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OSSERVAZIONI EQUAZIONI IRRITAZIONI E FASCINAZIONI DELLA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA

immane resoconto a cura di Raffaele Meale

PARTE SECONDA. VENEZIA 59

"NULLA DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE"
(Cinema d'Oriente)

La cinquantanovesima edizione della mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia ha palesato ciò che da anni sospettavo: tutto ciò che c'è di nuovo e interessante a livello cinematografico arriva dall'oriente. Non c'è stato un solo film cinese, taiwanese, hongkonghese, giapponese, coreano ad abbassarsi al di sotto di un livello più che buono. Mentre il cinema della frontiera occidentale sonnecchia o imita barbaramente se stesso senza troppa inventiva, dall'estremo oriente arrivano dolcezza, tragedia e etica cinematografica.

Miho Kanno , protogonista di "Dolls"

Basti prendere ad esempio quelli che sono stati i due film migliori della mostra (a mio parere): "Dolls" di Takeshi Kitano, nel concorso ufficiale, e "A Snake of June" di Shinya Tsukamoto nel concorso Controcorrente. Kitano racconta, partendo dal teatro Bunraku (il teatro delle marionette, il più importante teatro giapponese insieme ai più celebri No e Kabuki), tre storie di amore e morte, di amore che diventa dolcezza follia e infine morte. Mescola qui tutte le sue opere passate, dagli sconvolgenti "Sonatine" e "Hana-Bi" al desolato e cullante "Il silenzio davanti al mare", e rende grazia alla visione. Figure che si stagliano via via sul verde della primavera, sul giallo dell'estate, sul rosso dell'autunno e sul bianco della neve, figure che scorrono sullo schermo come scorre il tempo, alla ricerca nostalgica di ciò che non è più (per colpa della società, per colpa dell'io, per colpa del destino) e che mai più sarà, inesorabilmente. L'occhio di Kitano ha ormai raggiunto una capacità poetica difficilmente eguagliabile, in grado di sottolineare la dolcezza di un gesto impercettibile e di abbandonarsi a fughe liriche e pause di riflessione. Quasi due ore di splendore e ricchezza emotiva (pur nella regia trattenuta).

Di ben altro stampo il taglio dato da Tsukamoto ai suoi film. Da quando nel 1989 uscì "Tetsuo", la sua opera di esordio che narrava con un montaggio rapido e travolgente la trasformazione di un uomo in macchina, questo piccolo geniale giapponese ha portato avanti una filmografia ostica e difficilmente digeribile. Questo "A Snake of June" non è da meno. Narrando fondamentalmente dei desideri inappagati e della repressione sessuale della società contemporanea Tsukamoto traccia il ritratto di tre personaggi incapaci di comunicare, incapaci di comunicarsi. Anche qui, come nelle sue opere precedenti, c'è il senso di una trasformazione (tre sono i capitoli del film, segnati dai simboli di donna, uomo e ermafrodito), anche qui c'è la pulsione verso la visione pura - uomini dotati di occhio/cono assistono a orge e a stupri, uno dei personaggi è un fotografo - anche qui c'è un lieto fine senza alcun lieto fine. Il simbolismo si fa ricco: il giugno del titolo è la stagione delle piogge in Giappone, e tutto il film è attraversato da temporali ininterrotti ed estenuanti, dove queste figure (ossessionate dalla pulizia) si muovono senza troppa convinzione. Ma giugno è anche la stagione che precede l'autunno, e inquadrature di piante destinate a morire anticipano il destino di morte dei personaggi del film, prede del cancro o della vecchiaia. Ricerca formale del tondo, della perfezione, come i vari cerchi rappresentati (lo scarico dell'acqua, un oblò, una lavatrice), ma in fondo perdita di coscienza di se stessi e incapacità di rapportarsi. Basterebbero queste due opere per annichilire il cinema occidentale presente alla mostra, ma se poi nell'arco di appena undici giorni si sommano i vari "Public Toilet" di Fruit Chan, "Buenos Aires Zero Degree" di Wong Kar-Wai, "The Best of Times" di Chang Tso-Chi, "Mon Huan Bu Luo" di Wen-Tang Cheng, "Springtime in a Small Town" di Tian Zhuangzhuang e "Oasis" di Lee Chang-Dong allora il paragone diventa veramente impossibile. La ricchezza formale ed etica dei figli di Kurosawa e Oshima è il sospiro di felicità ed emozione del cinema contemporaneo. Qui è nascosto il germe delle nuove generazioni, basta essere pronti a raccoglierlo e ad accudirlo.

