"NULLA DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE"
(Cinema d'Oriente)
La cinquantanovesima edizione della mostra internazionale
d'arte cinematografica di Venezia ha palesato ciò
che da anni sospettavo: tutto ciò che c'è
di nuovo e interessante a livello cinematografico
arriva dall'oriente. Non c'è stato un solo
film cinese, taiwanese, hongkonghese, giapponese,
coreano ad abbassarsi al di sotto di un livello più
che buono. Mentre il cinema della frontiera occidentale
sonnecchia o imita barbaramente se stesso senza troppa
inventiva, dall'estremo oriente arrivano dolcezza,
tragedia e etica cinematografica.
 |
| Miho
Kanno , protogonista di "Dolls" |
Basti prendere ad esempio quelli che sono stati i
due film migliori della mostra (a mio parere): "Dolls"
di Takeshi Kitano, nel concorso ufficiale,
e "A Snake of June" di Shinya
Tsukamoto nel concorso Controcorrente. Kitano
racconta, partendo dal teatro Bunraku (il teatro delle
marionette, il più importante teatro giapponese
insieme ai più celebri No e Kabuki), tre storie
di amore e morte, di amore che diventa dolcezza follia
e infine morte. Mescola qui tutte le sue opere passate,
dagli sconvolgenti "Sonatine" e "Hana-Bi"
al desolato e cullante "Il silenzio davanti al
mare", e rende grazia alla visione. Figure che
si stagliano via via sul verde della primavera, sul
giallo dell'estate, sul rosso dell'autunno e sul bianco
della neve, figure che scorrono sullo schermo come
scorre il tempo, alla ricerca nostalgica di ciò
che non è più (per colpa della società,
per colpa dell'io, per colpa del destino) e che mai
più sarà, inesorabilmente. L'occhio
di Kitano ha ormai raggiunto una capacità poetica
difficilmente eguagliabile, in grado di sottolineare
la dolcezza di un gesto impercettibile e di abbandonarsi
a fughe liriche e pause di riflessione. Quasi due
ore di splendore e ricchezza emotiva (pur nella regia
trattenuta).
Di ben altro stampo il taglio dato da Tsukamoto ai
suoi film. Da quando nel 1989 uscì "Tetsuo",
la sua opera di esordio che narrava con un montaggio
rapido e travolgente la trasformazione di un uomo
in macchina, questo piccolo geniale giapponese ha
portato avanti una filmografia ostica e difficilmente
digeribile. Questo "A Snake of June" non
è da meno. Narrando fondamentalmente dei desideri
inappagati e della repressione sessuale della società
contemporanea Tsukamoto traccia il ritratto di tre
personaggi incapaci di comunicare, incapaci di comunicarsi.
Anche qui, come nelle sue opere precedenti, c'è
il senso di una trasformazione (tre sono i capitoli
del film, segnati dai simboli di donna, uomo e ermafrodito),
anche qui c'è la pulsione verso la visione
pura - uomini dotati di occhio/cono assistono a orge
e a stupri, uno dei personaggi è un fotografo
- anche qui c'è un lieto fine senza alcun lieto
fine. Il simbolismo si fa ricco: il giugno del titolo
è la stagione delle piogge in Giappone, e tutto
il film è attraversato da temporali ininterrotti
ed estenuanti, dove queste figure (ossessionate dalla
pulizia) si muovono senza troppa convinzione. Ma giugno
è anche la stagione che precede l'autunno,
e inquadrature di piante destinate a morire anticipano
il destino di morte dei personaggi del film, prede
del cancro o della vecchiaia. Ricerca formale del
tondo, della perfezione, come i vari cerchi rappresentati
(lo scarico dell'acqua, un oblò, una lavatrice),
ma in fondo perdita di coscienza di se stessi e incapacità
di rapportarsi. Basterebbero queste due opere per
annichilire il cinema occidentale presente alla mostra,
ma se poi nell'arco di appena undici giorni si sommano
i vari "Public Toilet" di Fruit
Chan, "Buenos Aires Zero Degree"
di Wong Kar-Wai, "The Best of Times"
di Chang Tso-Chi, "Mon Huan Bu Luo"
di Wen-Tang Cheng, "Springtime in a Small
Town" di Tian Zhuangzhuang e "Oasis"
di Lee Chang-Dong allora il paragone diventa veramente
impossibile. La ricchezza formale ed etica dei figli
di Kurosawa e Oshima è il sospiro di felicità
ed emozione del cinema contemporaneo. Qui è
nascosto il germe delle nuove generazioni, basta essere
pronti a raccoglierlo e ad accudirlo.
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"YO QUE SOY AMERICANO"
(Arrivano gli americani)
Il mio timore principale mentre sull'Intercity notturno
si rincorrevano le varie città laziali, toscane
emiliane e venete era di trovarmi di fronte ad una
mostra all'insegna del cinema statunitense. Berlino
aveva spesso premiato, sotto l'egida di de Hadeln,
sopravvalutati filmoni statunitensi (come "Dead
Man Walking" o "Hurricane") ed era
comunque il festival europeo più vicino al
gusto degli americani. Fortunatamente così
non è stato. Ma questo non salva il cinema
nordamericano da una sonante batosta: se "Frida"
è nel complesso un film abbastanza buono (ma
lo sperimentalismo teatrale della regista che fine
ha fatto?) così come è buono - e per
la prima mezzora ottimo - l'esordio alla regia di
John Malkovich, le altre mega produzioni a stelle
e strisce hanno un che di rivoltante.
