a) I FILM
PERSI (E IN PARTE RECUPERATI)
Questo ce l'ho, questo l'ho visto, ecco
mi manca
questo
Una Mostra cinematografica è
l'occasione per vedere, giornalmente, un bel numero
di film.
Il bel numero di film che una persona vede si aggira
intorno ai 5-6 giornalieri.
La mostra dura 11 giorni: secondo un calcolo matematico,
si dovrebbero riuscire a vedere una sessantina di
film.
Io, sfruttando anche il fatto di essere riuscito ad
intrufolarmi a ben due proiezioni il giorno prima
dell'inizio ufficiale della mostra sono riuscito a
vedere, alla fine del tutto, 66 film.
Ora si penserà "bè, ha visto praticamente
tutto!"
e invece, ahimè, no. I film
presentati in tutto erano quasi 150, quindi io non
ho visto neanche la metà del totale delle opere
che hanno circolato tra le 7 sale veneziane.
E' un fattore, questo, al quale sono oramai abituato;
cerco dunque di farmi rodere il fegato il meno possibile
dopotutto
posso dire di aver visto quasi tutto quello che mi
ero ripromesso di vedere. Ho volutamente rinunciato
alle proiezioni della sezione "Nuovi Territori",
non per razzismo, ma perché la possibilità
di incrociare un buon film diventa un vero e proprio
tiro della sorte. Eppure, ciononostante, sono tornato
a Roma con alcuni sassolini nelle scarpe:
1) L'aver perso "Persona Non
Grata", documentario di Oliver Stone sulla questione
mediorientale. I commenti al Lido erano stati contrastanti,
da una parte c'era chi accusava Stone di essersi mostrato
filo-israeliano, dall'altra si diceva che al contrario
Stone si era comportato con un ammirevole equilibrio.
Io, sballottolato tra le proiezioni di "Once
Upon a Time in Mexico", "Un Fils" e
"The Five Obstruction" me lo sono lasciato
scappare dalle mani (e, il che è più
grave, dagli occhi). In questo caso mi è venuta
incontro la sorte: pochi giorni dopo essere tornato
da Venezia il documentario è stato proiettato
su RaiTre, e ho avuto modo di vederlo. Ipotizzando
che chi aveva additato il povero Stone come un reazionario
totalmente dalla parte di Sharon & Co., aveva
- con ogni probabilità - passato i 60' del
film a ronfare sulla poltrona: uno splendido spaccato
di vita all'ombra perenne della morte, con le telecamere
di Stone che non rinunciano a nulla e mostrano, mostrano,
mostrano. Montando anche con una certa malizia il
materiale a disposizione (Netanyahu che parla di Arafat
come di un terrorista che mira alla morte degli israeliani
e, subito dopo, le immagini dei carri armati israeliani
che distruggono le abitazioni dei civili palestinesi
a Ramallah) e dimostrando anche un certo coraggio:
l'intervista ad un gruppo di combattenti mascherati
della brigata di martiri di Al Aqsa non ha in sé
nulla di sensazionalistico, i campi di ripresa, le
domande poste e il modo in cui vengono poste non differiscono
assolutamente dal resto del documentario. Quasi a
voler sottolineare come le differenze tra l'esercito
regolare israeliano e i gruppuscoli terroristi palestinesi
siano molto meno marcate e molto meno evidenti rispetto
a quello che normalmente ci viene mostrato dai media.
Un applauso.
2) L'aver perso un altro documentario,
"O Prisoneiro de Grade de Ferro (auto-retratos)",
girato in un braccio del carcere brasiliano di San
Paolo dagli stessi carcerati, istruiti all'arte del
cinematografo dall'ideatore del progetto, Paulo Sacramento:
l'idea di poter vedere la vita di un penitenziario
con gli occhi di chi quel posto è costretto
a considerarlo "casa" è di per sé
realmente geniale. Un vero peccato essermelo perso
(anche perché dubito che potrò mai recuperarlo).
3) Non essermi riuscito a rivedere,
su grande schermo, quel folle e misconosciuto capolavoro
che è "Diabolik" di Mario Bava, presentato
nella retrospettiva: senza alcun dubbio il migliore
esempio dell'introduzione nel cinema dei dettami della
pop art girati in Italia durante gli anni '60. Voci
di corridoio affermano che durante la presentazione
Stefano Della Casa si sia lasciato scappare un parallelismo
tra il film di Bava e i lavori newyorchesi di Andy
Warhol: imperdibile. E pensare che me lo sono perso
per vedere quel ridicolo film che risponde al nome
di "Le cerf-volant" (che tra l'altro ha
anche ricevuto il Gran Premio della Giuria
ma
su questo magari ci torno dopo).
4) Dopo che mi è stato fatto
un resoconto dettagliato di "The Saddest Music
in the World" di Guy Maddin, ho deciso di ritenermi
pentito per averlo perso: Isabella Rossellini, la
protagonista, nel film perde entrambe le gambe. Il
suo uomo, come gesto d'amore estremo, le fa costruire
due protesi di vetro: visto che siamo in pieno Proibizionismo
decide di sfruttare l'occasione e fa riempire di birra
le gambe di Isabella, per poi farle attraversare il
confine tra Canada e USA. Ditemi voi se proprio una
scena come questa dovevo perdermi!
5) Una delle mie tappe obbligate
era "The Tulse Luper Suitcases: Antwerp",
ultima fatica di Peter Greenaway, ma l'orario e la
geniale trovata di ideare per lui la "Proiezione
unica" me ne hanno impedito la visione. Lo stesso
discorso è valido per "Breaking the Willow"
di Yonfan, cineasta cinese.
6) Pippo Delbono esordiva ad una
mostra d'arte cinematografica, lui che ha dimostrato
negli ultimi anni di essere uno dei principali nuovi
autori teatrali, geniale nella messa in scena (minimale,
scarna, praticamente inesistente) e nell'uso degli
attori - o meglio sarebbe dire dei "non-attori
recitanti" -, ed esordiva con una versione video
del suo spettacolo "Guerra", per l'occasione
rivisitato. Ebbene, perso fra scene d'azione coreane
e rievocazioni di ectoplasmi felliniani l'ho visto
allontanarsi senza speranza alcuna di poterlo raggiungere:
mi auguro vivamente di riuscire in qualche modo a
ripescarlo qui a Roma.
7) "The Blues: Feel Like Going
Home" di Martin Scorsese. Questo avrei voluto
vederlo solo in quanto ammiratore eterno del cinema
di Scorsese. Punto.
8) "Mattatoio" di tal
Akab (pseudonimo dietro il quale si cela il milanese
Gabriele di Benedetto). La sua presentazione, che
recitava "la scienza non ha ancora dimostrato
se la follia sia o no il sublimato dell'intelligenza"
mi aveva incuriosito, le foto tratte mi avevano colpito
(e non poco), il background culturale del giovane
autore - fumettista per la Marvel e per la DC Comics
- mi aveva stimolato. Sono stato a ripetermi che dovevo
assolutamente vederlo per ore e poi, semplicemente,
non l'ho visto.
9) Il cortometraggio che precedeva
il mediocre "Miracolo" di Edoardo Winspeare
era un insieme di riflessioni sull'Unione Europea
da parte dei maggiori cineasti ungheresi: sicuramente
un argomento affascinante. Sono rimasto fuori perché
accredito cinema ad una proiezione riservata alla
stampa: visto che tra il corto e il film di Winspeare
c'era tempo di entrare non potevano riempire la sala
prima della fine del corto, rischiando di lasciar
fuori i giornalisti. Risultato finale, mi hanno fatto
entrare solo per "Il miracolo" (perché
logicamente la sala non si è riempita).
10) Chiudo con una nota sarcastica:
mi è dispiaciuto essermi perso "Imaging
Argentina", filmone statunitense con tanto di
cast "stellare" (Antonio Banderas, ovvero
il prezzemolo quando si tratta di fare un film da
major che parli del Sud America ed Emma Thompson)
diretto da Christopher Hampton. Tutti coloro che l'hanno
visto, dalla stampa al pubblico agli accrediti cinema,
lo hanno ritenuto orribile (TUTTI!!!!). Peggio, molti
lo hanno ritenuto addirittura immorale. Effettivamente
una major che decide di parlare della tragedia dei
desaparecidos costruendo un personaggio come quello
di Banderas colpito da visioni di torture è
veramente ridicolo. Fatto sta che tanto hanno detto
di male su questo film che per qualche istante ho
avuto la folle intenzione di recuperarlo qui a Roma:
fortunatamente questo stato di paralisi cerebrale
è durato pochi secondi. Da notare come lo stesso
effetto in parte l'abbia raggiunto anche il sentir
parlare malissimo di "L'acqua
il fuoco"
di Luciano Emmer.
b) IL CINEMA COME CONTAMINAZIONE
Tra i numerosi film visionati sono
riuscito a scorgere, fatto non poi così ovvio,
un filo conduttore che, dietro la maschera della messa
in scena, celava i dubbi e le ossessioni di questi
ultimi due anni. L'11 Settembre del 2001 sappiamo
tutti cosa è accaduto e non starò certo
qui a ripeterlo, ma è innegabile che l'evento
in sé abbia dato il La ad una reazione a catena,
una sorta di effetto domino anche nel mondo delle
arti. Le barbarie compiute prima in Afghanistan (e
già lo stiamo dimenticando, ahimè) e
poi durante quest'anno in Iraq hanno creato un clima
destabilizzato, impaurito, incapace di comprendere
appieno e quindi stordito, confuso. Un cinema che
riflette sulla contaminazione, dunque, e sì
che non dovrebbe poi apparire così strano:
il cinema è di per sé frutto di una
contaminazione delle arti teatrali, fotografiche,
letterarie e foniche. Eppure mai come quest'anno si
era sentita, palpabile, l'urgenza di rivendicare questo
ruolo e di porsi di fronte all'eterno problema delle
differenze culturali. In un mondo che si sta dividendo
in maniera sempre più netta tra Ricco e Povero,
in un'ideale deriva dei continenti puramente economica,
cineasti di qualsiasi latitudine si interrogano sulla
difficoltà di una reale convivenza etero-culturale.
