settimana della Critica".

b-3) L'EUROPA
Il vecchio incontinente

I riflessi della politica mondiale degli ultimi due anni si sono visti, e vissuti, anche nella cinematografia della nostra Europa. Si è cercato di ricucire vecchi strappi come quello dell'area balcanica, fulcro delle tensioni dell'ultimo decennio dello scorso secolo, e qui rivisitate dall'occhio surreale e stralunato di Srdjan Karanovic, che nel suo "Loving Glances" mostra la solitudine di due ragazzi a Belgrado, durante la guerra. Entrambi soli, si rifugiano nelle proprie memorie, immaginando dialoghi con i propri cari, uccisi dalla guerra. Il film non ha però la capacità di metaforizzare ciò che mostra e lascia insoddisfatti, quasi si trattasse del semplice bozzetto di un'idea che è ancora lontana dal suo sviluppo e dalla sua effettiva realizzazione.
Due film francesi si occupano del proprio passato più losco, ovvero la vita nelle colonie: Jacques Doillon in "Raja" contrappone alla cultura coloniale, identificata nel personaggio di un ricco francese attratto dalle bellezze locali, la cultura marocchina, interpretata per l'appunto da Raja, giovane marocchina con un passato da prostituta ed un presente da serva del potere francese. Dallo scontro nasce un amore impossibile, corrotto fin dalla sua genesi, frustrato e inappagante: due mondi con troppe barriere per potersi congiungere felicemente (come simbolicamente mostra l'atto sessuale del tutto insoddisfacente) e destinati dunque a rimanere distanti. In definitiva un buon film, con qualche pecca e qualche distrazione inutile durante il percorso (oltre ad un paio di digressioni ridicole in quanto impossibili da credere: ad esempio Raja che, nel gioco di avvicinamento/allontanamento dal francese afferma "tu sei brutto e vecchio, mentre Youssef (il suo uomo, N.d.A.) è giovane e bello". Peccato che lo Youssef in questione sia tutto tranne che giovane e bello), ma con un paio di intuizioni degne di questo nome.
L'altro film francese teso a riflettere il rapporto tra Francia e mondo arabo è "Le soleil assassiné" di Abdelkrim Bahloul (si tratta in realtà di una coproduzione franco-algerina), passato come l'altro nella sezione Controcorrente: qui si parla della difficile situazione algerina del post-indipendenza, con la voglia di chiudersi invece di aprirsi, con la decisione di considerare illegale il francese e con la repressione degli spiriti libertari, simboleggiati nel film dalla figura del poeta Jean Senac, che pagherà sulla propria pelle le restrizioni alla democrazia. Anche questo un film non totalmente soddisfacente, con falsi poetismi a farsi largo tra le maglie e il rischio del didascalico che prende spesso forma. Rimane lo slancio, sincero, che lo guida, e l'ottimo lavoro dei ragazzi protagonisti - adepti di Senac che ne seguono le orme prendendo alla fine strade diverse -, questo veramente notevole. Ouassini Embarek e Medhi Dehbi sono due nomi da segnarsi; se è rimasto qualcuno in Francia come nel resto d'Europa pronta a scommettere su nuovi volti, di loro due sentiremo ancora parlare.
Passo rapidamente su quel filmetto che ha cercato di nascondersi dietro il nome di un autore celebrato (quasi mai meritatamente) come James Ivory: il suo "Le divorce" presenta una Parigi da cartolina ed entra in profondità nel conflitto culturale tra Francia e USA quanto potrebbe farlo un libretto di Susanna Tamaro o un film (???) dei fratelli Vanzina. Battute che non fanno ridere (quando si pretenderebbe questo) e che non commuovono (quando si pretenderebbe anche questo), situazioni prive di alcun significato e di una banalità sconvolgente, un cast sprecato in ogni sua forma. Insomma, un disastro: non che il film non si faccia vedere, per carità, non risulta mai noioso…ma non è triste dover dire di un film "non è noioso"? Si era gridato al miracolo per il fatto che Ivory avesse ambientato un film nel mondo contemporaneo, ma non si era pensato che cambiando ambientazione difficilmente cambia la testa del regista (di cui un solo film si salva dal massacro, "Camera con vista"). Bocciato.
Michael Winterbottom è ospite fisso, ormai da anni, ad uno dei tre maggiori festival europei: quest'anno è riuscito anche a farsi affidare l'Orso d'Oro a Berlino. "Code 46", il film che ha presentato al Lido, è un buon film, timido, semplice, a tratti addirittura minimale. Un film sui volti dei personaggi, che non teme il fuori fuoco e che racconta una storia tragica, in un immaginario - ma ne siamo poi così sicuri? - futuro in cui le città sono luoghi blindati, e lo spazio che le divide è solo un lungo, infinito piano desertico. Un futuro in cui bisogna avere il permesso per entrare e vivere nelle città e basta un niente per ritrovarsi nel deserto, dove non esiste vita e dove non viene considerata vita. Una fotografia sgranata, una tenera Samantha Morton e un Tim Robbins bravo anche se a tratti apparentemente spaesato, e un regista intelligente anche se mai completamente compiuto. Ed un regista i cui film vanno visti una volta sola: tutti i suoi precedenti lavori dopo aver superato brillantemente la prova della "prima visione" sono crollati immancabilmente alla seconda volta. Mistero della fede.
La riflessione più mirabile sull'interazione fra culture rimane quella di Manoel de Oliveira, che costruisce il suo "Un filme falado" come una crociera sul Mediterraneo. Durante le varie tappe (Marsiglia, Pompei, Istanbul, l'Egitto) una professoressa di storia dell'università di Lisbona narra alla figlioletta l'evoluzione della cultura mediterranea. Contemporaneamente sulla nave il capitano (interpretato da John Malkovich) divide il suo tavolo con tre donne di successo, una manager francese (Catherine Deneuve), una modella italiana (Stefania Sandrelli) e una cantante greca (Irene Papas): durante le discussioni, che vertono dai rapporti umani alla perdita di valore di lingue antiche come quella greca i quattro si esprimono ognuno nella propria lingua (e qui acquista un senso quasi filosofico il titolo dell'opera, ovvero "un film parlato"). de Oliveira immagina dunque un mondo dove sia ancora possibile comprendersi al di là del proprio linguaggio, un mondo che possa esulare da colonizzazioni più o meno velate - splendido il riferimento che Irene Papas fa all'uso smodato dell'inglese: ricordando la nascita degli USA nel XVIII secolo racconta un aneddoto secondo il quale alla decisione su quale lingua adottare negli stati nascenti il greco arrivò secondo, distanziato dall'inglese da un solo misero voto. La Papas conclude affermando "se non fosse per quel voto ora tutto il mondo parlerebbe greco" -, salvo poi concludere tragicamente la vicenda. La nave salterà in aria a causa di una bomba e solo la professoressa e la bambina periranno nell'attentato: di fronte a quest'epoca è proprio la storia a soccombere, è proprio la memoria del passato a venir meno, ad essere soffocato, ad essere zittita. E tutto si conclude in fermo immagine sul volto stravolto di Malkovich. La torre di Babele continua ad essere una chimera.