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"YO QUE SOY AMERICANO"
(Arrivano gli americani)

Il mio timore principale mentre sull'Intercity notturno si rincorrevano le varie città laziali, toscane emiliane e venete era di trovarmi di fronte ad una mostra all'insegna del cinema statunitense. Berlino aveva spesso premiato, sotto l'egida di de Hadeln, sopravvalutati filmoni statunitensi (come "Dead Man Walking" o "Hurricane") ed era comunque il festival europeo più vicino al gusto degli americani. Fortunatamente così non è stato. Ma questo non salva il cinema nordamericano da una sonante batosta: se "Frida" è nel complesso un film abbastanza buono (ma lo sperimentalismo teatrale della regista che fine ha fatto?) così come è buono - e per la prima mezzora ottimo - l'esordio alla regia di John Malkovich, le altre mega produzioni a stelle e strisce hanno un che di rivoltante.

L'atteso "Road to Perdition" di Sam Mendes (che uscirà in Italia con l'orribile titolo "Era mio padre") è un polpettone insulso, scopiazzato a destra e a manca, senza alcun fascino, con una sceneggiatura bolsa e demente e con pochissime scelte visive apprezzabili. Avevo avuto dei dubbi sulla capacità di direzione di Mendes già davanti al suo sopravvalutato esordio "American Beauty", che rimaneva comunque un film abbastanza buono, ma mi sono ritrovato veramente senza parole all'uscita della sala. Anzi, mi sono ritrovato con troppe parole urlate contro lo schermo, tanto da essere condotto a forza fuori dalla sala. Il problema è che quando mi trovo davanti ad un brutto film non so rimanere impassibile, io mi deprimo e mi arrabbio. Perché ho perso un'ora e mezza della mia vita e perché, cavolo, ma c'è proprio bisogno di sprecare tutti quei soldi? Comunque, per tornare in tema, il Tom Hanks del film è espressivo come una zucchina tritata e i personaggi di contorno sono talmente di contorno da uscire immediatamente di scena e dalla mente. Pur preferendo da sempre l'idea di recensione dei cahiers du cinema di Godard, Truffaut e Rohmer - si recensisce solo ciò che piace - continuerò nell'allarmante calvario della produzione statunitense. "K-19" di Kathryn Bigelow, ovvero come far parlare l'esercito sovietico come un qualsiasi battaglione di marines. Il film, tratto da una storia vera, è ambientato in URSS durante la guerra fredda, e tutti i personaggi sono comunisti sovietici. Non c'è niente da fare, gli yankee non sanno fare i comunisti, non ce l'hanno nel sangue. C'è da chiedersi perché Harrison Ford si ostini a fare quelle facce assurde per sembrare burbero…

Andando a cercare film fra gli (pseudo) indipendenti mi sono trovato di fronte al cosiddetto film scandalo, ovvero "Ken Park" di Larry Clark e Ed Lachman (ottimo direttore della fotografia, ma come regista…), film che cerca la crudezza del cinema verità sulla condizione degli adolescenti negli USA ma che è in realtà quanto di più patinato, ricercato e falso si possa trovare in circolazione. Lo scandalo è dato dal fatto che si vede un sedicenne praticare sesso orale alla madre della sua ragazza, un altro adolescente masturbarsi davanti ad una partita di tennis femminile in tv (con tanto di eiaculazione in primo piano) e altri tre ragazzini (due men e una lady) divertirsi in giochini erotici ai limiti dell'hard. Una noia mortale, purtroppo apprezzata da chi pensa che basti mostrare qualcosa che non si è mai mostrato prima per essere un genio. Allora nel mio primo lungometraggio metterò un rapporto sessuale fra un toro e un professore di astrofisica nucleare!!! Sado/Omosex/University/Animal film, mi aspetto quantomeno tutti i riconoscimenti della mostra (immaginare risata di scherno, anzi, parlando di cinema, risata di schermo).

A salvarsi dal mare magnum della mediocrità più mediocre sono apparsi comunque tre film: il ricercato, raffinato e cinefilo "Far from Heaven" di Todd Haynes - che per questi meriti dovrebbe essere elogiato, non per l'abbastanza risibile messaggio di tolleranza -, recitato con incredibile grazia e intelligenza da Julianne Moore, la divertentissima opera d'esordio "Roger Dodger" di Dylan Kidd , che narra la notte brava di uno zio yuppie intento ad insegnare al nipote sedicenne e "zen" la sempre attuale "arte del rimorchio". Il film è un interessante studio di volti - tutto incentrato sui primi piani -, con memorabili battute a raffica. In fin dei conti il solito gioco verbale del cinema indipendente USA (e "Clerks" è lontano anni luce) ma sommamente divertente. E a chiudere la trilogia di buoni film l'imperfetto ma affascinante "Full Frontal" di Steven Soderbergh (a questo proposito un consiglio, non lasciatevi traviare dalla locandina italiana, col film c'entra poco o nulla).