Ci stiamo poco alla volta richiudendo su noi stessi,
alzando barriere sempre più alte, cercando
di dividere la nostra cultura dalle altre, in un processo
che porterà ad una nuova era di tribù
esogamiche (e di questo dovremmo realmente aver paura),
e il cinema non può che riflettere quest'atmosfera
angosciante.
b-1) DEMME E SAYLES: UNO SGUARDO
AMERICANO SULL'AMERICA
Già ho avuto modo di parlare
del documentario di Stone, simbolo di questa esigenza
descrittiva, così come simbolo è apparso
lo straordinario documento filmato presentato da Jonathan
Demme. Conosciuto al grande pubblico più per
le sue incursioni nel cinema hollywoodiano come "Il
silenzio degli innocenti" (per il quale si accaparrò
l'Oscar come miglior regista) o "Philadelphia",
Demme ha in realtà un notevole passato da documentarista
e da autore indipendente: andrebbero riscoperti sia
i suoi esordi per la Factory di Roger Corman (soprattutto
lo splendido "Crazy Mama") sia i suoi prodotti
degli anni '80, specchio di una società che
dietro l'apparenza Yuppie nasconde un lato selvaggio
e omicida - l'incubo urbano del finale di "Qualcosa
di travolgente" -, senza poi dimenticare "Stop
Making Sense", documentario sui Talking Heads
e "Haiti sogni di democrazia", sulla fine
della dittatura dei Duvalier nell'isola caraibica.
E proprio ad Haiti, Demme torna con questo suo ultimo
"The Agronomist": documentario sulla vita
di Jean Dominique, libero pensatore haitiano, fondatore
della prima radio libera nel 1968, costretto per ben
due volte all'esilio, rivendicatore dell'uso del creolo
haitiano, lingua dell'isola soppiantata dall'uso del
francese (e a proposito di colonialismo, sarebbe ora
che ci decidessimo a chiamare quel gruppetto di isole
caribiche e non caraibiche - lo so, l'ho fatto anche
io poche righe fa, e me ne scuso -: scrivere Caraibi
equivale a mettere su carta la pronuncia inglese di
quello che in realtà si chiama Caribe), ucciso
nel 2000 in quell'Haiti oramai democratica di cui
lui continuava a denunciare le ingiustizie. Un documentario
sobrio, imperniato sulla voce e sul volto di quest'uomo
straordinario, senza peli sulla lingua, schietto,
sincero; attraverso immagini di repertorio vengono
rievocate epoche che potrebbero apparire lontane,
ma che risalgono solo a pochi decenni fa. Le torture
perpetrate sulla popolazione da parte dei Ton-Ton
Macoute, sgherri della dittatura, le privazioni in
cui erano costretti a vivere i contadini, la censura
che colpì tanto la radio gestita da Dominique
(ma quella fu colpita anche da fucilate, e più
di una volta) tanto i cinema, la stampa. Tutto questo
avallato - e non si tratta di congetture, statene
pur certi - dal governo statunitense, il vero e proprio
colonizzatore della nostra epoca. Dominique nei suoi
eleganti e trascinanti monologhi accusa non solo i
governi repubblicani (Ronald Regan e George Bush padre)
ma addirittura George Clinton, a suo modo di vedere
furbo doppiogiochista: da una parte pronto a lanciare
appelli per la pace e la democrazia nell'isola, dall'altra
altrettanto pronto a demandare alla C.I.A. il controllo
delle operazioni di voto ecc.ecc. Insomma, un documento
di una forza unica, capace di smuovere le coscienze
e di commuovere: ho avuto l'occasione di vederlo in
Sala Grande, alla presenza di Demme e della moglie
di Dominique, che ha lottato accanto a lui durante
tutta la sua vita. Sentire le parole della donna al
termine del film sulla necessità di una spinta
ulteriore verso la democrazia e vederla, al termine
della proiezione, composta alzarsi tra gli applausi
del pubblico e fare il segno della vittoria rimarrà
impressa per sempre in me come una delle emozioni
maggiori. Uno sguardo sul neo-colonialismo statunitense
visto dall'interno lo ha dato anche John Sayles, altro
fiero autore indipendente (e ne sono rimasti veramente
pochi): nel suo "Casa del los Babys" viene
mostrata l'attesa in Messico di cinque donne statunitensi,
andate oltre confine per adottare bambini. La riflessione
a cui ci porta Sayles è di una lucidità
sconvolgente: non si tratta forse anche questo di
colonialismo, andare a prelevare bambini da altri
stati, neanche fossero supermercati dell'Impero? E,
ancora più drammaticamente, visto che in guerra
i primi ad essere inviati sono le minoranze, quando
questi stati si ribelleranno all'Impero, chi sarà
spedito loro contro? Questi stati si troveranno ad
uccidere in battaglia i propri figli, portati via
venti e più anni prima. Due critiche interne
condotte con lucidità e grande senso cinematografico,
ma capaci di arrivare a due soluzioni del tutto diverse:
da un lato il piglio battagliero e di speranza con
cui si conclude l'opera di Demme, dall'altro il senso
di dissoluzione e di pessimismo cosmico che mette
la parola fine sul film di Sayles.
b-2) LA SCENA MEDIORIENTALE
l'Arabia Esaurita
Una delle cinematografie che si
è trovata, logicamente, a riflettere sui mutamenti
globali degli ultimi due anni è quella mediorientale,
che ha vissuto sulla propria pelle il terrore delle
dittature prima e delle cosiddette "bombe pacifiche"
(ah, gli ossimori, crogiolo della nostra epoca) poi.
In tutti i film di autori che operano nel mondo arabo
si può svelare il sottile senso di angoscia
che accompagna questo difficile periodo storico. Anche
quando si riflette sul proprio passato, come nel caso
di "Abjad" di Abolfazl Jalili, dove si narra
dell'Iran del 1970, prima e durante la rivoluzione
khomeinista, e del rapporto di un giovane iraniano
con il lato più conservatore dello stato: l'amore
per il cinema e un'irrealizzabile desiderio "da
Romeo e Giulietta" verso la figlia di un ebreo
sono al centro della vicenda. Anche in "Fango"
di Dervish Zaim il fulcro della vicenda è la
difficile convivenza fra greci e turchi a Cipro; in
questo caso la trama è interamente imperniata
sul ruolo della memoria e del confronto, doloroso,
col proprio passato. Se Hana Makhmalbaf gira un "dietro
le quinte" sul film che la sorella Samira ha
ambientato in Afghanistan (e che è stato a
lungo applaudito all'ultimo festival di Cannes), Babak
Payami - che qui a Venezia vinse due anni fa con il
suo "Il voto è segreto" - nel suo
ottimo "Silence Between Two Thoughts" racconta
la prassi della violenza, narrando la storia di una
ragazza condannata a morte che non può essere
giustiziata in quanto vergine (essendo vergine andrebbe
in Paradiso, ma essendo stata condannata dalla legge
dovrebbe andare all'Inferno) e che quindi viene data
in moglie al suo carceriere. La vicenda di Payami
ha tra l'altro molto dell'emblematico: visto il tema
trattato la pellicola è stata requisita dalle
autorità iraniane, cosicché l'autore
è stato costretto a presentare a Venezia una
copia lavoro, con tanto di timer ancora impresso sulla
pellicola e con continui sbalzi fotografici. Tra l'altro
a Venezia si è sparsa anche la voce che Jalili,
il regista di "Abjad", risultasse irreperibile:
ignoro come sia andata a finire (e dubito che la nostra
stampa si interessi ad una notizia del genere) ma
credo che sia l'ennesima dimostrazione di come le
arti siano state, negli ultimi tempi, vittime della
Storia. "Le Cerf-Volant", pur nella sua
mediocrità, affronta il tema dell'infanzia
in una "zona calda" come è il confine
tra Israele e Libano - confine labile, che cambia
a seconda di chi acquisisce terra -, dove il nemico
è colui che il giorno prima era considerato
confratello. Peccato che i buoni spunti (i parenti
divisi da questo confine sono costretti a parlarsi
con il megafono e ad urlarsi tutti i propri pensieri)
si perdano in una messa in scena mediocre, adornata
da una regia quasi inesistente, dove il simbolismo
- gli aquiloni del titolo, i rituali come esasperazione
della propria chiusura mentale - appare facile e scontato
e nessun discorso riesce realmente ad elevarsi ad
un livello più alto. Peccato. Concludo con
una virata verso oriente: l'idea di una chiusura culturale
è evocata in maniera forte in "Matrubhoomi",
opera prima di Manish Jha, ventitreenne regista indiano.