b-4) IL RUOLO DEL DESERTO NEL CINEMA CONTEMPORANEO
11, ovvero il Deserto, solo il Deserto

Dallo splendido "Last Life in the Universe" di Pen-ek Ratanaruang:

HOSTESS: Solo bagaglio a mano, signore?
YAKUZA: Sì. Dobbiamo solo andare in Thailandia ed uccidere un uomo.
HOSTESS: Quanto è spiritoso. Non avrà mica intenzione di dirottare l'aereo?
YAKUZA: No, signora. Non siamo arabi.

Questo solo per far capire quanta ripercussione abbia avuto ciò che è successo due anni fa nel cielo di New York. Anche se nel film di Ratanaruang la sequenza ha in sé un'ironia e una verve comica che ne sfumano i significati, non si può non leggere questa serie di riferimenti come una sottile lama angosciosa che si è fatta largo nelle coscienze umane, quale che siano la religione, lo stato, la cultura di appartenenza. E' stato sottilmente fatto notare come anche film del tutto estranei a riferimenti alla situazione internazionale come "29 Palms" di Dumont e "Intolerable Cruelty" dei geniali fratelli Coen non siano immuni dai germi del famigerato 11 Settembre 2003 - meglio specificare, perché sarebbe anche il caso di ricordare gli altri 11 Settembre della storia, altrettanto luttuosi e gravi, come quello in cui (anche per mano statunitense) si mise la parola fine sulla democrazia nel Cile di Salvador Allende -.
E' come se quella data fosse stata inconsciamente assunta come simbolo della paura: lo sconvolgente quarto d'ora finale del film di Dumont ne è il paradigma perfetto. Un'esplosione improvvisa e violenta di follia, un irrazionale desiderio di morte e di distruzione, irrefrenabile e destinato a chiudersi in un deserto. Nella zona dell'ovunque e del mai, nello spazio senza limitazioni l'uomo diventa una semplice figura nuda, piccola nell'immenso giallo che la circonda.
Deserto che ha assunto un ruolo dominante nella poetica di più di un film visto a Venezia: oltre al ruolo portante che ricopre nel film di Dumont e al già citato "Code 46" di Winterbottom, la presenza di zone brulle segna la parte finale di "21 Grams" di Iñarritu, è in una zona desertica che deflagra il corso degli eventi in "Fango", ed è una spianata semi-desertica a dividere l'ultima città libanese dalla prima città israeliana in "Le Cerf-Volant". Deserto inteso non semplicemente come luogo del distacco (tra società, come nel film libanese, dalla società, come lo interpreta Winterbottom, o da se stessi, come inteso da Dumont) ma come luogo della soluzione, zona liminare in grado di mettere la parola fine, di congiungere gli eventi. Deserto come esplosione (e così facendo si potrebbe ripercorrere la storia del cinema e approdare a "Zabriskie Point" di Antonioni) o come luogo della perdita definitiva (la zona brulla nella quale trova sfogo l'animalità del protagonista del film di Dumont ha, sotto certi punti di vista, similitudini con la fine di "Teorema", uno dei massimi capolavori di Pier Paolo Pasolini)?
Una sola cosa è certa: tutti questi autori identificano il presente - presente storico, presente politico, presente artistico, presente civile - in un vasto deserto; alcuni vi intravedono degli sprazzi di verde, per qualcuno c'è addirittura la possibilità di oasi, altri vi vedono solitudine, follia e morte.
Ma resta, e questo è sconvolgente, il deserto.

c) IL CINEMA COME STORIA (ma non come Trama)

All'annuncio, ad Agosto, dei film che avrebbero preso parte alla kermesse di quest'anno, si sono iniziate a lanciare le prime ipotesi: si sapeva che il film di Bellocchio avrebbe parlato del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro, si sapeva che Paolo Benvenuti aveva rimesso le mani, con il suo "Segreti di stato", sulla famigerata strage di Portella della Ginestra, si diceva che il film di Bernardo Bertolucci avrebbe descritto le calde giornate del Maggio francese del 1968.
Tre cineasti italiani, secondo le previsioni, avrebbero avuto il compito di riportare al Lido, agli occhi di migliaia di accreditati, tre eventi del recente passato, nostro (come nel caso di Bellocchio e Benvenuti) o mondiale (il film di Bertolucci): previsioni destinate a rimanere soddisfatte, ma non completamente - o meglio, in maniera non completamente aderente alle aspettative -.
Iniziamo dal film di Marco Bellocchio. L'argomento era sicuramente stimolante, già trattato in altre pellicole (in maniera didattica, ad esempio, da un giovane Marco Tullio Giordana nel 1986, ed interpretato da un mostro sacro quale Gian Maria Volonté) e quindi ad ampio rischio di ripetizione e di abuso. Bellocchio tra l'altro era reduce dallo straordinario (e meritato) successo del suo "L'ora di religione", ed era quindi atteso ad una sorta di prova del fuoco, dopo un decennio, quello degli anni '90, superato con risultati altalenanti - come i mediocri "La balia" e soprattutto "Il sogno della farfalla" -. Il risultato finale ha del miracoloso: Bellocchio, mostrando una rara intelligenza, non incentra l'interesse del suo film sulla vicenda (già nota, arcinota, stranota, insomma NOTA) del sequestro e del martirio di Moro, ma costruisce una sorta di dramma psicologico da camera. Il mondo esterno viene completamente annullato, quasi trasfigurato nel suo passaggio televisivo - contatto dei sequestratori col mondo esterno - e nelle sue rare incursioni fuori dal covo, che seguono i movimenti della protagonista, unica donna tra i brigatisti, che si reca regolarmente al lavoro e funge da vivandiera. E il mondo esterno che ci viene mostrato è un mondo apatico (la straordinaria sequenza dell'ascensore, che accompagna anche il trailer del film) e che cerca disperatamente di mantenere la propria memoria storica, ora costretta a vacillare sotto i colpi dei brigatisti. Bellocchio è un uomo di sinistra che riflette sulla sinistra dell'epoca, sulla sinistra di tutte le epoche (i continui riferimenti alla partigianeria durante la seconda guerra mondiale e alla Rivoluzione d'Ottobre) e sullo strappo che si produsse all'epoca - venticinque anni fa - tra la sinistra parlamentare e le frange più estreme della sinistra extraparlamentare (analisi che in parte era già presente sugli schermi italiani quest'anno con "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana). E proprio con il film di Giordana questo "Buongiorno, notte" - splendido anche il titolo, e molto evocativo direi - condivide due attori: Maya Sansa, qui eccellente protagonista, e Luigi Lo Cascio, non entusiasmante come in altre occasioni ma bravo, comunque bravo. Quello di Bellocchio non è dunque in realtà un film sugli eventi che quasi trent'anni fa gelarono l'Italia, è più che altro l'ipotesi di una realtà differente, il sogno di una realtà differente. Un sogno che, perché no, può anche concludersi "bene", sovvertendo la Storia e stravolgendo la Trama, ma risultando ancora più coerente con se stesso. I brigatisti di "Buongiorno, notte" non sono folli invasati assetati di sangue, come una certa classe politica ha più volte rimarcato, ma persone che perseguono un obiettivo esclusivamente attraverso una propria scala dogmatica e, proprio in quanto basata su dogmi, errata. Persone che non hanno ancora capito che "non esistono poteri buoni" (per dirla alla De André), e che nel loro scontro contro la classe politica democristiana usano armi che li mettono automaticamente, agli occhi del popolo, dalla parte del torto. Ed è proprio al Potere di quegli anni, che poi non è così diverso dal nostro attuale, che Bellocchio dedica l'ultima sequenza del suo film: immagini di repertorio al funerale di Moro, col papa a benedire. Tutta la Democrazia Cristiana in fila, contrita, ma con lo scettro del potere stretto ancora più forte nelle mani. A corollario si adattano ancora le parole di De André, tratte da "Storia di un impiegato":