E alla fine, dopo tutte le stroncature possibili e immaginabili, anche gli USA mi hanno concesso il dono di assistere ad un capolavoro: "Naqoyqatsi" di Godfrey Reggio, regista particolare, che pratica operazioni di montaggio criticando la società contemporanea. Come i due precedenti (il film è la conclusione di una trilogia) "Koyannisqatsi" e "Pawaqatsi" anche questo film è privo di alcun dialogo, e musicato interamente da Philip Glass, con risultati sempre mirabili. In lingua Hopi - dei nativi americani - il titolo significa "Società della violenza", e l'intero flusso di immagini si concentra su questo argomento, partendo dalla "Torre di Babele" di Bruegel e attraversando l'era cibernetica, la massificazione delle idee, l'ideologia ridotta ad immagine, i bambini-cellula che diventano bambini-televisione con schermi attaccati al viso, l'estetica atletica che si trasforma in etica nucleare. Per Reggio l'umanità è una macchina, e la corsa sfrenata ai beni di consumo può facilmente trasformarsi in violenza e sfruttamento. La visione è un mondo che dopo aver creato il divino lo ha trasformato in linguaggio massificato e senza sfumature (l'era cibernetica), rischiosa anticipazione di quello che potrebbe diventare un tecno-fascismo, in quest'era della violenza civilizzata. Sorretto da immagini solarizzate, sporcate, rivoltate, rallentate e accelerate, "Naqoyqatsi" è un film da guardare (non basta vederlo o osservarlo) e da ascoltare, flusso di coscienza di ciò che ancora non riusciamo a definire totalmente, di ciò che ancora ci sfugge, di ciò che viviamo in maniera troppo quotidiana per poter distinguere da noi stessi, ma che ci logora, poco alla volta, e ci riduce in schiavitù. La schiavitù dell'omologazione. La schiavitù della morte del pensiero.

Prima di chiudere anche questo paragrafo ammetto che rileggendo tutti i film che ho visto a Venezia mi sono accorto di aver saltato (coscientemente? Incoscientemente? Freudianamente?) quasi tutti i film latino americani. Non che ce ne fossero molti, ma è una coincidenza molto strana. Non spargerò quindi giudizi, avendo visto solo un cortometraggio di un ragazzotto dell'Ecuador, "Silencio Nuclear" di Ivan Mora Manzano, di una bruttezza rara (il corto, non l'autore). Rimandati a giudizio…

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"DUE AMICI A TUTTA VELOCITÀ ALLA RICERCA DELL'ANIMA GEMELLA (OHIBÒ, AHIMÈ, SIGH, AIUTO!!!!)"
(I film italiani)

Premessa: considero il cinema italiano il cinema attualmente più arretrato, noioso, insopportabile, sciatto.
Proseguo: I film italiani della mostra erano i più arretrati, noiosi, insopportabili, sciatti.
Conclusione 1: Io sono prevenuto e non so dare un reale giudizio.
Conclusione 2: Loro sono realmente arretrati e facilitano i miei giudizi.
Conclusione 3: Ma che ho fatto di male per meritarmi questo?

Sergio Rubini, Bruno Ganz, Sandra Ceccarelli e il regista di "La forza del passato" Piergiorgio Gay

Io sono d'accordo a fondere la conclusione 2 e la conclusione 3.
Ho parlato e sparlato del cinema statunitense, ma in confronto il cinema italiano sembra una pallina di caviale nel deserto del Gobi. Se al cinema nordamericano sembra mancare spesso la scintilla creativa, pur creando comunque film montati, diretti e recitati sufficientemente bene, agli italiani manca proprio tutto. Ma tutto tutto tutto. Basti pensare che negli ultimi dieci anni il cinema italiano ha sfornato due soli capolavori, "Io ballo da sola" di Bernardo Bertolucci e "L'ora di religione" di Marco Bellocchio, e sette/otto ottimi film (tra i quali l'ultimo Moretti e alcune opere di Soldini e Ozpetek). Un po' poco per definirsi cinematografia interessante, non pare anche a voi?

Il mio rapporto con i film italiani del festival è stato di corsa ad ostacoli: il primo in cui mi sono imbattuto, "Between Strangers" di Edoardo Ponti l'ho evitato con cura, un po' perché non sopporto i registi raccomandati (e uno che è figlio di Carlo Ponti e della Loren cosa può essere?), un po' perché non sopporto la suddetta Loren, ma soprattutto perché alla stessa ora avevo il film di Moodysson che mi interessava di più. La critica più gentile lo ha definito inutile, non vi sto a dire cosa ha detto la critica più aspra. Meno 1.

Il giorno dopo è stata la volta di "Velocità massima" di Daniele Vicari. Qui sono entrato, anzi, ho fatto parte addirittura dell'elite di "Accrediti cinema" a cui è stato concesso di vedere il film con la stampa (25 persone, io sono stato il ventitreesimo). Privilegio di cui avrei fatto volentieri a meno. Solito film basato esclusivamente sulle espressioni gergali, ha suscitato le risa del pubblico solo perché parlato in romanaccio (il che, da romano, mi è parso lì per lì come un'offesa). Il film tra l'altro in alcuni punti è ambientato a poche centinaia di metri da casa mia, per quanto possa interessare a qualcuno. La storia è di una banalità unica, tra l'altro macchiata di una misoginia fastidiosa e retrograda, la recitazione degli attori monocorde, la regia e la fotografia piatte. Meno 2.