Nel film Jha immagina una società dove le donne
vengono uccise alla nascita, una società costretta
quindi ad un auto-erotismo continuo. L'eterosessualità
culturale diventa dunque impossibile - anche se in
fin dei conti desiderata - e questo rende di fatto
impossibile un futuro, una procreazione. Il resto
del film, pur mantenendosi su buoni livelli, è
succube di cadute di stile e di cambi forzati di ritmo,
ma già solo quest'intuizione vale la visione
dell'opera, una delle migliori viste nella sezione
"Settimana della Critica".
b-3) L'EUROPA
Il vecchio incontinente
I riflessi della politica mondiale
degli ultimi due anni si sono visti, e vissuti, anche
nella cinematografia della nostra Europa. Si è
cercato di ricucire vecchi strappi come quello dell'area
balcanica, fulcro delle tensioni dell'ultimo decennio
dello scorso secolo, e qui rivisitate dall'occhio
surreale e stralunato di Srdjan Karanovic, che nel
suo "Loving Glances" mostra la solitudine
di due ragazzi a Belgrado, durante la guerra. Entrambi
soli, si rifugiano nelle proprie memorie, immaginando
dialoghi con i propri cari, uccisi dalla guerra. Il
film non ha però la capacità di metaforizzare
ciò che mostra e lascia insoddisfatti, quasi
si trattasse del semplice bozzetto di un'idea che
è ancora lontana dal suo sviluppo e dalla sua
effettiva realizzazione.
Due film francesi si occupano del proprio passato
più losco, ovvero la vita nelle colonie: Jacques
Doillon in "Raja" contrappone alla cultura
coloniale, identificata nel personaggio di un ricco
francese attratto dalle bellezze locali, la cultura
marocchina, interpretata per l'appunto da Raja, giovane
marocchina con un passato da prostituta ed un presente
da serva del potere francese. Dallo scontro nasce
un amore impossibile, corrotto fin dalla sua genesi,
frustrato e inappagante: due mondi con troppe barriere
per potersi congiungere felicemente (come simbolicamente
mostra l'atto sessuale del tutto insoddisfacente)
e destinati dunque a rimanere distanti. In definitiva
un buon film, con qualche pecca e qualche distrazione
inutile durante il percorso (oltre ad un paio di digressioni
ridicole in quanto impossibili da credere: ad esempio
Raja che, nel gioco di avvicinamento/allontanamento
dal francese afferma "tu sei brutto e vecchio,
mentre Youssef (il suo uomo, N.d.A.) è giovane
e bello". Peccato che lo Youssef in questione
sia tutto tranne che giovane e bello), ma con un paio
di intuizioni degne di questo nome.
L'altro film francese teso a riflettere il rapporto
tra Francia e mondo arabo è "Le soleil
assassiné" di Abdelkrim Bahloul (si tratta
in realtà di una coproduzione franco-algerina),
passato come l'altro nella sezione Controcorrente:
qui si parla della difficile situazione algerina del
post-indipendenza, con la voglia di chiudersi invece
di aprirsi, con la decisione di considerare illegale
il francese e con la repressione degli spiriti libertari,
simboleggiati nel film dalla figura del poeta Jean
Senac, che pagherà sulla propria pelle le restrizioni
alla democrazia. Anche questo un film non totalmente
soddisfacente, con falsi poetismi a farsi largo tra
le maglie e il rischio del didascalico che prende
spesso forma. Rimane lo slancio, sincero, che lo guida,
e l'ottimo lavoro dei ragazzi protagonisti - adepti
di Senac che ne seguono le orme prendendo alla fine
strade diverse -, questo veramente notevole. Ouassini
Embarek e Medhi Dehbi sono due nomi da segnarsi; se
è rimasto qualcuno in Francia come nel resto
d'Europa pronta a scommettere su nuovi volti, di loro
due sentiremo ancora parlare.
Passo rapidamente su quel filmetto che ha cercato
di nascondersi dietro il nome di un autore celebrato
(quasi mai meritatamente) come James Ivory: il suo
"Le divorce" presenta una Parigi da cartolina
ed entra in profondità nel conflitto culturale
tra Francia e USA quanto potrebbe farlo un libretto
di Susanna Tamaro o un film (???) dei fratelli Vanzina.
Battute che non fanno ridere (quando si pretenderebbe
questo) e che non commuovono (quando si pretenderebbe
anche questo), situazioni prive di alcun significato
e di una banalità sconvolgente, un cast sprecato
in ogni sua forma. Insomma, un disastro: non che il
film non si faccia vedere, per carità, non
risulta mai noioso
ma non è triste dover
dire di un film "non è noioso"? Si
era gridato al miracolo per il fatto che Ivory avesse
ambientato un film nel mondo contemporaneo, ma non
si era pensato che cambiando ambientazione difficilmente
cambia la testa del regista (di cui un solo film si
salva dal massacro, "Camera con vista").
Bocciato.
Michael Winterbottom è ospite fisso, ormai
da anni, ad uno dei tre maggiori festival europei:
quest'anno è riuscito anche a farsi affidare
l'Orso d'Oro a Berlino. "Code 46", il film
che ha presentato al Lido, è un buon film,
timido, semplice, a tratti addirittura minimale. Un
film sui volti dei personaggi, che non teme il fuori
fuoco e che racconta una storia tragica, in un immaginario
- ma ne siamo poi così sicuri? - futuro in
cui le città sono luoghi blindati, e lo spazio
che le divide è solo un lungo, infinito piano
desertico. Un futuro in cui bisogna avere il permesso
per entrare e vivere nelle città e basta un
niente per ritrovarsi nel deserto, dove non esiste
vita e dove non viene considerata vita. Una fotografia
sgranata, una tenera Samantha Morton e un Tim Robbins
bravo anche se a tratti apparentemente spaesato, e
un regista intelligente anche se mai completamente
compiuto. Ed un regista i cui film vanno visti una
volta sola: tutti i suoi precedenti lavori dopo aver
superato brillantemente la prova della "prima
visione" sono crollati immancabilmente alla seconda
volta. Mistero della fede.
La riflessione più mirabile sull'interazione
fra culture rimane quella di Manoel de Oliveira, che
costruisce il suo "Un filme falado" come
una crociera sul Mediterraneo. Durante le varie tappe
(Marsiglia, Pompei, Istanbul, l'Egitto) una professoressa
di storia dell'università di Lisbona narra
alla figlioletta l'evoluzione della cultura mediterranea.
Contemporaneamente sulla nave il capitano (interpretato
da John Malkovich) divide il suo tavolo con tre donne
di successo, una manager francese (Catherine Deneuve),
una modella italiana (Stefania Sandrelli) e una cantante
greca (Irene Papas): durante le discussioni, che vertono
dai rapporti umani alla perdita di valore di lingue
antiche come quella greca i quattro si esprimono ognuno
nella propria lingua (e qui acquista un senso quasi
filosofico il titolo dell'opera, ovvero "un film
parlato"). de Oliveira immagina dunque un mondo
dove sia ancora possibile comprendersi al di là
del proprio linguaggio, un mondo che possa esulare
da colonizzazioni più o meno velate - splendido
il riferimento che Irene Papas fa all'uso smodato
dell'inglese: ricordando la nascita degli USA nel
XVIII secolo racconta un aneddoto secondo il quale
alla decisione su quale lingua adottare negli stati
nascenti il greco arrivò secondo, distanziato
dall'inglese da un solo misero voto. La Papas conclude
affermando "se non fosse per quel voto ora tutto
il mondo parlerebbe greco" -, salvo poi concludere
tragicamente la vicenda. La nave salterà in
aria a causa di una bomba e solo la professoressa
e la bambina periranno nell'attentato: di fronte a
quest'epoca è proprio la storia a soccombere,
è proprio la memoria del passato a venir meno,
ad essere soffocato, ad essere zittita. E tutto si
conclude in fermo immagine sul volto stravolto di
Malkovich. La torre di Babele continua ad essere una
chimera.
b-4) IL RUOLO DEL DESERTO NEL
CINEMA CONTEMPORANEO
11, ovvero il Deserto, solo il Deserto
Dallo splendido "Last Life
in the Universe" di Pen-ek Ratanaruang:
HOSTESS: Solo bagaglio a mano,
signore?
YAKUZA: Sì. Dobbiamo solo andare in Thailandia
ed uccidere un uomo.
HOSTESS: Quanto è spiritoso. Non avrà
mica intenzione di dirottare l'aereo?
YAKUZA: No, signora. Non siamo arabi.