"Lottavano così come si gioca
i cuccioli del Maggio era normale
loro avevano tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia, la stessa Primavera"

Non è un caso che il documentario che Stefano Incerti ha girato nel backstage del film di Bellocchio - ma andando poi a cercare un filo conduttore in tutta l'opera del regista - si intitoli proprio "Stessa rabbia, stessa Primavera". Documentario passato in "Nuovi Territori" e visto accompagnato ad un altro sulla figura di Ennio Flaiano: buono quello di Incerti, non del tutto soddisfacente quello di Nino Bizzarri.
Il film di Benvenuti, al contrario di Bellocchio, ha verso la storia a cui fa riferimento un approccio quasi documentaristico. Il film è tratto da varie fonti, tra le quali i verbali delle udienze in tribunale che cercavano di far luce sull'eccidio e nelle quali Pisciotta iniziò a far uscire i primi nomi (tra i quali quello dell'Onorevole Scelba), atti presi a Washington, documentazione sulle persone citate e altro. Insomma, un lavoro realmente certosino; che per quanto concerne lo specifico delle requisitorie in tribunale e il compito di ricerca svolto dall'avvocato - interpretato da Antonio Catania, che a tratti fatica a muoversi in un campo a lui estraneo come un film drammatico - è assolutamente sbalorditivo. Il film ripercorre, a posteriori, le vicende di quel giorno, dimostrando come fosse impossibile che il tutto avesse avuto luogo solo per la "bravata" di Salvatore Giuliano e coinvolgendo altresì le forze dell'ordine, la regione Sicilia e il parlamento di Roma, che non potevano NON sapere. Dopo aver raggiunto il suo scopo - senza alcuna difficoltà, ciò di cui si parla è tutto documentato! -, Benvenuti si lancia in una personale congettura, costruendo una trama comune che legherebbe ai fatti di Portella della Ginestra - fu fatto fuoco sui comunisti locali che manifestavano per la ricorrenza del primo Maggio - persone considerate all'epoca (e non solo all'epoca, visto il bailamme che il film in questione ha generato a livello politico) intoccabili: e qui si rimane nel campo dell'ipotesi, logicamente - tranne il fatto che il carabiniere indagato per i fatti del Primo Maggio del 1949 era presente, alle spalle di Palmiro Togliatti, al momento del suo ferimento nell'attentato fascista dell'anno precedente -, e chi vuol credere creda (e io non nego di averci fatto un pensierino) e chi vuol gridare allo scandalo faccia pure. Non è invece ipotesi ma tragica realtà il fatto che tutta l'inchiesta sia stata arenata mettendo a tacere il testimone Pisciotta, scomodo, troppo scomodo sia al potere democristiano che alla mafia e per questo avvelenato in carcere. Questa sequenza, che aveva reso celebre il film su "Salvatore Giuliano" diretto da Francesco Rosi, viene interamente ripresa inquadrando i riflessi di uno specchio: proprio perché ciò che viene mostrato è l'unico istante puramente speculare al film di Rosi. Un bel film, pesante a muoversi come vuole l'etica del suo autore - che anzi, qui si è frenato in molte occasioni - e assolutamente da vedere. Perché forse non darà tutte le risposte, ma sicuramente ne propone parecchie, dando anche lo spazio a molti spunti di riflessione.
La cultura cinematografica dunque riflette sulla Storia, in Bellocchio e Benvenuti così come abbiamo già avuto modo di vedere in Demme e de Oliveira, ma siamo di fronte ad una cultura cinematografica che riflette anche sulle proprie radici e sulla propria evoluzione, sulla propria Storia, dunque; è il caso dello straordinario "Goodbye Dragon Inn" di Tsai Ming-Liang, cineasta taiwanese che aveva già avuto modo di farsi notare in passato grazie ad opere di assoluto valore come "Vive l'amour" (Leone d'oro a Venezia nel 1994), "Rebels of the Neon God", "Il fiume" e "The Hole - Il Buco" (quest'ultimo da non confondersi con il mediocre horror statunitense "The Hole"), e che narra, nel suo ultimo lavoro, della chiusura di una sala cinematografica. Nella serata piovosa della chiusura un ragazzo entra all'ultima proiezione: sullo schermo sta passando "Dragon Inn", film d'azione di Hong Kong del 1968 diretto dal maestro King Hu, nella sala si aggirano gli attori del film, fantasmi che non vogliono abbandonare la sala. Spettri di un cinema che va verso la decadenza. Un film praticamente muto (in poco più di 80' ci sono solo due dialoghi), dominato dagli spazi claustrofobici e male illuminati della sala e dai lunghi corridoi di linoleum illuminati al neon nei quali si aggira in pena la padrona del cinema, zoppa. Un mondo vecchio, quello che viene descritto, che ebbe il suo passato glorioso ma che ora può farlo rivivere solo attraverso lo schermo cinematografico, unico elemento con il quale si può cercare un dialogo - la straordinaria sequenza che mostra in rapido quanto impossibile campo/controcampo, incrociarsi lo sguardo del protagonista del film proiettato con lo sguardo della padrona della sala -. Tsai Ming-Liang ha portato a Venezia uno dei più grandi saggi sull'arte della messa in scena cinematografica apparsi negli ultimi anni, e si è permesso il lusso di mostrare la più atroce (per i cinefili) e realistica inquadratura che un festival del cinema possa augurarsi di vedere: un'interminabile macchina fissa ad inquadrare una sala cinematografica completamente vuota. La fine della magia, la morte del cinema: addio, "Dragon Inn".
Questa cultura cinematografica che riflette dunque sulla Storia e sul Cinema trova la sua naturale osmosi in "The Dreamers" di Bernardo Bertolucci. Si era detto che sarebbe stato il ritorno del Bertolucci politico, che il suo film sarebbe stato un incrocio tra "Ultimo tango a Parigi" e "Novecento", e tante altre baggianate che ora neanche ricordo.
Il film di Bertolucci, l'eccezionale film di Bertolucci, non è altro che una riflessione sui germi di uno sconvolgimento politico. L'ambientazione è Parigi, è vero, ma il riferimento al capolavoro con Marlon Brando e Maria Schneider si ferma all'inquadratura iniziale, citazione dell'incipit del film di trentuno anni fa.
Il periodo in cui è ambientato è il 1968, è vero, ma il riferimento alle lotte per strada, alla guerriglia urbana ai "mille Vietnam" si riduce all'inquadratura finale, con fermo immagine sulla polizia che carica.
E il centro allora, cos'è? E' il gioco sentimentale che si instaura tra tre cinefili, due gemelli francesi e uno studente americano, che passano le loro giornate a citarsi a vicenda i film grazie ai quali sono cresciuti. Il fulcro del film è la Cinémathèque diretta da Jean Langlois, licenziato proprio nel 1968, e le uniche manifestazioni che vediamo sono proprio quelle di protesta verso chi cacciò Langlois. Centinaia e centinaia di persone pronte a scendere in strada perché il direttore del principale cineclub parigino (e probabilmente mondiale) era stato deposto. Ma anche qui Bertolucci è chiarissimo: mentre tutti protestano, l'americano - interpretato dal Michael Pitt di "Dawson's Creek" - incontra la francese - Eva Green, altra scoperta da tenersi stretti, strettissimi - che finge di essersi incatenata per richiamare la sua attenzione. Il segnale è dunque inequivocabile, non è l'atmosfera battagliera ad interessare Bertolucci, tutt'altro, lui la scherza, la usa a pretesto. Anche qui, come in Bellocchio, assistiamo ad una sorta di dramma da camera: ma mentre lì eravamo costretti dalle vicende a rimanere nella casa qui la scelta è ben ponderata, diventa una questione di priorità. Bertolucci inquadra una generazione cresciuta a nouvelle vague, ma lancia intuizioni che fanno comprendere da cosa nacque e perché nacque la nouvelle vague. Non è assolutamente un gioco citazionista, per quanto la citazione, da "Fino all'ultimo respiro" a Marlene Dietrich, sia sempre presente: loro tre che corrono a perdifiato nel Louvre come i protagonisti di "A Band Apart" di Jean-Luc Godard non stanno imitando il film in questione, ma stanno cercando di superare il record registrato nell'originale. Lo sguardo del regista emiliano (ma considerare il film come italiano è quasi un'eresia, di nostrano permangono solo l'autore, il montatore Jacopo Quadri e il direttore della fotografia Fabio Cianchetti) è lo sguardo di chi quell'epoca l'ha vissuta e ha avuto tempo di metabolizzarla senza per questo snaturarla o rigettarla, come hanno invece fatto molti altri. Laddove spesso era stato ingiustamente tacciato di "eterna adolescenza" (nel ritratto verginale dello splendido "Io ballo da sola", nel caos sentimentale di "L'assedio") qui Bertolucci dimostra la sua maturità, stilistica - ma quella la raggiunse praticamente subito - e soprattutto mentale. Una lucidità che rigetta ulteriormente qualsiasi semplicistico rimando al suo passato autoriale: il sesso di "The Dreamers" è puramente ludico, addirittura citazionista, non ha nulla del furore decadente di "Ultimo tango a Parigi", non possiede la sua carica eversiva e tragica. Non la possiede perché non la ricerca minimamente, perché scardinerebbe il gioco, perché pretenderebbe la Trama.
Quella trama che non ha senso delineare quando si ha a che fare con la storia.
Perché quello di Bertolucci è un cinema che non parla della storia, ma ne diventa motore portante.

d) I COLPI DI FULMINE
Le perle gettate ai porci

Secondo punto del celebre assioma "perché tutto quello che io trovo geniale gli altri lo deridono?"


