RAFFAELE A VENEZIA ANNO II
immane resoconto a cura
di Raffaele Meale
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2: LA GENESI |
Conosciuta anche come "La
postmoderna politica degli autori"
Innanzitutto vorrei calcare la mano sul più grande
difetto, a livello puramente cinematografico, di questa
sessantesima edizione: la sorpresa.
Scorrendo mentalmente i programmi degli anni scorsi
mi accorgo, stupendomi, di aver conosciuto o di aver
iniziato ad apprezzare grazie alla Mostra registi come
Kiyoshi Kurosawa, François Ozon, Kim Ki-Duk,
Jan Svankmajer, Spike Jonze, Nicolas Winding Refn, Lukas
Moodysson, Clara Law, Robert Lepage (il cui straordinario
"Possible Worlds" non è disgraziatamente
mai arrivato in Italia), Christpher Nolan, Sharunas
Bartas, Eiji Okuda, Laurent Cantet, Babak Payami, i
Brothers Quay, Chang Tso-Chi, Lee Chang-Dong. Autori
di ogni possibile latitudine che con ogni probabilità
avrei lasciato scivolar via per sempre senza rendermene
neanche conto. Oggi invece, a conti fatti, mi rendo
conto che tutto ciò che in queste due settimane
di cinema mi ha stupito, sbalordito, entusiasmato e
commosso è arrivato esclusivamente da mostri
sacri, dinosauri più o meno vecchi che hanno
dimostrato di avere ancora molto da dire. Splendido,
esaltante, senza alcun dubbio: ma anche molto deprimente,
se si va a vedere bene. Nella cartolinesca cornice veneziana
di quest'anno è stata - scientemente - sacrificata
la gioventù a favore dell'imponenza, spesso volutamente
e saggiamente celata, dei Maestri. La "Settimana
della Critica" e i "Nuovi (???) Territori"
hanno accolto uno sparuto gruppo di semi-esordienti,
ma il gioco al massacro è stato fin troppo semplice.
Pochi, veramente pochi gli esordi che meritano di essere
ricordati: a parte "The Return", vincitore
del Leone d'Oro (ma il film è diretto da un quarantenne
con varie e lunghe esperienze sulle spalle, quindi citarlo
fra i giovani mantiene al suo interno qualcosa di realmente
anacronistico), mi hanno incuriosito "Matrubhoomi",
metafora indiana della condizione della donna, "15"
di Royston Tan, nel quale l'estetica da videogame si
mescolava a drammi esistenziali e improvvise pause con
mdp fissa, e "Lezate Divanegi" di Hana Makhmalbaf,
quindicenne figlia di Moshen e sorella di Samira. Ma
qui il discorso porterebbe troppo lontano: quale altro
quindicenne potrebbe mai permettersi di girare un filmino
sul set del film della propria sorella e vederselo accettare
ad un festival internazionale? Pur rimanendo lo stupore,
inattaccabile, verso un'opera in fin dei conti compatta
e a tratti molto ben riuscita come quella in questione,
non si può rimanere ciechi di fronte al reale
significato dell'operazione. La famiglia Makhmalbaf
sta diventando, anno dopo anno, una sorta di cosca mafiosa
impegnata nel campo cinematografico, uno dopo l'altro
i pargoli vengono lanciati nel mercato internazionale,
dove riescono - o almeno pare - a cavarsela egregiamente.
Il senso di contraddizione che un documentario come
"Lezate Divanegi" lascia accompagna ogni battito
di mani: siamo certi di aver assistito, per più
di un'ora, ad uno spettacolo morale? O c'è forse
bisogno di ripensare ad una nuova morale cinematografica
e di applicarla?
Una nuova morale non nei confronti di ciò che
viene filmato ma verso chi filma. Una nuova morale che
non sia riscontrabile nelle immagini montate, ma nel
"dietro le quinte", nella vita del set. Utopia
cinematografica alla riscossa, me ne rendo perfettamente
conto.
Questa era la digressione, dovuta, sulle delusioni di
questo happening cinematografico, ora parliamo di cose
serie.
Le scelte fatte da De Hadeln mostrano inequivocabilmente
la voglia di strutturare il Festival di Venezia secondo
le idee basilari della "Politica degli Autori",
scuola teorica resa celebre dai Cahiers de cinèma
(storica rivista parigina che ha visto avvicendarsi
le penne dei vari François Truffaut, Jean-Luc
Godard, Jacques Rivette, Eric Rohmer, ovvero a dire
la créme de la créme della nouvelle vague
parigina) fin dall'inizio degli anni '50 dello scorso
secolo; secondo questo approccio critico un film deve
essere letto conoscendo il percorso compiuto negli anni
dall'autore e riconoscendovi all'interno le tematiche
e le intuizioni stilistiche che gli sono care. Un festival
del cinema la cui programmazione appare imperniata su
autori consolidati del cinema contemporaneo non può
che avvalorare la tesi di una sciente scrematura delle
opere presentate. E ancora meno casuale appare il tutto
quando si confronta il programma con la retrospettiva,
dedicata al lavoro svolto dai produttori italiani durante
gli anni '60 e '70: ci troviamo di fronte dunque, ad
una riproposizione di "Ultimo tango a Parigi",
capolavoro di Bertolucci, mentre Fuori Concorso si è
avuto modo di ammirare il suo ultimo "The Dreamers".
O ancora, come razionalizzare il fatto che molti degli
autori presenti quest'anno avevano già avuto
modo di partecipare alla kermesse lidense, a volte uscendo
addirittura come trionfatori (il caso di Ming-Liang
Tsai e di Takeshi Kitano) o comunque dimostrando di
essere degli habitué (de Oliveira, Raoul Ruiz,
Michael Winterbottom, Amos Gitai)? Una scelta stilistica
ben chiara e definita, dunque, che dimostra ulteriormente
l'impronta forte che la reggenza di De Hadeln sta cercando
di lasciare sulla manifestazione. Peccato che la politica
degli autori stia vivendo, da un punto di vista prettamente
giornalistico, un'involuzione notevole: prova inconfutabile
è la reazione che la stampa ha avuto verso uno
dei migliori film visti qui a Venezia, vale a dire "29
Palms" di Bruno Dumont. Urla, contorcimenti, cori
di "buu", risatine di disapprovazione, commenti
ad alta voce, abbandono disgustato della sala: un comportamento
degno di un asilo, non certo della sala cinematografica
di una mostra internazionale. E il giorno dopo le varie
riviste e quotidiani erano un coro (quasi) unanime di
stroncature, con frasi che passavano dai vari "cos'abbiamo
fatto per meritarci questo?" agli incomprensibili
"queste cose si facevano trent'anni fa" (ebbene?
Se anche fosse, che significherebbe? Anche il pane si
faceva trent'anni fa, ma mi sembra che oggi pochi si
sentano in dovere di sputarci sopra): ma soprattutto,
cosa aveva realmente scatenato tutta questa furibonda
ira? Una serie di scene di rapporti sessuali e sequenze
dei protagonisti in jeep pronti ad attraversare zone
desertiche; sicuri che la colpa del film sia quella
di essere indietro di trent'anni? O la sua terribile
colpa è stata solo quella di mostrare ciò
che molti, anche oggi - come trent'anni fa - non hanno
voglia di vedere? Sarebbe il caso di riflettere su questa
deriva critica, ma forse ci sarà tempo per farlo
più in là. Forse.
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