L'atteso "Road to Perdition" di Sam
Mendes (che uscirà in Italia con l'orribile
titolo "Era mio padre") è un polpettone
insulso, scopiazzato a destra e a manca, senza alcun
fascino, con una sceneggiatura bolsa e demente e con
pochissime scelte visive apprezzabili. Avevo avuto
dei dubbi sulla capacità di direzione di Mendes
già davanti al suo sopravvalutato esordio "American
Beauty", che rimaneva comunque un film abbastanza
buono, ma mi sono ritrovato veramente senza parole
all'uscita della sala. Anzi, mi sono ritrovato con
troppe parole urlate contro lo schermo, tanto da essere
condotto a forza fuori dalla sala. Il problema è
che quando mi trovo davanti ad un brutto film non
so rimanere impassibile, io mi deprimo e mi arrabbio.
Perché ho perso un'ora e mezza della mia vita
e perché, cavolo, ma c'è proprio bisogno
di sprecare tutti quei soldi? Comunque, per tornare
in tema, il Tom Hanks del film è espressivo
come una zucchina tritata e i personaggi di contorno
sono talmente di contorno da uscire immediatamente
di scena e dalla mente. Pur preferendo da sempre l'idea
di recensione dei cahiers du cinema di Godard, Truffaut
e Rohmer - si recensisce solo ciò che piace
- continuerò nell'allarmante calvario della
produzione statunitense. "K-19" di Kathryn
Bigelow, ovvero come far parlare l'esercito sovietico
come un qualsiasi battaglione di marines. Il film,
tratto da una storia vera, è ambientato in
URSS durante la guerra fredda, e tutti i personaggi
sono comunisti sovietici. Non c'è niente da
fare, gli yankee non sanno fare i comunisti, non ce
l'hanno nel sangue. C'è da chiedersi perché
Harrison Ford si ostini a fare quelle facce assurde
per sembrare burbero
Andando a cercare film fra gli (pseudo) indipendenti
mi sono trovato di fronte al cosiddetto film scandalo,
ovvero "Ken Park" di Larry Clark e Ed
Lachman (ottimo direttore della fotografia, ma
come regista
), film che cerca la crudezza del
cinema verità sulla condizione degli adolescenti
negli USA ma che è in realtà quanto
di più patinato, ricercato e falso si possa
trovare in circolazione. Lo scandalo è dato
dal fatto che si vede un sedicenne praticare sesso
orale alla madre della sua ragazza, un altro adolescente
masturbarsi davanti ad una partita di tennis femminile
in tv (con tanto di eiaculazione in primo piano) e
altri tre ragazzini (due men e una lady) divertirsi
in giochini erotici ai limiti dell'hard. Una noia
mortale, purtroppo apprezzata da chi pensa che basti
mostrare qualcosa che non si è mai mostrato
prima per essere un genio. Allora nel mio primo lungometraggio
metterò un rapporto sessuale fra un toro e
un professore di astrofisica nucleare!!! Sado/Omosex/University/Animal
film, mi aspetto quantomeno tutti i riconoscimenti
della mostra (immaginare risata di scherno, anzi,
parlando di cinema, risata di schermo).
A salvarsi dal mare magnum della mediocrità
più mediocre sono apparsi comunque tre film:
il ricercato, raffinato e cinefilo "Far from
Heaven" di Todd Haynes - che per questi meriti
dovrebbe essere elogiato, non per l'abbastanza risibile
messaggio di tolleranza -, recitato con incredibile
grazia e intelligenza da Julianne Moore, la divertentissima
opera d'esordio "Roger Dodger" di Dylan
Kidd , che narra la notte brava di uno zio yuppie
intento ad insegnare al nipote sedicenne e "zen"
la sempre attuale "arte del rimorchio".
Il film è un interessante studio di volti -
tutto incentrato sui primi piani -, con memorabili
battute a raffica. In fin dei conti il solito gioco
verbale del cinema indipendente USA (e "Clerks"
è lontano anni luce) ma sommamente divertente.
E a chiudere la trilogia di buoni film l'imperfetto
ma affascinante "Full Frontal" di Steven
Soderbergh (a questo proposito un consiglio, non
lasciatevi traviare dalla locandina italiana, col
film c'entra poco o nulla).