Ho già avuto modo di dire, e di ribadire più volte, quanto sia rimasto soddisfatto dei film selezionati quest'anno. Mi sono già dilungato su alcuni dei capolavori, ma ne restano altri da commentare, e sì che ne restano! Innanzitutto bisognerebbe scrivere odi ogni qual volta Takeshi Kitano si decidesse a girare un'opera cinematografica: in 14 anni di carriera (l'esordio nel 1989 con il duro "Violent Cop") il Nostro ha sfornato capolavori a raffica, da "Sonatine" a "Il silenzio davanti al mare", da "Hana-Bi" - che ritengo personalmente essere insieme a "Dead Man" di Jarmusch e "Lost Highway" di Lynch il più grande film degli anni '90 - a "L'estate di Kikujiro" fino a "Dolls", apparso l'anno scorso qui a Venezia e scandalosamente escluso dai premi finali. Quest'anno Beat Takeshi ha presentato al pubblico del Lido "Zatôichi", ispirato ad una serie televisiva di alcuni decenni fa. Le imprese dello spadaccino cieco Ichi, che si trova ad aiutare due orfani a vendicare la morte dei genitori diventano lo spunto per Kitano per gettarsi in una folle rimescolata di generi cinematografici. In definitiva ci si trova di fronte ad un film di cappa e spada che si muove con le movenze dei classici film d'azione orientali (specie nei combattimenti finali), il tutto unito al cinema comico - a tratti quasi demenziale -, al melodramma e, dulcis in fundo, al musical.
Sì perché i personaggi si muovono con una ritmica interna che ha in sé le regole proprie del musical, e ne è dimostrazione palese lo straordinario finale, degno di un'operetta di Broadway. La maturità stilistica di Kitano a tratti appare veramente inavvicinabile: come dimenticare le scene di congiunzione, nelle quali osserviamo la vita contadina, così armonica da scandire i ritmi degni di un concerto percussivo (e in questo ricordando, in parte, le intuizioni - lì però puramente industriali - di Lars von Trier e del suo "Dancer in the Dark"), o come poter far finta di nulla davanti alla dimostrazione del raggiungimento dello zenith comico, riscontrabile nei siparietti della vita che Ichi e i suoi compari trascorrono nella villa fuori città?
Tutto questo ben di Dio sprecato - o meglio, in parte sprecato - per un pubblico (e, il che è molto più grave, per una critica) che appena vede un giapponese girare un film ambientato nel medioevo tira fuori il nome di Akira Kurosawa: il che è legittimo, per carità, nel dover ipotizzare una previsione, ma diventa addirittura criminoso quando si tratta di definizioni date a film finito. Nel cinema di Kitano non vi è nulla dell'epica, della morale e della metafora che sono il fulcro dei capolavori di Kurosawa, tutto ciò a cui assistiamo ha vissuto una genesi completamente diversa. Ma si sa, "questi gialli sono tutti uguali". Ahimè.
Il primo colpo di fulmine di quest'anno l'ho vissuto alle 10.00 del 28 Settembre, sprofondato nella poltrona di un Palagalileo semivuoto: l'ora e quaranta di "Last Life in the Universe" è stata l'ennesima dimostrazione della grandezza del cinema orientale. Diretto da un regista tailandese, Pen-ek Ratanaruang, innamorato del cinema giapponese di cui cita l'ottimo "Ichi the Killer", mette mano, nascosto sotto la storia di un avvicinamento tra due persone che hanno avuto a che fare con la morte (lui omicida per necessità, lei colpevole in parte della morte della sorella), al cinema della yakuza in cui molti identificano l'intera scena orientale. L'ultima vita dell'universo è quella che vivono questi due personaggi che, già pronti ad abbandonarsi ai flutti della morte (anzi, lui aspirante suicida da chissà quanto tempo) ritrovano la forza - anzi, ricercano per la prima volta la forza - per risalire la china. Il tutto fotografato con i toni virati in blu di Chris Doyle, straordinario direttore della fotografia dei film di Wong Kar-Wai, interpretato dallo strepitoso Tadanobu Asano e diretto con una grazia e una semplicità che non si confonde mai con l'ingenuità da Ratanaruang, decisamente un nome da scrivere ben bene nell'archivio traballante della mente. Un film divertente, coinvolgente, aggraziatamente onirico, con una sceneggiatura brillante e mai stanca.
"The Five Obstructions" è il secondo film che Lars von Trier presenta quest'anno ad una mostra (era già toccato al suo acclamato "Dogville" a Cannes). Girato a quattro mani con Jorgen Leth, collega danese della generazione precedente, è una sorta di saggio sulle possibilità camaleontiche del cinema contemporaneo e sulle sfide che gli si possono (devono?) lanciare. Prendendo spunto dal film "L'uomo perfetto" che Leth girò nel 1967, cercando di descrivere attraverso una fotografia ricercata e un attore le fobie, le manie, le ossessioni e le abitudini di - per l'appunto - un "uomo perfetto" Trier lancia al suo collega una sfida: dovrà girare 5 remake del suo stesso film, ma dovrà farlo attenendosi alle direttive che Trier gli darà di volta in volta. Ogni frammento dovrà essere girato in un luogo deserto del globo: ci si sposta così da Haiti all'India fino a Cuba, descrivendo sempre la stessa storia con spunti cinematografici addirittura agli antipodi. Il primo frammento è girato a 12 fotogrammi al secondo in luogo dei 24 classici; si ha quindi una sorta di montaggio interno completamente asfissiante, paranoico, che si aderisce perfettamente ai ritmi cubani. I primi quattro episodi, di cui uno - splendido - che si avvale dell'animazione di un genio quale è John Sabiston (creatore dei cartoni animati costruiti sui personaggi in carne ed ossa alla base di "Waking Life" di Richard Linklater, passato a Venezia in concorso nel 2001 e anche lui, come il Kitano dello scorso anno, scandalosamente escluso dai premi), servono a creare i principi per la sfida finale, la sfida totale: l'ultimo remake è interamente girato da Trier, montando il materiale raccolto durante i suoi incontri con Leth, ma alla voce regia si leggerà il nome di Leth.
