RAFFAELE A VENEZIA ATTO II
immane resoconto a cura
di Raffaele Meale
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1: INTRO |
Ed eccomi qui, in un sufficientemente
mediocre pomeriggio romano, intento a metter mano al
secondo resoconto dal festival di Venezia. Compito che
a tratti mi viene naturale definire ingrato - ma solo
a tratti -. Secondo resoconto delle giornate della Mostra
che accompagna di pari passo il secondo anno di direzione
da parte di Moritz de Hadeln: l'anno scorso concludevo
il pezzo dando fiducia al lavoro dell'anglo/italo/tedesco/svizzero
(non sarebbe forse più comodo definirlo "europeo"?),
e riferendomi a lui usavo queste esatte parole, "a
mio parere ha fatto un ottimo lavoro a livello di scelta
dei film, raramente si era avuta alla mostra tanta varietà
di stili e di idee, e se alla fine di tutto ritengo
che questa sia stata la mia permanenza veneziana più
piacevole lo devo sicuramente anche allo svizzero dall'italiano
divertente ma (quasi) impeccabile." Ad un anno
di distanza posso tranquillamente affermare di aver
riposto giustamente fiducia nel buon Moritz, che è
riuscito, in appena dodici giorni di Mostra, a far approdare
al Lido autori del calibro di Bertolucci, Kitano, Bellocchio,
Jarmusch, von Trier, de Oliveira, solo per fare alcuni
dei nomi principali. A questa messe di nomi bisogna
però dedicare un'appendice: la sessantesima edizione
della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di
Venezia ha potuto fare affidamento, durante le selezioni
delle opere, sull'annata semi-fallimentare di Cannes.
Il Maggio francese stavolta non è riuscito a
far man bassa dei titoli più appetibili - come
capitò nel '99, quando si accaparrò Kitano,
Egoyan, Lynch, de Oliveira e il Sayles di "Limbo"
- vuoi per una concatenazione casuale di eventi vuoi
per problemi legati alla post-produzione (ad esempio
molti film orientali annunciati hanno dovuto rinunciare
per via dell'epidemia della SARS, che ha rischiato di
affossare l'annata di una delle cinematografie più
vive e sorprendenti tra quelle contemporanee) e quindi
tutta l'attenzione si è spostata sulla nostra
Venezia. Che ha gioito, si è spogliata del suo
consueto abito da "sorella minore" e ha offerto
a noi estatici amanti del flusso di immagini la miglior
Mostra alla quale io abbia mai assistito (e siamo oramai
a 6).
Ecco a voi ciò che
consuetudine vorrebbe che fosse identificato nel simbolico
termine di "pezzo".
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