Questo solo per far capire quanta
ripercussione abbia avuto ciò che è
successo due anni fa nel cielo di New York. Anche
se nel film di Ratanaruang la sequenza ha in sé
un'ironia e una verve comica che ne sfumano i significati,
non si può non leggere questa serie di riferimenti
come una sottile lama angosciosa che si è fatta
largo nelle coscienze umane, quale che siano la religione,
lo stato, la cultura di appartenenza. E' stato sottilmente
fatto notare come anche film del tutto estranei a
riferimenti alla situazione internazionale come "29
Palms" di Dumont e "Intolerable Cruelty"
dei geniali fratelli Coen non siano immuni dai germi
del famigerato 11 Settembre 2003 - meglio specificare,
perché sarebbe anche il caso di ricordare gli
altri 11 Settembre della storia, altrettanto luttuosi
e gravi, come quello in cui (anche per mano statunitense)
si mise la parola fine sulla democrazia nel Cile di
Salvador Allende -.
E' come se quella data fosse stata inconsciamente
assunta come simbolo della paura: lo sconvolgente
quarto d'ora finale del film di Dumont ne è
il paradigma perfetto. Un'esplosione improvvisa e
violenta di follia, un irrazionale desiderio di morte
e di distruzione, irrefrenabile e destinato a chiudersi
in un deserto. Nella zona dell'ovunque e del mai,
nello spazio senza limitazioni l'uomo diventa una
semplice figura nuda, piccola nell'immenso giallo
che la circonda.
Deserto che ha assunto un ruolo dominante nella poetica
di più di un film visto a Venezia: oltre al
ruolo portante che ricopre nel film di Dumont e al
già citato "Code 46" di Winterbottom,
la presenza di zone brulle segna la parte finale di
"21 Grams" di Iñarritu, è
in una zona desertica che deflagra il corso degli
eventi in "Fango", ed è una spianata
semi-desertica a dividere l'ultima città libanese
dalla prima città israeliana in "Le Cerf-Volant".
Deserto inteso non semplicemente come luogo del distacco
(tra società, come nel film libanese, dalla
società, come lo interpreta Winterbottom, o
da se stessi, come inteso da Dumont) ma come luogo
della soluzione, zona liminare in grado di mettere
la parola fine, di congiungere gli eventi. Deserto
come esplosione (e così facendo si potrebbe
ripercorrere la storia del cinema e approdare a "Zabriskie
Point" di Antonioni) o come luogo della perdita
definitiva (la zona brulla nella quale trova sfogo
l'animalità del protagonista del film di Dumont
ha, sotto certi punti di vista, similitudini con la
fine di "Teorema", uno dei massimi capolavori
di Pier Paolo Pasolini)?
Una sola cosa è certa: tutti questi autori
identificano il presente - presente storico, presente
politico, presente artistico, presente civile - in
un vasto deserto; alcuni vi intravedono degli sprazzi
di verde, per qualcuno c'è addirittura la possibilità
di oasi, altri vi vedono solitudine, follia e morte.
Ma resta, e questo è sconvolgente, il deserto.
c) IL CINEMA
COME STORIA (ma non come Trama)
All'annuncio, ad Agosto, dei film
che avrebbero preso parte alla kermesse di quest'anno,
si sono iniziate a lanciare le prime ipotesi: si sapeva
che il film di Bellocchio avrebbe parlato del rapimento
e dell'omicidio di Aldo Moro, si sapeva che Paolo
Benvenuti aveva rimesso le mani, con il suo "Segreti
di stato", sulla famigerata strage di Portella
della Ginestra, si diceva che il film di Bernardo
Bertolucci avrebbe descritto le calde giornate del
Maggio francese del 1968.
Tre cineasti italiani, secondo le previsioni, avrebbero
avuto il compito di riportare al Lido, agli occhi
di migliaia di accreditati, tre eventi del recente
passato, nostro (come nel caso di Bellocchio e Benvenuti)
o mondiale (il film di Bertolucci): previsioni destinate
a rimanere soddisfatte, ma non completamente - o meglio,
in maniera non completamente aderente alle aspettative
-.
Iniziamo dal film di Marco Bellocchio. L'argomento
era sicuramente stimolante, già trattato in
altre pellicole (in maniera didattica, ad esempio,
da un giovane Marco Tullio Giordana nel 1986, ed interpretato
da un mostro sacro quale Gian Maria Volonté)
e quindi ad ampio rischio di ripetizione e di abuso.
Bellocchio tra l'altro era reduce dallo straordinario
(e meritato) successo del suo "L'ora di religione",
ed era quindi atteso ad una sorta di prova del fuoco,
dopo un decennio, quello degli anni '90, superato
con risultati altalenanti - come i mediocri "La
balia" e soprattutto "Il sogno della farfalla"
-. Il risultato finale ha del miracoloso: Bellocchio,
mostrando una rara intelligenza, non incentra l'interesse
del suo film sulla vicenda (già nota, arcinota,
stranota, insomma NOTA) del sequestro e del martirio
di Moro, ma costruisce una sorta di dramma psicologico
da camera. Il mondo esterno viene completamente annullato,
quasi trasfigurato nel suo passaggio televisivo -
contatto dei sequestratori col mondo esterno - e nelle
sue rare incursioni fuori dal covo, che seguono i
movimenti della protagonista, unica donna tra i brigatisti,
che si reca regolarmente al lavoro e funge da vivandiera.
E il mondo esterno che ci viene mostrato è
un mondo apatico (la straordinaria sequenza dell'ascensore,
che accompagna anche il trailer del film) e che cerca
disperatamente di mantenere la propria memoria storica,
ora costretta a vacillare sotto i colpi dei brigatisti.
Bellocchio è un uomo di sinistra che riflette
sulla sinistra dell'epoca, sulla sinistra di tutte
le epoche (i continui riferimenti alla partigianeria
durante la seconda guerra mondiale e alla Rivoluzione
d'Ottobre) e sullo strappo che si produsse all'epoca
- venticinque anni fa - tra la sinistra parlamentare
e le frange più estreme della sinistra extraparlamentare
(analisi che in parte era già presente sugli
schermi italiani quest'anno con "La meglio gioventù"
di Marco Tullio Giordana). E proprio con il film di
Giordana questo "Buongiorno, notte" - splendido
anche il titolo, e molto evocativo direi - condivide
due attori: Maya Sansa, qui eccellente protagonista,
e Luigi Lo Cascio, non entusiasmante come in altre
occasioni ma bravo, comunque bravo. Quello di Bellocchio
non è dunque in realtà un film sugli
eventi che quasi trent'anni fa gelarono l'Italia,
è più che altro l'ipotesi di una realtà
differente, il sogno di una realtà differente.
Un sogno che, perché no, può anche concludersi
"bene", sovvertendo la Storia e stravolgendo
la Trama, ma risultando ancora più coerente
con se stesso. I brigatisti di "Buongiorno, notte"
non sono folli invasati assetati di sangue, come una
certa classe politica ha più volte rimarcato,
ma persone che perseguono un obiettivo esclusivamente
attraverso una propria scala dogmatica e, proprio
in quanto basata su dogmi, errata. Persone che non
hanno ancora capito che "non esistono poteri
buoni" (per dirla alla De André), e che
nel loro scontro contro la classe politica democristiana
usano armi che li mettono automaticamente, agli occhi
del popolo, dalla parte del torto. Ed è proprio
al Potere di quegli anni, che poi non è così
diverso dal nostro attuale, che Bellocchio dedica
l'ultima sequenza del suo film: immagini di repertorio
al funerale di Moro, col papa a benedire. Tutta la
Democrazia Cristiana in fila, contrita, ma con lo
scettro del potere stretto ancora più forte
nelle mani. A corollario si adattano ancora le parole
di De André, tratte da "Storia di un impiegato":
"Lottavano così
come si gioca
i cuccioli del Maggio era normale
loro avevano tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia, la stessa Primavera"
Non è un caso che il documentario
che Stefano Incerti ha girato nel backstage del film
di Bellocchio - ma andando poi a cercare un filo conduttore
in tutta l'opera del regista - si intitoli proprio
"Stessa rabbia, stessa Primavera". Documentario
passato in "Nuovi Territori" e visto accompagnato
ad un altro sulla figura di Ennio Flaiano: buono quello
di Incerti, non del tutto soddisfacente quello di
Nino Bizzarri.
Il film di Benvenuti, al contrario di Bellocchio,
ha verso la storia a cui fa riferimento un approccio
quasi documentaristico. Il film è tratto da
varie fonti, tra le quali i verbali delle udienze
in tribunale che cercavano di far luce sull'eccidio
e nelle quali Pisciotta iniziò a far uscire
i primi nomi (tra i quali quello dell'Onorevole Scelba),
atti presi a Washington, documentazione sulle persone
citate e altro. Insomma, un lavoro realmente certosino;
che per quanto concerne lo specifico delle requisitorie
in tribunale e il compito di ricerca svolto dall'avvocato
- interpretato da Antonio Catania, che a tratti fatica
a muoversi in un campo a lui estraneo come un film
drammatico - è assolutamente sbalorditivo.