Di "Due amici" di Scimone e Sframeli vorrei addirittura evitare di parlare, tale è la pochezza del tutto, ma purtroppo ho scoperto alla mostra di essere in minoranza come pensiero, per cui spenderò due parole anche qui. Il film potrebbe essere studiato come fenomeno mediatico: non parla di nulla per un'ora e mezza e pretende di citare tutto. I due (poco) simpatici registi (???) hanno detto di aver attinto la loro sceneggiatura a varie fonti d'ispirazione, quali Shakespeare, Beckett, Kiarostami, Loach e non ricordo più chi altro. All'inizio io avevo preso l'affermazione come una battuta, ma a quanto pare loro ci credono fermamente. Il film, epurato di tutte le ripetizioni, durerebbe si e no 15'. Sarebbe stato un cortometraggio mediocre, peccato che sia diventato un lungometraggio odioso. Odioso perché i due personaggi, Pino e Nunzio, sono delle ombre senza alcuno spessore, odioso perché ancora ci si arrabatta a scrivere scene con la battuta facile facile per far ridere il pubblico di bocca buona (se mai lo vedrete, fate caso ai tristi siparietti dei due vecchi al bar), odioso perché si dimostra chiaramente come basti una ripresa dall'alto (mediocre, fra l'altro) per far gridare all'intelligenza registica, odioso perché recitato con le classiche esagerazioni degli attori di teatro (ma quanto ci vorrà per comprendere anche in Italia che cinema e teatro non sono la stessa cosa?), odioso perché le battute sono talmente reiterate da entrarti nel cervello. Segue un esempio della sceneggiatura
NUNZIO: Pino?
PINO: Eh, che c'è Nunzio?
NUNZIO: Quando torni mangiamo insieme?
PINO: Si, Nunzio.
NUNZIO: Ma cucini tu?
PINO: Si, Nunzio.
NUNZIO: E cosa mi cucini, eh Pino?
PINO: Quello che vuoi tu, Nunzio.
NUNZIO: Mi fai la pasta con la salsa?
PINO: Si, Nunzio.
NUNZIO: Ma me la fai col pecorino o col parmigiano?
PINO: Come vuoi tu, Nunzio.
NUNZIO: No, perché a me il parmigiano non mi piace. Pino?
PINO: Che c'è Nunzio?
NUNZIO: Mi ci metti anche la pancetta?
Tutto il film è praticamente così. E pensare che sono rimasto in sala solo per fischiare e invece la gente ha applaudito in massa (eravamo in quattro a fischiare). Bah, forse sono io a non capirci nulla, chissà. Meno 3.

"Ripley's Game" di Liliana Cavani lo considero italiano solo per la regista e per l'ambientazione, ed è di gran lunga il miglior film italiano visto alla mostra, rasentando con continuità la sufficienza. Ottimo John Malkovich (ma poteva essere altrimenti?), nulla Chiara Caselli (ma poteva essere altrimenti?), il film è una semplice storia, ma descritta con onestà e (a tratti) classe. Peccato che dallo stesso soggetto nel 1977 Wim Wenders abbia tratto un capolavoro, "L'amico americano". Il confronto è improbo. Meno 4.

"Un viaggio chiamato amore" l'ho perso in base ad una scelta simile a quella messa in pratica per il film di Ponti: non amo gli attori che si improvvisano registi (come il Placido in questione), non mi piacciono le storie che racconta l'ex-commissario Cattani, e alla stessa ora avevo "Springtime in a Small Town" che mi interessava di più. Ho rivisto alcune scene, quelle per cui sarebbe stato premiato Stefano Accorsi, e ho scosso melanconicamente la testa. La solita solfa. Meno 5.

Pur essendo partito con le migliori intenzioni per vedere "My Name is Tanino" di Paolo Virzì, regista che considero intelligente, ho constatato come in Italia non ci sia la capacità di scostarsi da ciò che ti ha portato al successo. Il film è una riedizione stanca di tutte le sue opere precedenti, soprattutto "Ovosodo" e, a parte un paio di sequenze, è piatto ai limiti dell'irritante. Meno 6.

Ho perso anche "La forza del passato" di Piergiorgio Gay, ma stavolta non per scelta. L'avrei visto con piacere, anche perché è stato definito il miglior film italiano della mostra (sulle pagelle si è addirittura accaparrato dei 7!!!) e per ascoltare la colonna sonora dei Quintorigo. Lo ripescherò a Roma. Meno 7.

Ho assistito ai primi, nauseanti, trentacinque minuti de "L'anima gemella" di Sergio Rubini. No-comment. Cito solo una battuta che mi è cara: "Va bene, continuiamo così, continuiamo a farci del male". Meno 8.