E alla fine, dopo tutte le stroncature possibili
e immaginabili, anche gli USA mi hanno concesso il
dono di assistere ad un capolavoro: "Naqoyqatsi"
di Godfrey Reggio, regista particolare, che pratica
operazioni di montaggio criticando la società
contemporanea. Come i due precedenti (il film è
la conclusione di una trilogia) "Koyannisqatsi"
e "Pawaqatsi" anche questo film è
privo di alcun dialogo, e musicato interamente da
Philip Glass, con risultati sempre mirabili. In lingua
Hopi - dei nativi americani - il titolo significa
"Società della violenza", e l'intero
flusso di immagini si concentra su questo argomento,
partendo dalla "Torre di Babele" di Bruegel
e attraversando l'era cibernetica, la massificazione
delle idee, l'ideologia ridotta ad immagine, i bambini-cellula
che diventano bambini-televisione con schermi attaccati
al viso, l'estetica atletica che si trasforma in etica
nucleare. Per Reggio l'umanità è una
macchina, e la corsa sfrenata ai beni di consumo può
facilmente trasformarsi in violenza e sfruttamento.
La visione è un mondo che dopo aver creato
il divino lo ha trasformato in linguaggio massificato
e senza sfumature (l'era cibernetica), rischiosa anticipazione
di quello che potrebbe diventare un tecno-fascismo,
in quest'era della violenza civilizzata. Sorretto
da immagini solarizzate, sporcate, rivoltate, rallentate
e accelerate, "Naqoyqatsi" è un film
da guardare (non basta vederlo o osservarlo) e da
ascoltare, flusso di coscienza di ciò che ancora
non riusciamo a definire totalmente, di ciò
che ancora ci sfugge, di ciò che viviamo in
maniera troppo quotidiana per poter distinguere da
noi stessi, ma che ci logora, poco alla volta, e ci
riduce in schiavitù. La schiavitù dell'omologazione.
La schiavitù della morte del pensiero.
Prima di chiudere anche questo paragrafo ammetto
che rileggendo tutti i film che ho visto a Venezia
mi sono accorto di aver saltato (coscientemente? Incoscientemente?
Freudianamente?) quasi tutti i film latino americani.
Non che ce ne fossero molti, ma è una coincidenza
molto strana. Non spargerò quindi giudizi,
avendo visto solo un cortometraggio di un ragazzotto
dell'Ecuador, "Silencio Nuclear" di Ivan
Mora Manzano, di una bruttezza rara (il corto,
non l'autore). Rimandati a giudizio
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"DUE AMICI A TUTTA VELOCITÀ
ALLA RICERCA DELL'ANIMA GEMELLA (OHIBÒ, AHIMÈ,
SIGH, AIUTO!!!!)"
(I film italiani)
Premessa: considero il cinema italiano il cinema
attualmente più arretrato, noioso, insopportabile,
sciatto.
Proseguo: I film italiani della mostra erano i più
arretrati, noiosi, insopportabili, sciatti.
Conclusione 1: Io sono prevenuto e non so dare un
reale giudizio.
Conclusione 2: Loro sono realmente arretrati e facilitano
i miei giudizi.
Conclusione 3: Ma che ho fatto di male per meritarmi
questo?
 |
| Sergio
Rubini, Bruno Ganz, Sandra Ceccarelli e il regista
di "La forza del passato" Piergiorgio
Gay |
Io sono d'accordo a fondere la conclusione 2 e la
conclusione 3.
Ho parlato e sparlato del cinema statunitense, ma
in confronto il cinema italiano sembra una pallina
di caviale nel deserto del Gobi. Se al cinema nordamericano
sembra mancare spesso la scintilla creativa, pur creando
comunque film montati, diretti e recitati sufficientemente
bene, agli italiani manca proprio tutto. Ma tutto
tutto tutto. Basti pensare che negli ultimi dieci
anni il cinema italiano ha sfornato due soli capolavori,
"Io ballo da sola" di Bernardo Bertolucci
e "L'ora di religione" di Marco Bellocchio,
e sette/otto ottimi film (tra i quali l'ultimo Moretti
e alcune opere di Soldini e Ozpetek). Un po' poco
per definirsi cinematografia interessante, non pare
anche a voi?
Il mio rapporto con i film italiani del festival
è stato di corsa ad ostacoli: il primo in cui
mi sono imbattuto, "Between Strangers"
di Edoardo Ponti l'ho evitato con cura, un po'
perché non sopporto i registi raccomandati
(e uno che è figlio di Carlo Ponti e della
Loren cosa può essere?), un po' perché
non sopporto la suddetta Loren, ma soprattutto perché
alla stessa ora avevo il film di Moodysson che mi
interessava di più. La critica più gentile
lo ha definito inutile, non vi sto a dire cosa ha
detto la critica più aspra. Meno 1.
Il giorno dopo è stata la volta di "Velocità
massima" di Daniele Vicari. Qui sono entrato,
anzi, ho fatto parte addirittura dell'elite di "Accrediti
cinema" a cui è stato concesso di vedere
il film con la stampa (25 persone, io sono stato il
ventitreesimo). Privilegio di cui avrei fatto volentieri
a meno. Solito film basato esclusivamente sulle espressioni
gergali, ha suscitato le risa del pubblico solo perché
parlato in romanaccio (il che, da romano, mi è
parso lì per lì come un'offesa). Il
film tra l'altro in alcuni punti è ambientato
a poche centinaia di metri da casa mia, per quanto
possa interessare a qualcuno. La storia è di
una banalità unica, tra l'altro macchiata di
una misoginia fastidiosa e retrograda, la recitazione
degli attori monocorde, la regia e la fotografia piatte.