Il film ripercorre, a posteriori, le vicende di quel
giorno, dimostrando come fosse impossibile che il
tutto avesse avuto luogo solo per la "bravata"
di Salvatore Giuliano e coinvolgendo altresì
le forze dell'ordine, la regione Sicilia e il parlamento
di Roma, che non potevano NON sapere. Dopo aver raggiunto
il suo scopo - senza alcuna difficoltà, ciò
di cui si parla è tutto documentato! -, Benvenuti
si lancia in una personale congettura, costruendo
una trama comune che legherebbe ai fatti di Portella
della Ginestra - fu fatto fuoco sui comunisti locali
che manifestavano per la ricorrenza del primo Maggio
- persone considerate all'epoca (e non solo all'epoca,
visto il bailamme che il film in questione ha generato
a livello politico) intoccabili: e qui si rimane nel
campo dell'ipotesi, logicamente - tranne il fatto
che il carabiniere indagato per i fatti del Primo
Maggio del 1949 era presente, alle spalle di Palmiro
Togliatti, al momento del suo ferimento nell'attentato
fascista dell'anno precedente -, e chi vuol credere
creda (e io non nego di averci fatto un pensierino)
e chi vuol gridare allo scandalo faccia pure. Non
è invece ipotesi ma tragica realtà il
fatto che tutta l'inchiesta sia stata arenata mettendo
a tacere il testimone Pisciotta, scomodo, troppo scomodo
sia al potere democristiano che alla mafia e per questo
avvelenato in carcere. Questa sequenza, che aveva
reso celebre il film su "Salvatore Giuliano"
diretto da Francesco Rosi, viene interamente ripresa
inquadrando i riflessi di uno specchio: proprio perché
ciò che viene mostrato è l'unico istante
puramente speculare al film di Rosi. Un bel film,
pesante a muoversi come vuole l'etica del suo autore
- che anzi, qui si è frenato in molte occasioni
- e assolutamente da vedere. Perché forse non
darà tutte le risposte, ma sicuramente ne propone
parecchie, dando anche lo spazio a molti spunti di
riflessione.
La cultura cinematografica dunque riflette sulla Storia,
in Bellocchio e Benvenuti così come abbiamo
già avuto modo di vedere in Demme e de Oliveira,
ma siamo di fronte ad una cultura cinematografica
che riflette anche sulle proprie radici e sulla propria
evoluzione, sulla propria Storia, dunque; è
il caso dello straordinario "Goodbye Dragon Inn"
di Tsai Ming-Liang, cineasta taiwanese che aveva già
avuto modo di farsi notare in passato grazie ad opere
di assoluto valore come "Vive l'amour" (Leone
d'oro a Venezia nel 1994), "Rebels of the Neon
God", "Il fiume" e "The Hole -
Il Buco" (quest'ultimo da non confondersi con
il mediocre horror statunitense "The Hole"),
e che narra, nel suo ultimo lavoro, della chiusura
di una sala cinematografica. Nella serata piovosa
della chiusura un ragazzo entra all'ultima proiezione:
sullo schermo sta passando "Dragon Inn",
film d'azione di Hong Kong del 1968 diretto dal maestro
King Hu, nella sala si aggirano gli attori del film,
fantasmi che non vogliono abbandonare la sala. Spettri
di un cinema che va verso la decadenza. Un film praticamente
muto (in poco più di 80' ci sono solo due dialoghi),
dominato dagli spazi claustrofobici e male illuminati
della sala e dai lunghi corridoi di linoleum illuminati
al neon nei quali si aggira in pena la padrona del
cinema, zoppa. Un mondo vecchio, quello che viene
descritto, che ebbe il suo passato glorioso ma che
ora può farlo rivivere solo attraverso lo schermo
cinematografico, unico elemento con il quale si può
cercare un dialogo - la straordinaria sequenza che
mostra in rapido quanto impossibile campo/controcampo,
incrociarsi lo sguardo del protagonista del film proiettato
con lo sguardo della padrona della sala -. Tsai Ming-Liang
ha portato a Venezia uno dei più grandi saggi
sull'arte della messa in scena cinematografica apparsi
negli ultimi anni, e si è permesso il lusso
di mostrare la più atroce (per i cinefili)
e realistica inquadratura che un festival del cinema
possa augurarsi di vedere: un'interminabile macchina
fissa ad inquadrare una sala cinematografica completamente
vuota. La fine della magia, la morte del cinema: addio,
"Dragon Inn".
Questa cultura cinematografica che riflette dunque
sulla Storia e sul Cinema trova la sua naturale osmosi
in "The Dreamers" di Bernardo Bertolucci.
Si era detto che sarebbe stato il ritorno del Bertolucci
politico, che il suo film sarebbe stato un incrocio
tra "Ultimo tango a Parigi" e "Novecento",
e tante altre baggianate che ora neanche ricordo.
Il film di Bertolucci, l'eccezionale film di Bertolucci,
non è altro che una riflessione sui germi di
uno sconvolgimento politico. L'ambientazione è
Parigi, è vero, ma il riferimento al capolavoro
con Marlon Brando e Maria Schneider si ferma all'inquadratura
iniziale, citazione dell'incipit del film di trentuno
anni fa.
Il periodo in cui è ambientato è il
1968, è vero, ma il riferimento alle lotte
per strada, alla guerriglia urbana ai "mille
Vietnam" si riduce all'inquadratura finale, con
fermo immagine sulla polizia che carica.
E il centro allora, cos'è? E' il gioco sentimentale
che si instaura tra tre cinefili, due gemelli francesi
e uno studente americano, che passano le loro giornate
a citarsi a vicenda i film grazie ai quali sono cresciuti.
Il fulcro del film è la Cinémathèque
diretta da Jean Langlois, licenziato proprio nel 1968,
e le uniche manifestazioni che vediamo sono proprio
quelle di protesta verso chi cacciò Langlois.
Centinaia e centinaia di persone pronte a scendere
in strada perché il direttore del principale
cineclub parigino (e probabilmente mondiale) era stato
deposto. Ma anche qui Bertolucci è chiarissimo:
mentre tutti protestano, l'americano - interpretato
dal Michael Pitt di "Dawson's Creek" - incontra
la francese - Eva Green, altra scoperta da tenersi
stretti, strettissimi - che finge di essersi incatenata
per richiamare la sua attenzione. Il segnale è
dunque inequivocabile, non è l'atmosfera battagliera
ad interessare Bertolucci, tutt'altro, lui la scherza,
la usa a pretesto. Anche qui, come in Bellocchio,
assistiamo ad una sorta di dramma da camera: ma mentre
lì eravamo costretti dalle vicende a rimanere
nella casa qui la scelta è ben ponderata, diventa
una questione di priorità. Bertolucci inquadra
una generazione cresciuta a nouvelle vague, ma lancia
intuizioni che fanno comprendere da cosa nacque e
perché nacque la nouvelle vague. Non è
assolutamente un gioco citazionista, per quanto la
citazione, da "Fino all'ultimo respiro"
a Marlene Dietrich, sia sempre presente: loro tre
che corrono a perdifiato nel Louvre come i protagonisti
di "A Band Apart" di Jean-Luc Godard non
stanno imitando il film in questione, ma stanno cercando
di superare il record registrato nell'originale. Lo
sguardo del regista emiliano (ma considerare il film
come italiano è quasi un'eresia, di nostrano
permangono solo l'autore, il montatore Jacopo Quadri
e il direttore della fotografia Fabio Cianchetti)
è lo sguardo di chi quell'epoca l'ha vissuta
e ha avuto tempo di metabolizzarla senza per questo
snaturarla o rigettarla, come hanno invece fatto molti
altri. Laddove spesso era stato ingiustamente tacciato
di "eterna adolescenza" (nel ritratto verginale
dello splendido "Io ballo da sola", nel
caos sentimentale di "L'assedio") qui Bertolucci
dimostra la sua maturità, stilistica - ma quella
la raggiunse praticamente subito - e soprattutto mentale.
Una lucidità che rigetta ulteriormente qualsiasi
semplicistico rimando al suo passato autoriale: il
sesso di "The Dreamers" è puramente
ludico, addirittura citazionista, non ha nulla del
furore decadente di "Ultimo tango a Parigi",
non possiede la sua carica eversiva e tragica. Non
la possiede perché non la ricerca minimamente,
perché scardinerebbe il gioco, perché
pretenderebbe la Trama.
Quella trama che non ha senso delineare quando si
ha a che fare con la storia.
Perché quello di Bertolucci è un cinema
che non parla della storia, ma ne diventa motore portante.
d) I COLPI
DI FULMINE
Le perle gettate ai porci
Secondo punto del celebre assioma "perché
tutto quello che io trovo geniale gli altri lo deridono?"
Ho già avuto modo di dire, e di ribadire più
volte, quanto sia rimasto soddisfatto dei film selezionati
quest'anno. Mi sono già dilungato su alcuni
dei capolavori, ma ne restano altri da commentare,
e sì che ne restano! Innanzitutto bisognerebbe
scrivere odi ogni qual volta Takeshi Kitano si decidesse
a girare un'opera cinematografica: in 14 anni di carriera
(l'esordio nel 1989 con il duro "Violent Cop")
il Nostro ha sfornato capolavori a raffica, da "Sonatine"
a "Il silenzio davanti al mare", da "Hana-Bi"
- che ritengo personalmente essere insieme a "Dead
Man" di Jarmusch e "Lost Highway" di
Lynch il più grande film degli anni '90 - a
"L'estate di Kikujiro" fino a "Dolls",
apparso l'anno scorso qui a Venezia e scandalosamente
escluso dai premi finali. Quest'anno Beat Takeshi
ha presentato al pubblico del Lido "Zatôichi",
ispirato ad una serie televisiva di alcuni decenni
fa. Le imprese dello spadaccino cieco Ichi, che si
trova ad aiutare due orfani a vendicare la morte dei
genitori diventano lo spunto per Kitano per gettarsi
in una folle rimescolata di generi cinematografici.