Come riuscire a girare un film senza averlo in realtà mai girato, insomma: comprendere, dopo tutte le avanguardie tentate e tutte le sfide lanciate, che il senso reale del cinema è ancora la sua doppiezza, la sua capacità infinita di menzogna, la sua reale falsità (F for Fake, avrebbe detto Orson Welles). E che il reale senso del cinema è l'Immagine, la Forma nel cinema è sempre stata, è e deve essere Sostanza, Contenuto. Applausi.
Torno brevemente, per l'ultima volta forse, su "29 Palms" di Bruno Dumont: in assoluto il film più sconvolgente visto a Venezia.
Le prossime battute servono ad accontentare gli amanti della sinossi: un uomo e una donna vagano con la jeep nel Joshua Tree Desert, immensa zona desertica californiana. Osservano gli spazi desolati, in un continuo contatto con la natura. Hanno frequenti rapporti sessuali.
Questa è la trama: eppure in questo apparente vuoto sinottico Dumont descrive con una lucidità e una semplicità rare il rapporto dell'uomo con la propria animalità, sviscerando le sensazioni umane in una stasi emotiva che esplode in un finale deflagrante quanto violento e inaspettato. Un film fatto sicuramente di pancia, come ha tenuto a rimarcare il regista francese (qui alla sua terza prova dopo due capolavori quali "La vie de Jésus" e "L'umanità", entrambi difficili da reperire in Italia - ma ne vale veramente la pena -), ma che dimostra una riflessione sulla condizione umana che non ha nulla di stantio - come gli è stato imputato -, di già visto o di becero - altre accuse mosse al film dopo la sua presentazione. Un film che in realtà mostra una grazia e una gentilezza di sguardo che non possono non far innamorare. Un film da vedere, ma non come imperativo speranzoso, come semplice consiglio alle funzioni ottiche: un film davanti al quale non si deve temere di provare stanchezza, che va VISTO sfruttando tutte le proprie capacità visive. Assolutamente.
L'ultimo film di Joel ed Ethan Coen, "Intolerable Cruelty", verrà intitolato sugli schermi italiani "Prima ti sposo e poi ti rovino": chi ha pensato ad una traduzione del genere dovrebbe essere privato degli organi genitali - quali che siano, maschili o femminili - ed assistere mentre un gruppo di elefanti ben addestrato le pigia battendo il tempo della marcia funebre. Speranze utopiche a parte, "Intolerable Cruelty" è decisamente un grande film, sentito omaggio alla screwball comedy di cui furono impareggiabili maestri George Cukor, Frank Capra e Gregory La Cava. Battute al vetriolo, situazioni esilaranti, una recitazione volutamente sopra le righe nella quale spicca il volto di George Clooney (che con i due geniacci sforna le sue performances migliori), una regia inventiva che sfrutta una coreografia talmente satura da sfiorare il pacchiano. Specchio di una società, quella alto borghese, satiricamente messa alla berlina senza tanti complimenti. Alcune sequenze sono realmente straordinarie in fatto di comicità, tanto da rievocare oltre ai nomi già citati, la verve demenziale degli inglesi Monty Phyton. Probabilmente insuperata la scena che ha per protagonista tal Joe Soffietto. Guardare per credere. Tanto più che il film che vedremo ad Ottobre in Italia sarà lievemente diverso da quello passato a Venezia: al momento della presentazione ufficiale infatti la post-produzione non era ancora conclusa.
Altro storico regista statunitense ad aver illuminato le giornate della mostra è stato Jim Jarmusch, celebre nel nostro paese soprattutto per aver girato "Down By Law", da noi uscito con la storpiatura "Daunbailò": in realtà siamo di fronte ad uno dei maggiori cineasti contemporanei, autore del western lisergico e crepuscolare "Dead Man" e della catarsi tragica di "Ghost Dog", due sommi istanti di cinema. "Coffee and Cigarettes", il suo ultimo film, è l'unione di undici cortometraggi che hanno per motore il fumo delle sigarette e il caffè, ed è una sorta di vero e proprio concept-album. Gli episodi seguono il filo conduttore dell'esigenza di un rapporto umano con chi abbiamo intorno e della sua difficile realizzazione: ad attori più o meno famosi (tra cui Benigni, Steve Buscemi, Cate Blanchett e Bill Murray) si mescolano rappers e musicisti rock (Iggy Pop, Tom Waits e I White Stripes), in un susseguirsi di ipotesi strampalate sulla teoria del "gemello cattivo" di Elvis Presley, tentativi di ricreare le invenzioni di Nikola Tesla, studi di alberi genealogici che ci fanno diventare cugini di perfetti sconosciuti ecc.ecc. Guai a prendere questo film come uno scherzo, un semplice esperimento ludico di poco lavoro, un passaggio minore: siamo in realtà di fronte ad un saggio sulla sottile arte dell'inutile e sull'istante come perno dell'esistenza che ha ben pochi uguali nel cinema di tutti i tempi. Per favore, via i cappelli dalla testa e fate un profondo inchino.
Tra i film migliori visti a Venezia non mi sembra il caso di citare i ripescaggi di "Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci, "Terrore nello spazio" di Mario Bava e "Barravento" di Glauber Rocha. Tre doverosi omaggi a tre film, ognuno straordinario a modo suo, ma per quanto mi riguarda veramente immortali, memoria storica e dimostrazione che il cinema può manifestare la propria arte attraverso i canali più diversi.