Meno 2.
Di "Due amici" di Scimone e Sframeli
vorrei addirittura evitare di parlare, tale è
la pochezza del tutto, ma purtroppo ho scoperto alla
mostra di essere in minoranza come pensiero, per cui
spenderò due parole anche qui. Il film potrebbe
essere studiato come fenomeno mediatico: non parla
di nulla per un'ora e mezza e pretende di citare tutto.
I due (poco) simpatici registi (???) hanno detto di
aver attinto la loro sceneggiatura a varie fonti d'ispirazione,
quali Shakespeare, Beckett, Kiarostami, Loach e non
ricordo più chi altro. All'inizio io avevo
preso l'affermazione come una battuta, ma a quanto
pare loro ci credono fermamente. Il film, epurato
di tutte le ripetizioni, durerebbe si e no 15'. Sarebbe
stato un cortometraggio mediocre, peccato che sia
diventato un lungometraggio odioso. Odioso perché
i due personaggi, Pino e Nunzio, sono delle ombre
senza alcuno spessore, odioso perché ancora
ci si arrabatta a scrivere scene con la battuta facile
facile per far ridere il pubblico di bocca buona (se
mai lo vedrete, fate caso ai tristi siparietti dei
due vecchi al bar), odioso perché si dimostra
chiaramente come basti una ripresa dall'alto (mediocre,
fra l'altro) per far gridare all'intelligenza registica,
odioso perché recitato con le classiche esagerazioni
degli attori di teatro (ma quanto ci vorrà
per comprendere anche in Italia che cinema e teatro
non sono la stessa cosa?), odioso perché le
battute sono talmente reiterate da entrarti nel cervello.
Segue un esempio della sceneggiatura
NUNZIO: Pino?
PINO: Eh, che c'è Nunzio?
NUNZIO: Quando torni mangiamo insieme?
PINO: Si, Nunzio.
NUNZIO: Ma cucini tu?
PINO: Si, Nunzio.
NUNZIO: E cosa mi cucini, eh Pino?
PINO: Quello che vuoi tu, Nunzio.
NUNZIO: Mi fai la pasta con la salsa?
PINO: Si, Nunzio.
NUNZIO: Ma me la fai col pecorino o col parmigiano?
PINO: Come vuoi tu, Nunzio.
NUNZIO: No, perché a me il parmigiano non mi
piace. Pino?
PINO: Che c'è Nunzio?
NUNZIO: Mi ci metti anche la pancetta?
Tutto il film è praticamente così. E
pensare che sono rimasto in sala solo per fischiare
e invece la gente ha applaudito in massa (eravamo
in quattro a fischiare). Bah, forse sono io a non
capirci nulla, chissà. Meno 3.
"Ripley's Game" di Liliana Cavani
lo considero italiano solo per la regista e per l'ambientazione,
ed è di gran lunga il miglior film italiano
visto alla mostra, rasentando con continuità
la sufficienza. Ottimo John Malkovich (ma poteva essere
altrimenti?), nulla Chiara Caselli (ma poteva essere
altrimenti?), il film è una semplice storia,
ma descritta con onestà e (a tratti) classe.
Peccato che dallo stesso soggetto nel 1977 Wim Wenders
abbia tratto un capolavoro, "L'amico americano".
Il confronto è improbo. Meno 4.
"Un viaggio chiamato amore" l'ho
perso in base ad una scelta simile a quella messa
in pratica per il film di Ponti: non amo gli attori
che si improvvisano registi (come il Placido in questione),
non mi piacciono le storie che racconta l'ex-commissario
Cattani, e alla stessa ora avevo "Springtime
in a Small Town" che mi interessava di più.
Ho rivisto alcune scene, quelle per cui sarebbe stato
premiato Stefano Accorsi, e ho scosso melanconicamente
la testa. La solita solfa. Meno 5.
Pur essendo partito con le migliori intenzioni per
vedere "My Name is Tanino" di Paolo Virzì,
regista che considero intelligente, ho constatato
come in Italia non ci sia la capacità di scostarsi
da ciò che ti ha portato al successo. Il film
è una riedizione stanca di tutte le sue opere
precedenti, soprattutto "Ovosodo" e, a parte
un paio di sequenze, è piatto ai limiti dell'irritante.
Meno 6.
Ho perso anche "La forza del passato"
di Piergiorgio Gay, ma stavolta non per scelta.
L'avrei visto con piacere, anche perché è
stato definito il miglior film italiano della mostra
(sulle pagelle si è addirittura accaparrato
dei 7!!!) e per ascoltare la colonna sonora dei Quintorigo.
Lo ripescherò a Roma. Meno 7.
Ho assistito ai primi, nauseanti, trentacinque minuti
de "L'anima gemella" di Sergio Rubini.
No-comment. Cito solo una battuta che mi è
cara: "Va bene, continuiamo così, continuiamo
a farci del male". Meno 8.