In definitiva ci si trova di fronte ad un film di
cappa e spada che si muove con le movenze dei classici
film d'azione orientali (specie nei combattimenti
finali), il tutto unito al cinema comico - a tratti
quasi demenziale -, al melodramma e, dulcis in fundo,
al musical.
Sì perché i personaggi si muovono con
una ritmica interna che ha in sé le regole
proprie del musical, e ne è dimostrazione palese
lo straordinario finale, degno di un'operetta di Broadway.
La maturità stilistica di Kitano a tratti appare
veramente inavvicinabile: come dimenticare le scene
di congiunzione, nelle quali osserviamo la vita contadina,
così armonica da scandire i ritmi degni di
un concerto percussivo (e in questo ricordando, in
parte, le intuizioni - lì però puramente
industriali - di Lars von Trier e del suo "Dancer
in the Dark"), o come poter far finta di nulla
davanti alla dimostrazione del raggiungimento dello
zenith comico, riscontrabile nei siparietti della
vita che Ichi e i suoi compari trascorrono nella villa
fuori città?
Tutto questo ben di Dio sprecato - o meglio, in parte
sprecato - per un pubblico (e, il che è molto
più grave, per una critica) che appena vede
un giapponese girare un film ambientato nel medioevo
tira fuori il nome di Akira Kurosawa: il che è
legittimo, per carità, nel dover ipotizzare
una previsione, ma diventa addirittura criminoso quando
si tratta di definizioni date a film finito. Nel cinema
di Kitano non vi è nulla dell'epica, della
morale e della metafora che sono il fulcro dei capolavori
di Kurosawa, tutto ciò a cui assistiamo ha
vissuto una genesi completamente diversa. Ma si sa,
"questi gialli sono tutti uguali". Ahimè.
Il primo colpo di fulmine di quest'anno l'ho vissuto
alle 10.00 del 28 Settembre, sprofondato nella poltrona
di un Palagalileo semivuoto: l'ora e quaranta di "Last
Life in the Universe" è stata l'ennesima
dimostrazione della grandezza del cinema orientale.
Diretto da un regista tailandese, Pen-ek Ratanaruang,
innamorato del cinema giapponese di cui cita l'ottimo
"Ichi the Killer", mette mano, nascosto
sotto la storia di un avvicinamento tra due persone
che hanno avuto a che fare con la morte (lui omicida
per necessità, lei colpevole in parte della
morte della sorella), al cinema della yakuza in cui
molti identificano l'intera scena orientale. L'ultima
vita dell'universo è quella che vivono questi
due personaggi che, già pronti ad abbandonarsi
ai flutti della morte (anzi, lui aspirante suicida
da chissà quanto tempo) ritrovano la forza
- anzi, ricercano per la prima volta la forza - per
risalire la china. Il tutto fotografato con i toni
virati in blu di Chris Doyle, straordinario direttore
della fotografia dei film di Wong Kar-Wai, interpretato
dallo strepitoso Tadanobu Asano e diretto con una
grazia e una semplicità che non si confonde
mai con l'ingenuità da Ratanaruang, decisamente
un nome da scrivere ben bene nell'archivio traballante
della mente. Un film divertente, coinvolgente, aggraziatamente
onirico, con una sceneggiatura brillante e mai stanca.
"The Five Obstructions" è il secondo
film che Lars von Trier presenta quest'anno ad una
mostra (era già toccato al suo acclamato "Dogville"
a Cannes). Girato a quattro mani con Jorgen Leth,
collega danese della generazione precedente, è
una sorta di saggio sulle possibilità camaleontiche
del cinema contemporaneo e sulle sfide che gli si
possono (devono?) lanciare. Prendendo spunto dal film
"L'uomo perfetto" che Leth girò nel
1967, cercando di descrivere attraverso una fotografia
ricercata e un attore le fobie, le manie, le ossessioni
e le abitudini di - per l'appunto - un "uomo
perfetto" Trier lancia al suo collega una sfida:
dovrà girare 5 remake del suo stesso film,
ma dovrà farlo attenendosi alle direttive che
Trier gli darà di volta in volta. Ogni frammento
dovrà essere girato in un luogo deserto del
globo: ci si sposta così da Haiti all'India
fino a Cuba, descrivendo sempre la stessa storia con
spunti cinematografici addirittura agli antipodi.
Il primo frammento è girato a 12 fotogrammi
al secondo in luogo dei 24 classici; si ha quindi
una sorta di montaggio interno completamente asfissiante,
paranoico, che si aderisce perfettamente ai ritmi
cubani. I primi quattro episodi, di cui uno - splendido
- che si avvale dell'animazione di un genio quale
è John Sabiston (creatore dei cartoni animati
costruiti sui personaggi in carne ed ossa alla base
di "Waking Life" di Richard Linklater, passato
a Venezia in concorso nel 2001 e anche lui, come il
Kitano dello scorso anno, scandalosamente escluso
dai premi), servono a creare i principi per la sfida
finale, la sfida totale: l'ultimo remake è
interamente girato da Trier, montando il materiale
raccolto durante i suoi incontri con Leth, ma alla
voce regia si leggerà il nome di Leth.
Come riuscire a girare un film senza averlo in realtà
mai girato, insomma: comprendere, dopo tutte le avanguardie
tentate e tutte le sfide lanciate, che il senso reale
del cinema è ancora la sua doppiezza, la sua
capacità infinita di menzogna, la sua reale
falsità (F for Fake, avrebbe detto Orson Welles).
E che il reale senso del cinema è l'Immagine,
la Forma nel cinema è sempre stata, è
e deve essere Sostanza, Contenuto. Applausi.
Torno brevemente, per l'ultima volta forse, su "29
Palms" di Bruno Dumont: in assoluto il film più
sconvolgente visto a Venezia.
Le prossime battute servono ad accontentare gli amanti
della sinossi: un uomo e una donna vagano con la jeep
nel Joshua Tree Desert, immensa zona desertica californiana.
Osservano gli spazi desolati, in un continuo contatto
con la natura. Hanno frequenti rapporti sessuali.
Questa è la trama: eppure in questo apparente
vuoto sinottico Dumont descrive con una lucidità
e una semplicità rare il rapporto dell'uomo
con la propria animalità, sviscerando le sensazioni
umane in una stasi emotiva che esplode in un finale
deflagrante quanto violento e inaspettato. Un film
fatto sicuramente di pancia, come ha tenuto a rimarcare
il regista francese (qui alla sua terza prova dopo
due capolavori quali "La vie de Jésus"
e "L'umanità", entrambi difficili
da reperire in Italia - ma ne vale veramente la pena
-), ma che dimostra una riflessione sulla condizione
umana che non ha nulla di stantio - come gli è
stato imputato -, di già visto o di becero
- altre accuse mosse al film dopo la sua presentazione.
Un film che in realtà mostra una grazia e una
gentilezza di sguardo che non possono non far innamorare.
Un film da vedere, ma non come imperativo speranzoso,
come semplice consiglio alle funzioni ottiche: un
film davanti al quale non si deve temere di provare
stanchezza, che va VISTO sfruttando tutte le proprie
capacità visive. Assolutamente.
L'ultimo film di Joel ed Ethan Coen, "Intolerable
Cruelty", verrà intitolato sugli schermi
italiani "Prima ti sposo e poi ti rovino":
chi ha pensato ad una traduzione del genere dovrebbe
essere privato degli organi genitali - quali che siano,
maschili o femminili - ed assistere mentre un gruppo
di elefanti ben addestrato le pigia battendo il tempo
della marcia funebre. Speranze utopiche a parte, "Intolerable
Cruelty" è decisamente un grande film,
sentito omaggio alla screwball comedy di cui furono
impareggiabili maestri George Cukor, Frank Capra e
Gregory La Cava. Battute al vetriolo, situazioni esilaranti,
una recitazione volutamente sopra le righe nella quale
spicca il volto di George Clooney (che con i due geniacci
sforna le sue performances migliori), una regia inventiva
che sfrutta una coreografia talmente satura da sfiorare
il pacchiano. Specchio di una società, quella
alto borghese, satiricamente messa alla berlina senza
tanti complimenti. Alcune sequenze sono realmente
straordinarie in fatto di comicità, tanto da
rievocare oltre ai nomi già citati, la verve
demenziale degli inglesi Monty Phyton. Probabilmente
insuperata la scena che ha per protagonista tal Joe
Soffietto. Guardare per credere. Tanto più
che il film che vedremo ad Ottobre in Italia sarà
lievemente diverso da quello passato a Venezia: al
momento della presentazione ufficiale infatti la post-produzione
non era ancora conclusa.