"Clown in Kabul" di Enzo Balestrieri e Stefano Moser, documentario su Patch Adams e i clown medici di tutto il mondo che si sono battuti contro il barbarico e omicida bombardamento americano sull'Afghanistan, è encomiabile per le intenzioni, deprecabile per le scelte stilistiche. Meno 9.

"Aprimi il cuore" di Giada Colagrande merita invece un discorso a parte. Siamo, io e i miei amici, andati a vederlo esclusivamente per un motivo: il giorno prima della proiezione abbiamo incontrato il nostro professore di cinematografia documentaria che ci ha detto "andate a vederlo, è girato in casa mia". Siamo andati a vederlo e abbiamo visto la casa del nostro professore. Peccato che all'interno della casa si muovessero dei personaggi e che si cercasse una storia. Il film è di una studentessa ventiseienne di storia dell'arte, e mi chiedo perché non si limiti a studiare l'arte. Il film è pesante, recitato logicamente male, e non arriva a parare da nessuna parte (il finale è ovvio e brutto). Tra l'altro non ha neanche le finezze che ci si potrebbero aspettare da una studentessa di arte - i rimandi all'iconografia cristiana sono allucinanti -. Qualche scena di sesso e nessuna storia. Il "Ken Park" italiano recitato peggio e senza Ed Lachman alla fotografia. Meno 10.

Non ho visto neanche "Johan Padan" di Giulio Cingoli, il film animato sceneggiato da Dario Fo, ma ho assistito ad una scena meravigliosa: visto che erano rimasti dei posti vuoti in sala Fo è uscito dal palazzo del cinema e ha costretto l'organizzazione a far entrare duecento persone, scelte a caso, accreditati e non, cinefili e bambini. Proletariato lidense alla riscossa. Con buona pace di Urbani. Meno 11.

Questo il resoconto dettagliato degli italiani al festival del cinema, con il rammarico di essermi perso i mediometraggi di Bellocchio e Segre. Ma come si fa a vedere tutto?

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"IL RESTO (NON) È SILENZIO"
(Dall'Europa)

Peter Mullan

Fortunatamente il cinema europeo non ricalca le tristezze di quello italiano. Ad esempio quello francese dimostra una vitalità e una varietà di stili encomiabile. In pochi giorni si è passati dalla storia d'amore "Au plus près du Paradis" di Tonie Marshall (carina, con un grande William Hurt e una sempre bella Catherine Deneuve) alla splendida commedia "L'homme du train" di Patrice Leconte, che ha regalato al festival la superba interpretazione di Jean Rochefort, inspiegabilmente accantonato dalla giuria a favore di Accorsi. E in mezzo si sono accomodati due capolavori: "Vendredi Soir" di Claire Denis e "Un homme sans l'occident" di Raymond Depardon. Il primo è un gioco d'amore leggero e sospeso come un volo libero, parte da un ingorgo per finire in una stanza d'albergo/casa. Una vita intera passata nelle poche ore notturne di una Parigi intasata da uno sciopero generale. Splendido. Addirittura superiore però il film di Depardon, tratto dai racconti di viaggio di un colonialista francese in terra africana. Scandita dalla voce fuori campo scorre la vita di Alifa, guerriero cercatore esploratore deciso a difendere la sua libertà dalla morsa occidentale. Il deserto come sfida a se stessi, rifugio/casa/tomba, accecati da un bianco che è il bianco del deserto, lo spazio infinito, oltre il quale forse non c'è nulla, o forse c'è la tribù del padre di Alifa, nella quale il giovane giunge e della quale fa parte fino a quando una caduta non gli spezza i reni. Un uomo senza i reni in una tribù non ha senso, un uomo senza occidente, oramai non ha purtroppo senso. Il destino di Alifa è il destino dell'Africa, scoperta e conquistata dall'uomo bianco, bianco come il deserto o come l'enorme luna che sovrasta le notti, ma senza la purezza della natura. Un trattato filosofico e antropologico di rara bellezza, etereo e perfetto, ostico ma affascinante, ammaliante e unico. Nella speranza che qualche distributore italiano abbia il coraggio di acquistarlo. Per il resto in Europa c'è da segnalare l'ottimo film di Mullan ("Magdalene Sisters"), trionfatore col leone d'oro più combattuto dalla chiesa (che tra l'altro accusando un film del genere dimostra una notevole coda di paglia), il buon lavoro di Moodysson ("Lilja 4-Ever") sulla prostituzione in Russia e in Svezia (ma i precedenti "Fucking Amal" e "Together" erano superiori), e "Fuerher Ex" di Winfried Bonengel , film tedesco che da principio avevo apprezzato e che ora considero brutto, un incrocio tra un episodio di Derrick, uno del commissario Rex e uno dei film denuncia del sabato sera su Rai 2. Ma con una battuta notevole ("a 40 anni sarò il ministro delle finanze del quarto Reich"), che vista la situazione internazionale rischia di non restare una semplice battuta. Da segnalare un film russo lento, noioso e squallido, "Zmej" di Aleksej Muradov , per il notevole contributo dei sottotitoli in italiano: visto che sono stati scritti da un russo era possibili trovarsi davanti a frasi come "Ninna nanna mio figliolino, stai attento ai luponcini che ti morsicano i piedini" o alla meravigliosa "Se ti incontrassi vicino ad un muretto ti sgnaccherei" che ha prodotto un applauso smisurato in sala. Quello dei sottotitoli è un problema che si presenta ogni anno, ma è in realtà un falso problema. Nei film belli uno ci passa sopra (non è poi che tutti siano tradotti male) in quelli brutti rendono più piacevole la visione. L'anno scorso era presente un terribile film filippino, "Tuhog", che presentava frasi passate alla storia come "Scusate noi, ora ci andiamo in bagno a porre il rossetto", "Sei un arruso!" e "Cos'hai oggi? Ti vedo un po' sciato". Due anni fa fu invece la volta del libretto di accompagnamento al film di Ki-Duk Kim "Seom", film più bello della mostra e capolavoro assoluto della storia del cinema: il libretto proponeva la frase "Seom è un film violento ma porte e pello, e direttore Ki-Duk Kim ama sesso mostrato come onda insieme a opere precedenti". Indimenticabile.