"Clown in Kabul" di Enzo Balestrieri
e Stefano Moser, documentario su Patch Adams e
i clown medici di tutto il mondo che si sono battuti
contro il barbarico e omicida bombardamento americano
sull'Afghanistan, è encomiabile per le intenzioni,
deprecabile per le scelte stilistiche. Meno 9.
"Aprimi il cuore" di Giada Colagrande
merita invece un discorso a parte. Siamo, io e i miei
amici, andati a vederlo esclusivamente per un motivo:
il giorno prima della proiezione abbiamo incontrato
il nostro professore di cinematografia documentaria
che ci ha detto "andate a vederlo, è girato
in casa mia". Siamo andati a vederlo e abbiamo
visto la casa del nostro professore. Peccato che all'interno
della casa si muovessero dei personaggi e che si cercasse
una storia. Il film è di una studentessa ventiseienne
di storia dell'arte, e mi chiedo perché non
si limiti a studiare l'arte. Il film è pesante,
recitato logicamente male, e non arriva a parare da
nessuna parte (il finale è ovvio e brutto).
Tra l'altro non ha neanche le finezze che ci si potrebbero
aspettare da una studentessa di arte - i rimandi all'iconografia
cristiana sono allucinanti -. Qualche scena di sesso
e nessuna storia. Il "Ken Park" italiano
recitato peggio e senza Ed Lachman alla fotografia.
Meno 10.
Non ho visto neanche "Johan Padan" di
Giulio Cingoli, il film animato sceneggiato da
Dario Fo, ma ho assistito ad una scena meravigliosa:
visto che erano rimasti dei posti vuoti in sala Fo
è uscito dal palazzo del cinema e ha costretto
l'organizzazione a far entrare duecento persone, scelte
a caso, accreditati e non, cinefili e bambini. Proletariato
lidense alla riscossa. Con buona pace di Urbani. Meno
11.
Questo il resoconto dettagliato degli italiani al
festival del cinema, con il rammarico di essermi perso
i mediometraggi di Bellocchio e Segre. Ma come si
fa a vedere tutto?
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"IL RESTO (NON) È
SILENZIO"
(Dall'Europa)
 |
| Peter
Mullan |
Fortunatamente il cinema europeo non ricalca le tristezze
di quello italiano. Ad esempio quello francese dimostra
una vitalità e una varietà di stili
encomiabile. In pochi giorni si è passati dalla
storia d'amore "Au plus près du Paradis"
di Tonie Marshall (carina, con un grande William
Hurt e una sempre bella Catherine Deneuve) alla splendida
commedia "L'homme du train" di Patrice
Leconte, che ha regalato al festival la superba
interpretazione di Jean Rochefort, inspiegabilmente
accantonato dalla giuria a favore di Accorsi. E in
mezzo si sono accomodati due capolavori: "Vendredi
Soir" di Claire Denis e "Un homme
sans l'occident" di Raymond Depardon. Il
primo è un gioco d'amore leggero e sospeso
come un volo libero, parte da un ingorgo per finire
in una stanza d'albergo/casa. Una vita intera passata
nelle poche ore notturne di una Parigi intasata da
uno sciopero generale. Splendido. Addirittura superiore
però il film di Depardon, tratto dai racconti
di viaggio di un colonialista francese in terra africana.
Scandita dalla voce fuori campo scorre la vita di
Alifa, guerriero cercatore esploratore deciso a difendere
la sua libertà dalla morsa occidentale. Il
deserto come sfida a se stessi, rifugio/casa/tomba,
accecati da un bianco che è il bianco del deserto,
lo spazio infinito, oltre il quale forse non c'è
nulla, o forse c'è la tribù del padre
di Alifa, nella quale il giovane giunge e della quale
fa parte fino a quando una caduta non gli spezza i
reni. Un uomo senza i reni in una tribù non
ha senso, un uomo senza occidente, oramai non ha purtroppo
senso. Il destino di Alifa è il destino dell'Africa,
scoperta e conquistata dall'uomo bianco, bianco come
il deserto o come l'enorme luna che sovrasta le notti,
ma senza la purezza della natura. Un trattato filosofico
e antropologico di rara bellezza, etereo e perfetto,
ostico ma affascinante, ammaliante e unico. Nella
speranza che qualche distributore italiano abbia il
coraggio di acquistarlo. Per il resto in Europa c'è
da segnalare l'ottimo film di Mullan ("Magdalene
Sisters"), trionfatore col leone d'oro più
combattuto dalla chiesa (che tra l'altro accusando
un film del genere dimostra una notevole coda di paglia),
il buon lavoro di Moodysson ("Lilja 4-Ever")
sulla prostituzione in Russia e in Svezia (ma i precedenti
"Fucking Amal" e "Together" erano
superiori), e "Fuerher Ex" di Winfried
Bonengel , film tedesco che da principio avevo
apprezzato e che ora considero brutto, un incrocio
tra un episodio di Derrick, uno del commissario Rex
e uno dei film denuncia del sabato sera su Rai 2.