Altro storico regista statunitense ad aver illuminato
le giornate della mostra è stato Jim Jarmusch,
celebre nel nostro paese soprattutto per aver girato
"Down By Law", da noi uscito con la storpiatura
"Daunbailò": in realtà siamo
di fronte ad uno dei maggiori cineasti contemporanei,
autore del western lisergico e crepuscolare "Dead
Man" e della catarsi tragica di "Ghost Dog",
due sommi istanti di cinema. "Coffee and Cigarettes",
il suo ultimo film, è l'unione di undici cortometraggi
che hanno per motore il fumo delle sigarette e il
caffè, ed è una sorta di vero e proprio
concept-album. Gli episodi seguono il filo conduttore
dell'esigenza di un rapporto umano con chi abbiamo
intorno e della sua difficile realizzazione: ad attori
più o meno famosi (tra cui Benigni, Steve Buscemi,
Cate Blanchett e Bill Murray) si mescolano rappers
e musicisti rock (Iggy Pop, Tom Waits e I White Stripes),
in un susseguirsi di ipotesi strampalate sulla teoria
del "gemello cattivo" di Elvis Presley,
tentativi di ricreare le invenzioni di Nikola Tesla,
studi di alberi genealogici che ci fanno diventare
cugini di perfetti sconosciuti ecc.ecc. Guai a prendere
questo film come uno scherzo, un semplice esperimento
ludico di poco lavoro, un passaggio minore: siamo
in realtà di fronte ad un saggio sulla sottile
arte dell'inutile e sull'istante come perno dell'esistenza
che ha ben pochi uguali nel cinema di tutti i tempi.
Per favore, via i cappelli dalla testa e fate un profondo
inchino.
Tra i film migliori visti a Venezia non mi sembra
il caso di citare i ripescaggi di "Ultimo tango
a Parigi" di Bernardo Bertolucci, "Terrore
nello spazio" di Mario Bava e "Barravento"
di Glauber Rocha. Tre doverosi omaggi a tre film,
ognuno straordinario a modo suo, ma per quanto mi
riguarda veramente immortali, memoria storica e dimostrazione
che il cinema può manifestare la propria arte
attraverso i canali più diversi.
e) I FILM DELLE MAJOR
Fare i conti con l'Industria non equivale a fare l'industria
con i Conti
Più noto come il cinema "americano"
Anche le major vogliono la loro
parte e così anche quest'anno a Venezia sono
approdati le stars, i divi, donne ammirate e spogliate
con lo sguardo, uomini "perché tu non
sei come lui" e macchine fotografiche che cercano
di rubare il sorrisino, l'attimo in cui l'attore entra
in sala.
Cose che a ben vedere hanno ben poco a che fare con
il cinema, ma che aiutano a creare quell'atmosfera
magica che sta poco alla volta svanendo. E arrivano
così anche i film da blockbuster, più
o meno. A parte il solito Woody Allen, che ha presentato
una commedia divertente, ben scritta così come
ben recitata - e Jason Biggs mi ha letteralmente stupito:
allora sa recitare! -,ma che è ormai veramente
l'ovvietà fatta persona per quanto riguarda
le sue presenze al Lido, c'era attesa per "Once
Upon a Time in Mexico" di Robert Rodriguez.
Per chi fosse interessato inizio col puntualizzare
che i riferimenti al cinema di Sergio Leone si fermano
al titolo: il film non possiede lo stile né
l'afflato epico dell'inventore dello spaghetti-western.
Ma sotto sotto neanche lo cerca tutto questo paragone:
sparatorie e combattimenti sono propri del cinema
d'azione, le battute si rifanno all'assolutismo beffardo
di Tarantino (amico e mentore di Rodriguez) e il clima
è decisamente divertito. Un cartoon in carne
ed ossa rutilante, frenetico, senza alcun fine morale
(a parte che i generali vogliono diventare dittatori
e gli artisti devono essere dalla parte del popolo)
e con una serie notevole di invenzioni stilistiche
e tecniche. Il braccio finto dietro il quale il poliziotto
Johnny Depp nasconde il braccio vero con il quale
impugna la pistola è veramente da applausi,
così come la chitarra pronta a trasformarsi
in fucile con il quale i mariachi combattono i militari.
Un film che non pretende di dire nulla, ma che permette
un divertimento assicurato e colpi di scena a ripetizione:
visto a mezzanotte, quinto film della giornata, non
ho chiuso minimamente occhio. Qualcosa vorrà
pur dire.
Già ho avuto modo di denigrare il mediocre
"Le divorce" di Ivory, preferirei non dover
tornare sull'argomento - sprecare in quel modo Naomi
Watts e Matthew Modine è veramente disdicevole
-, mi sono perso "The Human Stain" con Sir
Anthony Hopkins e mademoiselle Nicole Kidman: semplicemente
non avevo voglia di vederlo. Qualora mi tornasse non
avrò problemi a ripescarlo a Roma. "Lost
in Translation" di Sofia Coppola è stata
una delle visioni più confortanti: avevo apprezzato
il suo esordio "Il giardino delle vergini suicide"
ma temevo che sarebbe rimasto un lampo solitario nella
sua carriera. Invece questo secondo film ha in sé
qualcosa di realmente ammaliante, non ultima la presenza
di una dolcissima Scarlett Johansson - che alcuni
ricorderanno in "L'uomo che non c'era" dei
fratelli Coen - e di un Bill Murray che non ha neanche
bisogno di recitare per strappare la risata. L'idea
della perdita di due americani nella metropoli Tokyo
è veramente notevole, persi in loro stessi
e nella traduzione, come anticipa il bel titolo originale
(che in italiano verrà storpiato in un banale
"l'amore tradotto"). Una città multicolore
eppure a tratti così plumbea, malinconica.
Un gran bel film e una colonna sonora da favola (con
tanto di chiusura con i Jesus and Mary Chain).
Anche su "Imaging Argentina" calo un velo
pietoso - più osservo immagini di questo film
(e questo film si chiama "Immagini" in italiano!!!)
e più ringrazio il cielo di non averlo visto.
Ho perso anche "Matchstick Men" di Ridley
Scott (in Italia è in uscita con il titolo
"I maghi della truffa") e dopo averne sentito
parlare me ne sono dispiaciuto. Rimedierò
c'è
sempre tempo per rimediare.
"21 Grams" di Alejandro Gonzàlez
Iñarritu ha una prima mezz'ora da standing
ovation, poi si perde gradualmente fino a cercare
di appiccicare una morale posticcia alla fine. A film
concluso viene voglia di enunciare due ragionamenti:
il primo è "embé?", il secondo
- leggermente più articolato - è "ma
ci ha messo due ore per dirmi questo?" In realtà
il film vive lo squilibrio interno del regista straniero
che esordisce con una major americana. Poteva andare
molto ma molto peggio: anche qui comunque cast stellare
praticamente sprecato (Sean Penn nella media, Naomi
Watts troppo esagitata, Benicio Del Toro apatico).
Comunque da incoraggiare (forse
).
f) I FILM ITALIANI
Italiani brava (?) gente
Identificabile anche con "parliamo del cinema
italiano"
A parte logicamente le 3 B (Bertolucci,
Bellocchio e Benvenuti) sui quali mi sono già
dilungato.
Qui sarò veramente puntuale e telegrafico -
segue lista dei film italiani visti a Venezia con
commento a fianco:
- "Il ritorno di Cagliostro"
di Ciprì e Maresco. Un film imperdibile, geniale,
che fa sue lezioni di cinema antitetiche fra loro
(dal mocumentary, il finto documentario, che riporta
a Peter Jackson e al suo celebrato "Forgotten
Silver" al cinema comico) ma che mostra ancora
una volta la passione per il "disturbo cinematografico"
cara ai due registi di CinicoTV. Senza risultare estremo
come il precedente "Totò che visse due
volte" (e senza comunque essere neanche al suo
livello, a dir tutta la verità), è un
omaggio che i due cineasti siciliani fanno contemporaneamente
alla loro terra e al cinema di serie B che fece la
fortuna di tanto cinema - soprattutto horror e di
fantascienza -. Non è assolutamente casuale
la partecipazione di Robert Englund, ovvero il Freddy
Kruger di "Nightmare", che qui può
recitare senza maschera e soprattutto ha l'occasione,
se pur breve, di sfoggiare il suo talento di attore
shakesperiano. Il personaggio che interpreta è
chiaramente una crasi tra Douglas Fairbanks e Errol
Flynn (altro cinema omaggiato, dunque). Tra spassose
citazioni di "Nosferatu" di Murnau e peti
e blasfemie di vario genere, Ciprì e Maresco
regalano una galleria di personaggi che fanno parte
della loro storia - nani, deformi, strabici, grassi
- e la uniscono ad una messa in scena rigorosa, in
un bianco e nero splendente (la fotografia è
dello stesso Daniele Ciprì). Le derive surreali,
come la sorprendente danza dei preti (che rimanda
a Terry Gilliam), irradiano gentilmente il paesaggio.
Da vedere prima che la censura si abbatta con la sua
malefica falce.
- "Il miracolo" di Edoardo
Winspeare. Perché, dico, perché??? Perché,
sul serio, perché? Perché un regista
intelligente come Winspeare, autore di due film come
"Sangue vivo" e "Pizzicata", ha
deciso di gettare tutto al vento con un'opera sconsiderata
come questa? Un film che andrebbe bene come sottoprodotto
televisivo, nel quale si intuiscono sprazzi dell'intelligenza
dell'autore, ma si fatica a credere che si possano
ancora scrivere sceneggiature così banali.