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"LAVORI COLLETTIVI, RETROSPETTIVE E OMAGGI, DECISAMENTE OMAGGI"
(Opere collettive e omaggi)

Due erano i film collettivi (formati cioè da cortometraggi di vari registi) presenti al festival: "Ten Minutes Older: The Cello" e "11'09''01 September 2001". Il primo aveva come tema comune il tempo che scorre, il secondo non credo ci sia bisogno di spiegarlo. Il primo nel complesso è risultato deludente e mediocre, il secondo di buon livello. Non mi dilungherò troppo, altrimenti ci vorrebbero pagine e pagine e sono già troppo prolisso.
Di "Ten Minutes Older" solo il frammento di Godard mi ha fatto spellare le mani dagli applausi. Montaggio di emozioni, frasi e immagini cinematografiche che acquista il senso universale dello scorrere del tempo. Alla fine di quei dieci minuti mi sono sentito realmente più vecchio. Questa emozione è mancata in tutti gli altri episodi, che mi hanno di volta in volta interessato (lo schermo quadripartito di Mike Figgis che esprime il tempo presente, passato e futuro, il dialogo sull'integrazione di Claire Denis), lasciato neutro (la favola indiana di Bertolucci, il fantascientifico futuro di Michael Radford), infastidito (la banale metafora di Sant'Agostino di Volker Schlondorff), disgustato (l'istant movie su un vecchio di Jiri Menzel e lo squallido teatrino matrimoniale di Istvan Szabo).

Di ben altro spessore l'operazione ideologica alle spalle del lavoro sulla commemorazione della caduta delle torri gemelle. Accusato dalla critica americana di antiamericanismo il film è in realtà coraggioso. Nessuno si sofferma sulla morte degli innocenti, tutti cercano di svelare un quadro ben più complesso, senza falsi ideologismi e senza faziosità. L'episodio migliore è a mio parere quello di Ken Loach che ricorda un altro evento luttuoso legato alla data dell'11 settembre. Nel 1973 il governo democratico e socialista di Salvador Allende fu destituito da un golpe guidato dal generale Pinochet e appoggiato dagli Stati Uniti, in particolar modo dal segretario di stato Henry Kissinger. Durante la dittatura furono uccise 30000 persone, trentamila innocenti mai omaggiati. Ken Loach chiude la sua lettera aperta al popolo statunitense con la frase "Io sto piangendo per voi, ma voi avete mai pianto per me?". Interrogativo dilaniante. Altre ottime riflessioni sono state quelle di Alejandro Gonzalez Inarritu che ha mostrato per 10'30'' uno schermo nero, con flash improvvisi non del crollo delle torri, bensì di coloro che si sono gettati dalle torri, con un brusio di sottofondo che mescolava notizie rubate da radiogiornali di tutto il mondo, e non solo incentrate sull'attentato newyorchese e il geniale ribaltamento delle parti nel divertente episodio di Idrissa Ouedraogo, nel quale quattro bambini di una città africana scoprono che Bin Laden è nascosto proprio da loro. Visto che con il riscatto di venticinque milioni di dollari potrebbero pagare le medicine per la madre di uno di loro decidono di catturarlo con una pistola falsa e alcune lance. Peccato che proprio il giorno fissato per la cattura il famigerato criminale se ne vada. I quattro decidono allora di riparare sul rapimento di Bush, in procinto di fare una visita nello stato. Ottimo lo spunto di Samira Makhmalbaf nel mostrare come per un bambino iraniano sia più tragica e rilevante la notizia della morte di un uomo caduto in pozzo rispetto al crollo delle torri, anche perché un bambino iraniano non sa neanche cosa sia un torre. Coraggioso Sean Penn (unico regista americano impegnato nel progetto) nell'ipotizzare che il crollo delle torri possa aver portato felicità ad un vecchio statunitense costretto a vivere nell'ombra per la mole dei grattacieli e improvvisamente inondato dalla luce del sole ormai dimenticata. Nel complesso un'opera da guardare e da comprendere. Non facile ma sicuramente non falsa.
Sulla serata dedicata ai fratelli Quay, geni dell'animazione, e a Wong Kar-Wai, genio e basta, scorrerò velocissimo. Mi è piaciuta - i Quay Bros. li conoscevo solo di nome - ma non mi è sembrata particolarmente curata.