e) I FILM DELLE MAJOR
Fare i conti con l'Industria non equivale a fare l'industria con i Conti

Più noto come il cinema "americano"

Anche le major vogliono la loro parte e così anche quest'anno a Venezia sono approdati le stars, i divi, donne ammirate e spogliate con lo sguardo, uomini "perché tu non sei come lui" e macchine fotografiche che cercano di rubare il sorrisino, l'attimo in cui l'attore entra in sala.
Cose che a ben vedere hanno ben poco a che fare con il cinema, ma che aiutano a creare quell'atmosfera magica che sta poco alla volta svanendo. E arrivano così anche i film da blockbuster, più o meno. A parte il solito Woody Allen, che ha presentato una commedia divertente, ben scritta così come ben recitata - e Jason Biggs mi ha letteralmente stupito: allora sa recitare! -,ma che è ormai veramente l'ovvietà fatta persona per quanto riguarda le sue presenze al Lido, c'era attesa per "Once Upon a Time in Mexico" di Robert Rodriguez.
Per chi fosse interessato inizio col puntualizzare che i riferimenti al cinema di Sergio Leone si fermano al titolo: il film non possiede lo stile né l'afflato epico dell'inventore dello spaghetti-western. Ma sotto sotto neanche lo cerca tutto questo paragone: sparatorie e combattimenti sono propri del cinema d'azione, le battute si rifanno all'assolutismo beffardo di Tarantino (amico e mentore di Rodriguez) e il clima è decisamente divertito. Un cartoon in carne ed ossa rutilante, frenetico, senza alcun fine morale (a parte che i generali vogliono diventare dittatori e gli artisti devono essere dalla parte del popolo) e con una serie notevole di invenzioni stilistiche e tecniche. Il braccio finto dietro il quale il poliziotto Johnny Depp nasconde il braccio vero con il quale impugna la pistola è veramente da applausi, così come la chitarra pronta a trasformarsi in fucile con il quale i mariachi combattono i militari. Un film che non pretende di dire nulla, ma che permette un divertimento assicurato e colpi di scena a ripetizione: visto a mezzanotte, quinto film della giornata, non ho chiuso minimamente occhio. Qualcosa vorrà pur dire.
Già ho avuto modo di denigrare il mediocre "Le divorce" di Ivory, preferirei non dover tornare sull'argomento - sprecare in quel modo Naomi Watts e Matthew Modine è veramente disdicevole -, mi sono perso "The Human Stain" con Sir Anthony Hopkins e mademoiselle Nicole Kidman: semplicemente non avevo voglia di vederlo. Qualora mi tornasse non avrò problemi a ripescarlo a Roma. "Lost in Translation" di Sofia Coppola è stata una delle visioni più confortanti: avevo apprezzato il suo esordio "Il giardino delle vergini suicide" ma temevo che sarebbe rimasto un lampo solitario nella sua carriera. Invece questo secondo film ha in sé qualcosa di realmente ammaliante, non ultima la presenza di una dolcissima Scarlett Johansson - che alcuni ricorderanno in "L'uomo che non c'era" dei fratelli Coen - e di un Bill Murray che non ha neanche bisogno di recitare per strappare la risata. L'idea della perdita di due americani nella metropoli Tokyo è veramente notevole, persi in loro stessi e nella traduzione, come anticipa il bel titolo originale (che in italiano verrà storpiato in un banale "l'amore tradotto"). Una città multicolore eppure a tratti così plumbea, malinconica. Un gran bel film e una colonna sonora da favola (con tanto di chiusura con i Jesus and Mary Chain).
Anche su "Imaging Argentina" calo un velo pietoso - più osservo immagini di questo film (e questo film si chiama "Immagini" in italiano!!!) e più ringrazio il cielo di non averlo visto. Ho perso anche "Matchstick Men" di Ridley Scott (in Italia è in uscita con il titolo "I maghi della truffa") e dopo averne sentito parlare me ne sono dispiaciuto. Rimedierò…c'è sempre tempo per rimediare.
"21 Grams" di Alejandro Gonzàlez Iñarritu ha una prima mezz'ora da standing ovation, poi si perde gradualmente fino a cercare di appiccicare una morale posticcia alla fine. A film concluso viene voglia di enunciare due ragionamenti: il primo è "embé?", il secondo - leggermente più articolato - è "ma ci ha messo due ore per dirmi questo?" In realtà il film vive lo squilibrio interno del regista straniero che esordisce con una major americana. Poteva andare molto ma molto peggio: anche qui comunque cast stellare praticamente sprecato (Sean Penn nella media, Naomi Watts troppo esagitata, Benicio Del Toro apatico). Comunque da incoraggiare (forse…).