Ma con una battuta notevole ("a 40 anni sarò
il ministro delle finanze del quarto Reich"),
che vista la situazione internazionale rischia di
non restare una semplice battuta. Da segnalare un
film russo lento, noioso e squallido, "Zmej"
di Aleksej Muradov , per il notevole contributo
dei sottotitoli in italiano: visto che sono stati
scritti da un russo era possibili trovarsi davanti
a frasi come "Ninna nanna mio figliolino, stai
attento ai luponcini che ti morsicano i piedini"
o alla meravigliosa "Se ti incontrassi vicino
ad un muretto ti sgnaccherei" che ha prodotto
un applauso smisurato in sala. Quello dei sottotitoli
è un problema che si presenta ogni anno, ma
è in realtà un falso problema. Nei film
belli uno ci passa sopra (non è poi che tutti
siano tradotti male) in quelli brutti rendono più
piacevole la visione. L'anno scorso era presente un
terribile film filippino, "Tuhog", che presentava
frasi passate alla storia come "Scusate noi,
ora ci andiamo in bagno a porre il rossetto",
"Sei un arruso!" e "Cos'hai oggi? Ti
vedo un po' sciato". Due anni fa fu invece la
volta del libretto di accompagnamento al film di Ki-Duk
Kim "Seom", film più bello della
mostra e capolavoro assoluto della storia del cinema:
il libretto proponeva la frase "Seom è
un film violento ma porte e pello, e direttore Ki-Duk
Kim ama sesso mostrato come onda insieme a opere precedenti".
Indimenticabile.
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"LAVORI COLLETTIVI, RETROSPETTIVE
E OMAGGI, DECISAMENTE OMAGGI"
(Opere collettive e omaggi)
Due erano i film collettivi (formati cioè
da cortometraggi di vari registi) presenti al festival:
"Ten Minutes Older: The Cello" e
"11'09''01 September 2001". Il primo
aveva come tema comune il tempo che scorre, il secondo
non credo ci sia bisogno di spiegarlo. Il primo nel
complesso è risultato deludente e mediocre,
il secondo di buon livello. Non mi dilungherò
troppo, altrimenti ci vorrebbero pagine e pagine e
sono già troppo prolisso.
Di "Ten Minutes Older" solo il frammento
di Godard mi ha fatto spellare le mani dagli applausi.
Montaggio di emozioni, frasi e immagini cinematografiche
che acquista il senso universale dello scorrere del
tempo. Alla fine di quei dieci minuti mi sono sentito
realmente più vecchio. Questa emozione è
mancata in tutti gli altri episodi, che mi hanno di
volta in volta interessato (lo schermo quadripartito
di Mike Figgis che esprime il tempo presente, passato
e futuro, il dialogo sull'integrazione di Claire Denis),
lasciato neutro (la favola indiana di Bertolucci,
il fantascientifico futuro di Michael Radford), infastidito
(la banale metafora di Sant'Agostino di Volker Schlondorff),
disgustato (l'istant movie su un vecchio di Jiri Menzel
e lo squallido teatrino matrimoniale di Istvan Szabo).
Di ben altro spessore l'operazione ideologica alle
spalle del lavoro sulla commemorazione della caduta
delle torri gemelle. Accusato dalla critica americana
di antiamericanismo il film è in realtà
coraggioso. Nessuno si sofferma sulla morte degli
innocenti, tutti cercano di svelare un quadro ben
più complesso, senza falsi ideologismi e senza
faziosità. L'episodio migliore è a mio
parere quello di Ken Loach che ricorda un altro evento
luttuoso legato alla data dell'11 settembre. Nel 1973
il governo democratico e socialista di Salvador Allende
fu destituito da un golpe guidato dal generale Pinochet
e appoggiato dagli Stati Uniti, in particolar modo
dal segretario di stato Henry Kissinger. Durante la
dittatura furono uccise 30000 persone, trentamila
innocenti mai omaggiati. Ken Loach chiude la sua lettera
aperta al popolo statunitense con la frase "Io
sto piangendo per voi, ma voi avete mai pianto per
me?". Interrogativo dilaniante. Altre ottime
riflessioni sono state quelle di Alejandro Gonzalez
Inarritu che ha mostrato per 10'30'' uno schermo nero,
con flash improvvisi non del crollo delle torri, bensì
di coloro che si sono gettati dalle torri, con un
brusio di sottofondo che mescolava notizie rubate
da radiogiornali di tutto il mondo, e non solo incentrate
sull'attentato newyorchese e il geniale ribaltamento
delle parti nel divertente episodio di Idrissa Ouedraogo,
nel quale quattro bambini di una città africana
scoprono che Bin Laden è nascosto proprio da
loro. Visto che con il riscatto di venticinque milioni
di dollari potrebbero pagare le medicine per la madre
di uno di loro decidono di catturarlo con una pistola
falsa e alcune lance. Peccato che proprio il giorno
fissato per la cattura il famigerato criminale se
ne vada. I quattro decidono allora di riparare sul
rapimento di Bush, in procinto di fare una visita
nello stato. Ottimo lo spunto di Samira Makhmalbaf
nel mostrare come per un bambino iraniano sia più
tragica e rilevante la notizia della morte di un uomo
caduto in pozzo rispetto al crollo delle torri, anche
perché un bambino iraniano non sa neanche cosa
sia un torre. Coraggioso Sean Penn (unico regista
americano impegnato nel progetto) nell'ipotizzare
che il crollo delle torri possa aver portato felicità
ad un vecchio statunitense costretto a vivere nell'ombra
per la mole dei grattacieli e improvvisamente inondato
dalla luce del sole ormai dimenticata. Nel complesso
un'opera da guardare e da comprendere. Non facile
ma sicuramente non falsa.