La retrospettiva su Michelangelo Antonioni è stato il doveroso omaggio ad un artista ostico e affascinante, da anni privato da un ictus della parola ma ancora capace di parlare attraverso le immagini. Al Lido ho rivisto - anzi, ho visto per la prima volta in pellicola - "Blow Up" e "Zabriskie Point", e sono rimasto per l'ennesima volta a bocca aperta. Una libertà di pensiero e una lucidità d'espressione che mancano realmente al cinema italiano contemporaneo. Mi sono rivisto anche la celebre sequenza finale di "Professione: reporter" e mi sono rammaricato di non averlo visto dall'inizio. Ero presente anche alla consegna del premio "San Marco", ovvero il premio più pesante della storia (nessuno riusciva a tenerlo in braccio). Didattici i discorsi di de Hadeln e Laudadio che presenziavano la serata, emozionante la visione di questo vecchietto capace di comunicare ormai solo attraverso gli occhi. Immancabile e meritata ovazione della Sala Grande, ma di chi è stata la geniale idea di ideare quest'anno un riconoscimento così pesante e di darlo per primo ad una persona così indebolita e anziana?

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"PLAY IT AGAIN, SAM"
(Le colonne sonore)

Ed eccomi giunto all'argomento che forse più interessa il popolo kalporziano: le colonne sonore. Sono stato molto professionale sotto questo punto di vista e mi sono appuntato su un foglietto che mi portavo in sala le considerazioni per ogni colonna sonora (originale e non) di ogni film. Scusatemi se andrò di fretta soffermandomi solo su alcuni casi particolari, ma non ce la farei a descrivere dettagliatamente ogni singola nota.

Delle colonne sonore originali poche hanno superato la prova del nove, devo dire. Tutto già sentito, tutto già fatto. Abbastanza deludenti. I film delle majors statunitensi hanno colonne sonore che paiono fatte in blocco, sono standard, e sono standardizzate sul mediocre. "Frida", "K-19" e "Road to Perdition" sembrano musicate dalla stessa persona nello stesso momento, con la medesima mancanza di idee e spunti. Crescendo emozionale? E via che cresce la musica. Momento di suspense? E via con le percussioni e i bassi. Reiterazioni di ciò che da anni siamo costretti a sorbirci. Evitare con cura o quantomeno fare finta di nulla.

Il trionfatore "Magdalene Sisters" non si distingue per la colonna sonora, ma presenta una prima scena da brivido. Su un tipico ritmo irlandese si svolge una scena di stupro e ammissione di colpa, senza alcun dialogo, con le immagini adagiate sulla musica. Accademico forse, ma notevole.

"Lilja 4-Ever" di Lukas Moodysson dà alla colonna sonora una componente attiva all'interno del film. Serve da principio a mostrare i sentimenti e le emozioni della protagonista, con un pezzo hardcore, e puntualizza nel resto del film di volta in volta la confusione mentale della ragazza e la povertà della società che la circonda (musica commerciale da discoteca) oppure la componente onirica e la ricerca di una dolcezza irraggiungibile (un quartetto d'archi). Intelligente ma incompreso.
"Fuhrer Ex" non ha una gran colonna sonora, ma si presenta con una straordinaria versione punk dell'inno nazionale della Germania Est.

Gloria e onori ai fratelli Quay che presentano due cortometraggi d'animazione splendidi, accompagnati (udite, udite!!!) uno dalla voce orchesca di Tom Waits e l'altro nientemeno che da una composizione originale di Karlheinz Stockhausen. Tra l'altro la fusione tra la musica del compositore tedesco e la splendida cornice animata dei due fratelli è di una bellezza rarefatta e struggente (il cartone animato esplora i sentimenti di una donna sola che deve scrivere una lettera mentre fuori dalla finestra, come riflesso dei suoi stati d'animo, paesaggi e figure cambiano in continuazione). Basata su toni cupi ma "morbidi", la suite di Stockhausen aggiunge un tassello non indifferente alla sua mirabile carriera.

"Velocità massima" di Daniele Vicari è scandito dalla colonna sonora originale di Massimo Zamboni, ex-CCCP ed ex-CSI, che sinceramente mi ha profondamente deluso. Non che i brani, a metà tra l'elettronica e il punk, siano brutti, ma da una personalità di spicco della scena musicale italiana era lecito aspettarsi molto -molto - molto di più.