f) I FILM ITALIANI
Italiani brava (?) gente

Identificabile anche con "parliamo del cinema italiano"

A parte logicamente le 3 B (Bertolucci, Bellocchio e Benvenuti) sui quali mi sono già dilungato.
Qui sarò veramente puntuale e telegrafico - segue lista dei film italiani visti a Venezia con commento a fianco:

- "Il ritorno di Cagliostro" di Ciprì e Maresco. Un film imperdibile, geniale, che fa sue lezioni di cinema antitetiche fra loro (dal mocumentary, il finto documentario, che riporta a Peter Jackson e al suo celebrato "Forgotten Silver" al cinema comico) ma che mostra ancora una volta la passione per il "disturbo cinematografico" cara ai due registi di CinicoTV. Senza risultare estremo come il precedente "Totò che visse due volte" (e senza comunque essere neanche al suo livello, a dir tutta la verità), è un omaggio che i due cineasti siciliani fanno contemporaneamente alla loro terra e al cinema di serie B che fece la fortuna di tanto cinema - soprattutto horror e di fantascienza -. Non è assolutamente casuale la partecipazione di Robert Englund, ovvero il Freddy Kruger di "Nightmare", che qui può recitare senza maschera e soprattutto ha l'occasione, se pur breve, di sfoggiare il suo talento di attore shakesperiano. Il personaggio che interpreta è chiaramente una crasi tra Douglas Fairbanks e Errol Flynn (altro cinema omaggiato, dunque). Tra spassose citazioni di "Nosferatu" di Murnau e peti e blasfemie di vario genere, Ciprì e Maresco regalano una galleria di personaggi che fanno parte della loro storia - nani, deformi, strabici, grassi - e la uniscono ad una messa in scena rigorosa, in un bianco e nero splendente (la fotografia è dello stesso Daniele Ciprì). Le derive surreali, come la sorprendente danza dei preti (che rimanda a Terry Gilliam), irradiano gentilmente il paesaggio. Da vedere prima che la censura si abbatta con la sua malefica falce.

- "Il miracolo" di Edoardo Winspeare. Perché, dico, perché??? Perché, sul serio, perché? Perché un regista intelligente come Winspeare, autore di due film come "Sangue vivo" e "Pizzicata", ha deciso di gettare tutto al vento con un'opera sconsiderata come questa? Un film che andrebbe bene come sottoprodotto televisivo, nel quale si intuiscono sprazzi dell'intelligenza dell'autore, ma si fatica a credere che si possano ancora scrivere sceneggiature così banali. Tra l'altro la scelta degli attori presi dalla strada non è certo sinonimo di genuinità: i due ragazzi protagonisti avrebbero fatto meglio a rimanere sulla strada, il cinema non è certo il loro mestiere. Continuo, sinceramente, a chiedermi perché; anche a distanza di quasi un mese. Non riesco a capacitarmi. Supponente e ridicolo, e in quanto supponente anche squallido.

- "Paesaggio a Sud" di Vincenzo Marra. Documentario sulla Sicilia, visto in stato semi-comatoso alle 8.30 di mattina (la sera prima avevo fatto l'una per vedere Babak Payami) ma apprezzato: per la regia, per la capacità di dare un senso quasi etnografico alle inquadrature, per la sincera autoproduzione. Cullante e sincero.

- "A scuola" di Leonardo Di Costanzo. Un intero anno scolastico visto attraverso gli occhi di una telecamera che ha documentato tutto il documentabile, senza cercare protagonisti, lasciando che si creassero da soli. Girato in una scuola del napoletano, è uno dei migliori documentari che abbia visto negli ultimi anni. Non una delle solite menate verso il malfunzionamento delle infrastrutture a Napoli, per fortuna, ma il semplice specchio di una realtà, con i suoi fattori positivi e negativi. Per far capire come l'importanza della SCUOLA PUBBLICA sia riscontrabile con forza proprio nelle situazioni più a rischio. Bravo! Moralmente e cinematograficamente.

- "Sorriso amaro" di Matteo Bellizzi. Il regista ha riportato un gruppo di mondine di cinquant'anni fa nei luoghi in cui passarono la loro giovinezza (a lavorare come schiave), facendo un parallelo con quanto mostrato in "Riso amaro" di De Sanctis: stupisce un po' scoprire come le vere mondine non si riconoscessero affatto nella trasposizione cinematografica della loro condizione umana, e fa riflettere anche sul neorealismo. In sala poi c'erano un centinaio di mondine, e l'atmosfera era veramente coinvolgente - sentire le donne commentare ad alta voce, andando dunque contro i dettami di un festival, il documentario che parlava di loro dava veramente una strana sensazione -. Commovente anche parlando di riso.

- "Ballo a tre passi" di Salvatore Mereu. Quattro episodi ambientati in Sardegna: nel primo quattro bambini vedono per la prima volta il mare, nel secondo un pecoraio ha una storia d'amore con una francese ma ha visto accoppiarsi solo le pecore e durante l'atto sessuale le imita, nel terzo una suora torna in Sardegna per un matrimonio, nel quarto un vecchio muore e rivede tutti i suoi amici (i protagonisti del film). Primo episodio bello, secondo ridicolo ma per questo divertente, terzo noioso, quarto da suicidio. Nel complesso un film brutto. Serve aggiungere altro? No. Brutto.