Tra l'altro la scelta degli attori presi dalla strada
non è certo sinonimo di genuinità: i
due ragazzi protagonisti avrebbero fatto meglio a
rimanere sulla strada, il cinema non è certo
il loro mestiere. Continuo, sinceramente, a chiedermi
perché; anche a distanza di quasi un mese.
Non riesco a capacitarmi. Supponente e ridicolo, e
in quanto supponente anche squallido.
- "Paesaggio a Sud" di
Vincenzo Marra. Documentario sulla Sicilia, visto
in stato semi-comatoso alle 8.30 di mattina (la sera
prima avevo fatto l'una per vedere Babak Payami) ma
apprezzato: per la regia, per la capacità di
dare un senso quasi etnografico alle inquadrature,
per la sincera autoproduzione. Cullante e sincero.
- "A scuola" di Leonardo
Di Costanzo. Un intero anno scolastico visto attraverso
gli occhi di una telecamera che ha documentato tutto
il documentabile, senza cercare protagonisti, lasciando
che si creassero da soli. Girato in una scuola del
napoletano, è uno dei migliori documentari
che abbia visto negli ultimi anni. Non una delle solite
menate verso il malfunzionamento delle infrastrutture
a Napoli, per fortuna, ma il semplice specchio di
una realtà, con i suoi fattori positivi e negativi.
Per far capire come l'importanza della SCUOLA PUBBLICA
sia riscontrabile con forza proprio nelle situazioni
più a rischio. Bravo! Moralmente e cinematograficamente.
- "Sorriso amaro" di
Matteo Bellizzi. Il regista ha riportato un gruppo
di mondine di cinquant'anni fa nei luoghi in cui passarono
la loro giovinezza (a lavorare come schiave), facendo
un parallelo con quanto mostrato in "Riso amaro"
di De Sanctis: stupisce un po' scoprire come le vere
mondine non si riconoscessero affatto nella trasposizione
cinematografica della loro condizione umana, e fa
riflettere anche sul neorealismo. In sala poi c'erano
un centinaio di mondine, e l'atmosfera era veramente
coinvolgente - sentire le donne commentare ad alta
voce, andando dunque contro i dettami di un festival,
il documentario che parlava di loro dava veramente
una strana sensazione -. Commovente anche parlando
di riso.
- "Ballo a tre passi"
di Salvatore Mereu. Quattro episodi ambientati in
Sardegna: nel primo quattro bambini vedono per la
prima volta il mare, nel secondo un pecoraio ha una
storia d'amore con una francese ma ha visto accoppiarsi
solo le pecore e durante l'atto sessuale le imita,
nel terzo una suora torna in Sardegna per un matrimonio,
nel quarto un vecchio muore e rivede tutti i suoi
amici (i protagonisti del film). Primo episodio bello,
secondo ridicolo ma per questo divertente, terzo noioso,
quarto da suicidio. Nel complesso un film brutto.
Serve aggiungere altro? No. Brutto.
- "Liberi" di Gianluca
Maria Tavarelli. Vale più o meno lo stesso
discorso fatto per "Il miracolo": una delusione,
da un regista dal quale mi aspettavo (ed era logico
aspettarsi) molto di più. Una storia scialba,
già scritta, già vista e già
buttata via. Rimane una regia buona e un paio di sequenze
(all'inizio) degne di questo nome: il finale si intuisce
mezz'ora prima della fine, e questo è grave.
Inoltre trovo veramente brutta questa moda di far
gestire le commedie italiane da una voce fuori campo
che commenta col senno di poi le scene e cerca di
instaurare un rapporto con lo spettatore. Pratica
abusata, soprattutto grazie agli sceneggiatori usciti
dal famigerato ex Centro Sperimentale (ora Scuola
Nazionale di Cinema), alla quale andrebbe messo un
freno. Noioso e ovvio.
- "La tivù di Fellini".
Questo è materiale di repertorio che fu scartato
dal grande regista durante il montaggio di "Ginger
e Fred": si tratta di finti spezzoni pubblicitari
che dovevano interrompere il film, a dimostrazione
dell'odio di Fellini verso l'uso che la televisione
faceva (e fa) del cinema. Molti di questi frammenti
sono a dir poco geniali, come il santone indiano che
parla romanaccio e raduna pubblicamente tutti per
"Mercoledì 28 Settembre al Monte della
Maialetta". Malinconicamente sublime.
- "Stessa rabbia, stessa primavera"
di Stefano Incerti
"L'uomo segreto" di Nino Bizzarri.
Già ho avuto modo di parlarne: buono il primo,
meno il secondo.
- "Gulu" di Luca Zingaretti.
Il commissario Montalbano si fa documentarista e parla,
tramite l'AMREF, della grave situazione sanitaria
e umana in Uganda. Lodevole e didattico.
- "Fascisti su Marte - Una
vittoria negata" di Corrado Guzzanti e Igor Skofic.
Praticamente un pre-montaggio del materiale passato
in televisione. Divertente, a tratti esilarante, ma
forse alla lunga noioso per un prodotto cinematografico.
Geniale e stancante.
g) LE DELUSIONI
Inutilità, ta-ta, l'accento sulla A
Cioè a dire, "ci sono anche film brutti"
Dopo aver descritto i film
italiani, belli e meno belli, desidero concludere
con una semplice scorsa ai film che, sinceramente,
mi hanno detto poco o niente.
"Le chien, le général et les oiseaux"
di Francis Nielsen con la sceneggiatura di Tonino
Guerra, ovvero colui che ha imperversato nelle nostre
reti con l'odiosa frase "è arrivata l'era
dell'ottimismo". Ovviamente il film è
la messa in cartone animato di questa filosofia: un
brodo di giuggiole di frasi, un tasso di saccarosio
veramente mortale e delle trovate al limite del risibile.
Non sapevo se piangere alla fine della proiezioni
o armarmi di bazooka e inseguire il buon (???) Guerra
per il Lido.
"Un fils" di Amal Bedjaoui: troppo inutile
per essere descritto. Quindi vi resta la bruttezza
senza descrizione.
"Pornografia" di Jan Jakub Kolski: anche
la Polonia ha il suo bel film in concorso. Fintamente
intellettuale, furbo, ammiccante, di una moralità
sconvolgente nonostante la pretesa dell'esatto contrario,
bigotto, semplicistico. Scritto diretto e recitato
male. Un disastro. Chi si aspetta anche solo la pornografia
sappia che il massimo che si vede è l'ombra
di un seno nudo. Così, per fugare ogni dubbio.
Ho già parlato male delle "Cerf-volant",
e non ci torno su.
"Variété Française"
di Frédéric Videau (che è anche
il protagonista): un film totalmente scollegato, senza
un tema forte. Uno di quegli ammiratori di Lynch che
pensano che per fare un film alla Lynch basti fare
un film dove il pubblico non capisce cosa sta succedendo:
peccato, perché alcune intuizioni non erano
malvagie. Nel complesso troppo confusionario e irrisolto
(volutamente irrisolto, ma questo non significa che
sia per forza geniale). Almeno si poteva ammirare
un fiore di figliola. Scherzo, scherzo
"Les sentiments" di Noémie Lvovsky.
Un paio di genialate (la sequenza del ladro cinese
su tutte) e una marea di baggianate sul vero amore,
sul rapporto di coppia, sul tradimento e sul pentimento.
Ma davvero grandi come baggianate! Resterà
per sempre nel mio cuore Nathalie Baye che balla scatenata
in ciabatte al suono di "I Love You Baby"
interpretata da Gloria Gaynor.
"Ana Y los Otros" di Celina Murga. Il cinema
argentino sta vivendo una crisi peggiore di quella
economica a vedere da questo film, dove non si racconta
nulla e nulla resta impresso nella mente, nulla! Tanta
fatica - e un bel pugno di soldi - sprecata.
"Schultze Gets the Blues" di Michael Schorr.
Addirittura premiato (perché non sia mai che
un film tedesco esca a mani vuote da un festival di
Venezia), è a mio parere la dimostrazione palese
di come la cinematografia tedesca non sia al momento
in crisi, ma sia letteralmente defunta. Devo essere
uno dei pochi a pensarla così, però,
visto che in sala il film è piaciuto più
o meno a tutti: io dopo quaranta minuti senza un minimo
spunto d'interesse sono uscito, e non me ne sono mai
pentito.
"Pitons" di Laila Pakalnina. Interessanti
molti punti di ripresa, geniale la prima sequenza.
E poi? E poi semplicemente il nulla. E dire che de
Hadeln lo aveva presentato come il gioiello della
mostra! Io non la chiamerei neanche bigiotteria, per
non offendere la bigiotteria.
"Alila" di Amos Gitai. Amos Gitai è
un gran truffatore: ogni volta vado a vedere un suo
film e ogni volta dico che mi ha deluso. Ragionandoci
sono arrivato ad una conclusione logica: i suoi film
mi deludono sempre semplicemente perché non
ne ha mai fatto uno decente (no, forse uno sì).
E basta.
"Vodka Lemon" di Hiner Saleem. Altro film
osannato dalla critica (e premiato) e a mio parere
veramente risibile: noioso, ovvio, con un surrealismo
finale che vorrebbe ammiccare a Chaplin, ma che al
massimo può essere paragonato al "Superfantagenio"
con Bud Spencer.
torna ad inizio pagina