Divertente la colonna sonora di "Dom Durakov" di Andrei Konchalovsky (bel film), che mescola arie russe per solo accompagnamento di fisarmonica a inserti di una sorta di videoclip di Brian Adams - presente come cammeo nel film -. Meglio come attore che come cantante, logicamente. Ironico.
Tutto il male della musica italiana spacciata per rock nell'orribile "Due amici" di Scimone e Sframeli, che passa da Vasco Rossi a Renato Zero dimostrando, oltre ad un pessimo gusto cinematografico, anche un pessimo gusto musicale.
Citazioni alte per il Tom Ripley della Cavani, con molte arie per clavicembalo. Peccato che con la trama c'entrino poco e niente a appaiano più come dimostrazione della cultura classica dell'autrice. Intellettuale ma supponente.
Divertentissimo noise cinese per "The Missing Gun" di Lu Chuan, noiosissimo new-metal per il falso scandalo di Larry Clark e del suo "Ken Park".

Il mediocre film di Virzì "My Name is Tanino" ha il pregio di aver inserito nella sua colonna sonora (la cosa migliore del film, composta dal fratello del regista, Carlo, cantante degli Snaporaz) la splendida "The Cello Song" di Nick Drake. La mente vola lontano, e a volte si dimentica di essere impegnata nello scontro con un brutto film. Riscoperta e omaggio. Avrei voluto avere con me lì per lì "Bryter Layter"; avrei premuto play e tanti saluti a Virzì. Così non è stato, ho finito di vedere il film.
Già ho parlato in precedenza dello splendido lavoro di Philip Glass per "Naqoyqatsi" di Godfrey Reggio, di gran lunga la miglior colonna sonora originale del festival.

Belli i blues (tutti originali) che attraversano lo stralunato "The Tracker", interessante film western sulla condizione degli aborigeni australiani firmato da Rolf de Heer, che anni fa scandalizzò il Lido con il suo "Bad Boy Bubby". Bellissima la voce del protagonista che li intona, un paio (soprattutto quello che io ho intitolato "Freedom") riportano alla mente i lavori di Nick Cave. Sarà che molto di ciò che viene dall'Australia riporta alla memoria il cantautore dalla voce roca e aspra - basti pensare a "E morì con un felafel in mano" -.

Mi sono perso sia "La forza del passato", che contava sulla colonna sonora dei Quintorigo, sia "Musikk for bryllup og begravelse" che si avvaleva dell'apporto (anche come attore!) di Goran Bregovic. Del primo non ho sentito alcun pezzo, del secondo ho già ripescato la colonna sonora. Bella, meno geniale che altrove, ma bella.

Per chiudere devo però ammettere una cosa: tre sono state le colonne sonore che mi hanno fatto commuovere, e sono venute da tre film che già conoscevo e già amavo. "Shadows" di John Cassavetes, con la meravigliosa musica originale di Charlie Mingus, altalenante, epilettica, splendido punto di forza di un film libero, coraggioso e indisciplinato. E poi, soprattutto, le colonne sonore dei già citati "Blow Up" e "Zabriskie Point" di Antonioni. Il primo con la colonna sonora composta da Herbie Hancock che dà il tempo alla swinging London protagonista della pellicola, e con la partecipazione straordinaria degli Yardbirds che suonano "Stroll On" (madonna santa quant'è piccolo Jimmy Page!!!). Tra l'altro la partecipazione degli Yardbirds merita un discorso a parte: Antonioni voleva che a suonare fossero i Velvet Underground di Lou Reed ma la produzione non aveva intenzione di pagare un viaggio oceanico ad una band semisconosciuta. Antonioni ripiegò allora sugli Who, ma qui la produzione si oppose per la carica eversiva della loro opera. Alla fine la scelta cadde sulla band di Jeff Beck, ma il regista gli impose di sfasciare gli strumenti sul palco alla maniera dei mods capitanati da Pete Townshend.
Della colonna sonora di "Zabriskie Point" credo sia sufficiente l'elenco delle bands per comprenderne la grandezza: musica originale composta ed eseguita dai Pink Floyd, canzoni dei Kaleidoscope, Grateful Dead, Jerry Garcia, John Fahey, Rolling Stones. Tutto questo nel 1970. La scena d'amore nella Death Valley con improvvisazioni per chitarra di Jerry Garcia e il finale esplosivo su "Careful with that axe, Eugene" andrebbero studiate e analizzate. Perfezioni dell'inconscio.

INDICE
Intro e film citati
 
Prologo
Parte Prima.
L'organizzazione
La minaccia della zanzara tigre
La mostra nell'anno del Berlusca
Brevi consigli di sopravvivenza
 
Parte Seconda.
Venezia 59
Cinema d'Oriente
Arrivano gli Americani
I film italiani
Dall'Europa
Opere collettive e omaggi
Le colonne sonore
 
Parte terza.
Considerazioni?
"Epilogo"
"Ringraziamenti"
 

 


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