- "Liberi" di Gianluca Maria Tavarelli. Vale più o meno lo stesso discorso fatto per "Il miracolo": una delusione, da un regista dal quale mi aspettavo (ed era logico aspettarsi) molto di più. Una storia scialba, già scritta, già vista e già buttata via. Rimane una regia buona e un paio di sequenze (all'inizio) degne di questo nome: il finale si intuisce mezz'ora prima della fine, e questo è grave. Inoltre trovo veramente brutta questa moda di far gestire le commedie italiane da una voce fuori campo che commenta col senno di poi le scene e cerca di instaurare un rapporto con lo spettatore. Pratica abusata, soprattutto grazie agli sceneggiatori usciti dal famigerato ex Centro Sperimentale (ora Scuola Nazionale di Cinema), alla quale andrebbe messo un freno. Noioso e ovvio.

- "La tivù di Fellini". Questo è materiale di repertorio che fu scartato dal grande regista durante il montaggio di "Ginger e Fred": si tratta di finti spezzoni pubblicitari che dovevano interrompere il film, a dimostrazione dell'odio di Fellini verso l'uso che la televisione faceva (e fa) del cinema. Molti di questi frammenti sono a dir poco geniali, come il santone indiano che parla romanaccio e raduna pubblicamente tutti per "Mercoledì 28 Settembre al Monte della Maialetta". Malinconicamente sublime.

- "Stessa rabbia, stessa primavera" di Stefano Incerti
"L'uomo segreto" di Nino Bizzarri.
Già ho avuto modo di parlarne: buono il primo, meno il secondo.

- "Gulu" di Luca Zingaretti. Il commissario Montalbano si fa documentarista e parla, tramite l'AMREF, della grave situazione sanitaria e umana in Uganda. Lodevole e didattico.

- "Fascisti su Marte - Una vittoria negata" di Corrado Guzzanti e Igor Skofic. Praticamente un pre-montaggio del materiale passato in televisione. Divertente, a tratti esilarante, ma forse alla lunga noioso per un prodotto cinematografico. Geniale e stancante.


g) LE DELUSIONI
Inutilità, ta-ta, l'accento sulla A

Cioè a dire, "ci sono anche film brutti"

Dopo aver descritto i film italiani, belli e meno belli, desidero concludere con una semplice scorsa ai film che, sinceramente, mi hanno detto poco o niente.
"Le chien, le général et les oiseaux" di Francis Nielsen con la sceneggiatura di Tonino Guerra, ovvero colui che ha imperversato nelle nostre reti con l'odiosa frase "è arrivata l'era dell'ottimismo". Ovviamente il film è la messa in cartone animato di questa filosofia: un brodo di giuggiole di frasi, un tasso di saccarosio veramente mortale e delle trovate al limite del risibile. Non sapevo se piangere alla fine della proiezioni o armarmi di bazooka e inseguire il buon (???) Guerra per il Lido.
"Un fils" di Amal Bedjaoui: troppo inutile per essere descritto. Quindi vi resta la bruttezza senza descrizione.
"Pornografia" di Jan Jakub Kolski: anche la Polonia ha il suo bel film in concorso. Fintamente intellettuale, furbo, ammiccante, di una moralità sconvolgente nonostante la pretesa dell'esatto contrario, bigotto, semplicistico. Scritto diretto e recitato male. Un disastro. Chi si aspetta anche solo la pornografia sappia che il massimo che si vede è l'ombra di un seno nudo. Così, per fugare ogni dubbio.
Ho già parlato male delle "Cerf-volant", e non ci torno su.
"Variété Française" di Frédéric Videau (che è anche il protagonista): un film totalmente scollegato, senza un tema forte. Uno di quegli ammiratori di Lynch che pensano che per fare un film alla Lynch basti fare un film dove il pubblico non capisce cosa sta succedendo: peccato, perché alcune intuizioni non erano malvagie. Nel complesso troppo confusionario e irrisolto (volutamente irrisolto, ma questo non significa che sia per forza geniale). Almeno si poteva ammirare un fiore di figliola. Scherzo, scherzo…
"Les sentiments" di Noémie Lvovsky. Un paio di genialate (la sequenza del ladro cinese su tutte) e una marea di baggianate sul vero amore, sul rapporto di coppia, sul tradimento e sul pentimento. Ma davvero grandi come baggianate! Resterà per sempre nel mio cuore Nathalie Baye che balla scatenata in ciabatte al suono di "I Love You Baby" interpretata da Gloria Gaynor.
"Ana Y los Otros" di Celina Murga. Il cinema argentino sta vivendo una crisi peggiore di quella economica a vedere da questo film, dove non si racconta nulla e nulla resta impresso nella mente, nulla! Tanta fatica - e un bel pugno di soldi - sprecata.
"Schultze Gets the Blues" di Michael Schorr. Addirittura premiato (perché non sia mai che un film tedesco esca a mani vuote da un festival di Venezia), è a mio parere la dimostrazione palese di come la cinematografia tedesca non sia al momento in crisi, ma sia letteralmente defunta. Devo essere uno dei pochi a pensarla così, però, visto che in sala il film è piaciuto più o meno a tutti: io dopo quaranta minuti senza un minimo spunto d'interesse sono uscito, e non me ne sono mai pentito.
"Pitons" di Laila Pakalnina. Interessanti molti punti di ripresa, geniale la prima sequenza. E poi? E poi semplicemente il nulla. E dire che de Hadeln lo aveva presentato come il gioiello della mostra! Io non la chiamerei neanche bigiotteria, per non offendere la bigiotteria.
"Alila" di Amos Gitai. Amos Gitai è un gran truffatore: ogni volta vado a vedere un suo film e ogni volta dico che mi ha deluso. Ragionandoci sono arrivato ad una conclusione logica: i suoi film mi deludono sempre semplicemente perché non ne ha mai fatto uno decente (no, forse uno sì). E basta.
"Vodka Lemon" di Hiner Saleem. Altro film osannato dalla critica (e premiato) e a mio parere veramente risibile: noioso, ovvio, con un surrealismo finale che vorrebbe ammiccare a Chaplin, ma che al massimo può essere paragonato al "Superfantagenio" con Bud Spencer.





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INDICE
Track 0: Una piccola presentazione
 
Track 1: Intro
 
Track 2: La genesi
 
Track 3: I film
a) I film persi (e in parte recuperati)
b) Il cinema come contaminazione
c) Il cinema come Storia
d) I colpi di fulmine
e) I film delle major
f) I film italiani
g) Le delusioni
 
Track 4: I premi
 
Track 5: Il gioco del lotto

 


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