Sulla serata dedicata ai fratelli Quay, geni dell'animazione,
e a Wong Kar-Wai, genio e basta, scorrerò velocissimo.
Mi è piaciuta - i Quay Bros. li conoscevo solo
di nome - ma non mi è sembrata particolarmente
curata.
La retrospettiva su Michelangelo Antonioni è
stato il doveroso omaggio ad un artista ostico e affascinante,
da anni privato da un ictus della parola ma ancora
capace di parlare attraverso le immagini. Al Lido
ho rivisto - anzi, ho visto per la prima volta in
pellicola - "Blow Up" e "Zabriskie
Point", e sono rimasto per l'ennesima volta
a bocca aperta. Una libertà di pensiero e una
lucidità d'espressione che mancano realmente
al cinema italiano contemporaneo. Mi sono rivisto
anche la celebre sequenza finale di "Professione:
reporter" e mi sono rammaricato di non averlo
visto dall'inizio. Ero presente anche alla consegna
del premio "San Marco", ovvero il premio
più pesante della storia (nessuno riusciva
a tenerlo in braccio). Didattici i discorsi di de
Hadeln e Laudadio che presenziavano la serata, emozionante
la visione di questo vecchietto capace di comunicare
ormai solo attraverso gli occhi. Immancabile e meritata
ovazione della Sala Grande, ma di chi è stata
la geniale idea di ideare quest'anno un riconoscimento
così pesante e di darlo per primo ad una persona
così indebolita e anziana?
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"PLAY IT AGAIN, SAM"
(Le colonne sonore)
Ed eccomi giunto all'argomento che forse più
interessa il popolo kalporziano: le colonne sonore.
Sono stato molto professionale sotto questo punto
di vista e mi sono appuntato su un foglietto che mi
portavo in sala le considerazioni per ogni colonna
sonora (originale e non) di ogni film. Scusatemi se
andrò di fretta soffermandomi solo su alcuni
casi particolari, ma non ce la farei a descrivere
dettagliatamente ogni singola nota.
Delle colonne sonore originali poche hanno superato
la prova del nove, devo dire. Tutto già sentito,
tutto già fatto. Abbastanza deludenti. I film
delle majors statunitensi hanno colonne sonore che
paiono fatte in blocco, sono standard, e sono standardizzate
sul mediocre. "Frida", "K-19"
e "Road to Perdition" sembrano musicate
dalla stessa persona nello stesso momento, con la
medesima mancanza di idee e spunti. Crescendo emozionale?
E via che cresce la musica. Momento di suspense? E
via con le percussioni e i bassi. Reiterazioni di
ciò che da anni siamo costretti a sorbirci.
Evitare con cura o quantomeno fare finta di nulla.
Il trionfatore "Magdalene Sisters"
non si distingue per la colonna sonora, ma presenta
una prima scena da brivido. Su un tipico ritmo irlandese
si svolge una scena di stupro e ammissione di colpa,
senza alcun dialogo, con le immagini adagiate sulla
musica. Accademico forse, ma notevole.
"Lilja 4-Ever" di Lukas Moodysson
dà alla colonna sonora una componente attiva
all'interno del film. Serve da principio a mostrare
i sentimenti e le emozioni della protagonista, con
un pezzo hardcore, e puntualizza nel resto del film
di volta in volta la confusione mentale della ragazza
e la povertà della società che la circonda
(musica commerciale da discoteca) oppure la componente
onirica e la ricerca di una dolcezza irraggiungibile
(un quartetto d'archi). Intelligente ma incompreso.
"Fuhrer Ex" non ha una gran colonna
sonora, ma si presenta con una straordinaria versione
punk dell'inno nazionale della Germania Est.
Gloria e onori ai fratelli Quay che presentano due
cortometraggi d'animazione splendidi, accompagnati
(udite, udite!!!) uno dalla voce orchesca di Tom Waits
e l'altro nientemeno che da una composizione originale
di Karlheinz Stockhausen. Tra l'altro la fusione tra
la musica del compositore tedesco e la splendida cornice
animata dei due fratelli è di una bellezza
rarefatta e struggente (il cartone animato esplora
i sentimenti di una donna sola che deve scrivere una
lettera mentre fuori dalla finestra, come riflesso
dei suoi stati d'animo, paesaggi e figure cambiano
in continuazione). Basata su toni cupi ma "morbidi",
la suite di Stockhausen aggiunge un tassello non indifferente
alla sua mirabile carriera.
"Velocità massima" di Daniele
Vicari è scandito dalla colonna sonora originale
di Massimo Zamboni, ex-CCCP ed ex-CSI, che sinceramente
mi ha profondamente deluso. Non che i brani, a metà
tra l'elettronica e il punk, siano brutti, ma da una
personalità di spicco della scena musicale
italiana era lecito aspettarsi molto -molto - molto
di più.
Divertente la colonna sonora di "Dom Durakov"
di Andrei Konchalovsky (bel film), che mescola
arie russe per solo accompagnamento di fisarmonica
a inserti di una sorta di videoclip di Brian Adams
- presente come cammeo nel film -. Meglio come attore
che come cantante, logicamente. Ironico.
Tutto il male della musica italiana spacciata per
rock nell'orribile "Due amici" di
Scimone e Sframeli, che passa da Vasco Rossi a Renato
Zero dimostrando, oltre ad un pessimo gusto cinematografico,
anche un pessimo gusto musicale.
Citazioni alte per il Tom Ripley della Cavani,
con molte arie per clavicembalo. Peccato che con la
trama c'entrino poco e niente a appaiano più
come dimostrazione della cultura classica dell'autrice.
Intellettuale ma supponente.
Divertentissimo noise cinese per "The Missing
Gun" di Lu Chuan, noiosissimo new-metal per
il falso scandalo di Larry Clark e del suo "Ken
Park".
Il mediocre film di Virzì "My Name
is Tanino" ha il pregio di aver inserito
nella sua colonna sonora (la cosa migliore del film,
composta dal fratello del regista, Carlo, cantante
degli Snaporaz) la splendida "The Cello Song"
di Nick Drake. La mente vola lontano, e a volte si
dimentica di essere impegnata nello scontro con un
brutto film. Riscoperta e omaggio. Avrei voluto avere
con me lì per lì "Bryter Layter";
avrei premuto play e tanti saluti a Virzì.
Così non è stato, ho finito di vedere
il film.
Già ho parlato in precedenza dello splendido
lavoro di Philip Glass per "Naqoyqatsi"
di Godfrey Reggio, di gran lunga la miglior colonna
sonora originale del festival.
Belli i blues (tutti originali) che attraversano
lo stralunato "The Tracker", interessante
film western sulla condizione degli aborigeni australiani
firmato da Rolf de Heer, che anni fa scandalizzò
il Lido con il suo "Bad Boy Bubby". Bellissima
la voce del protagonista che li intona, un paio (soprattutto
quello che io ho intitolato "Freedom") riportano
alla mente i lavori di Nick Cave. Sarà che
molto di ciò che viene dall'Australia riporta
alla memoria il cantautore dalla voce roca e aspra
- basti pensare a "E morì con un felafel
in mano" -.
Mi sono perso sia "La forza del passato",
che contava sulla colonna sonora dei Quintorigo, sia
"Musikk for bryllup og begravelse"
che si avvaleva dell'apporto (anche come attore!)
di Goran Bregovic. Del primo non ho sentito alcun
pezzo, del secondo ho già ripescato la colonna
sonora. Bella, meno geniale che altrove, ma bella.
Per chiudere devo però ammettere una cosa:
tre sono state le colonne sonore che mi hanno fatto
commuovere, e sono venute da tre film che già
conoscevo e già amavo. "Shadows"
di John Cassavetes, con la meravigliosa musica originale
di Charlie Mingus, altalenante, epilettica, splendido
punto di forza di un film libero, coraggioso e indisciplinato.
E poi, soprattutto, le colonne sonore dei già
citati "Blow Up" e "Zabriskie
Point" di Antonioni. Il primo con la colonna
sonora composta da Herbie Hancock che dà il
tempo alla swinging London protagonista della pellicola,
e con la partecipazione straordinaria degli Yardbirds
che suonano "Stroll On" (madonna santa quant'è
piccolo Jimmy Page!!!). Tra l'altro la partecipazione
degli Yardbirds merita un discorso a parte: Antonioni
voleva che a suonare fossero i Velvet Underground
di Lou Reed ma la produzione non aveva intenzione
di pagare un viaggio oceanico ad una band semisconosciuta.
Antonioni ripiegò allora sugli Who, ma qui
la produzione si oppose per la carica eversiva della
loro opera. Alla fine la scelta cadde sulla band di
Jeff Beck, ma il regista gli impose di sfasciare gli
strumenti sul palco alla maniera dei mods capitanati
da Pete Townshend.
Della colonna sonora di "Zabriskie Point"
credo sia sufficiente l'elenco delle bands per comprenderne
la grandezza: musica originale composta ed eseguita
dai Pink Floyd, canzoni dei Kaleidoscope, Grateful
Dead, Jerry Garcia, John Fahey, Rolling Stones. Tutto
questo nel 1970. La scena d'amore nella Death Valley
con improvvisazioni per chitarra di Jerry Garcia e
il finale esplosivo su "Careful with that axe,
Eugene" andrebbero studiate e analizzate. Perfezioni
dell'inconscio.