"IL PROBLEMA DEI MURIDI INFESTANTI"
(La minaccia della zanzara tigre)
Con ogni probabilità se narrassi ad un uditorio
ignaro le mie gesta da "Accredito Cinema"
e la mia vita quotidiana al Lido di Venezia sarei
preso per pazzo. Effettivamente visto dal di fuori
il mondo del festival del cinema è difficilmente
comprensibile. Chi passerebbe quindici ore al giorno
(se non di più) per due settimane chiuso in
una sala cinematografica, con due panini a pranzo
e uno a cena e tre/quattro ore di sonno a notte?
Poca gente, suppongo. C'è bisogno di passione,
coraggio e un bel po' di irresponsabilità.
E che la vita da accreditato non sia comoda lo dimostra
chiaramente il numero di defezioni a metà del
percorso, persone che cedono, non ce la fanno più,
e abbandonano il lido per tornare alla vita di tutti
i giorni. Al mio quinto anno consecutivo alla Mostra
so ormai come tenere a bada i nemici e superare gli
ostacoli. Perché sembra sempre che l'organizzazione
faccia di tutto per fiaccare le resistenze umane dei
giovani (vecchi o di mezza età) cinefili.
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| La
zanzara |
Inizio col far notare come nello stesso periodo
della mostra si tenga al lido un altro imprescindibile
meeting internazionale: quello delle zanzare.
Zanzare di ogni razza e dimensione, capaci di pungere
attraverso gli abiti e le scarpe (e non sto esagerando,
è la pura verità), contro cui la sera
a casa ingaggiavamo lotte furibonde, gettandoci contro
di loro armati di ciabatte, giornali, libri, pentole.
Prima di andare a dormire contavamo i caduti e onoravamo
gli sconfitti, oramai trasformati in piccoli grumi
di sangue sulla suola delle scarpe. Quando una mattina
si è sparsa in Sala Perla la notizia terroristica
dell'arrivo sull'isolotto anche della zanzara tigre,
molti sono stati gli sguardi preoccupati. Insomma,
dodici giorni passati a grattarsi. Chi stoicamente
resisteva agli attacchi dei sibilanti vampiri si trovava
di fronte ad un nuovo, devastante ostacolo: l'influenza.
Come ogni anno ho passato i miei ultimi giorni romani
ad informarmi sulle temperature. Come ogni anno si
è detto che sarebbe piovuto in continuazione.
Come ogni anno ha piovuto un giorno solamente (il
primo, un diluvio durato un'ora che logicamente ci
ha colti in mezzo alla strada). Si mormorerà
dunque "ma se non piove che c'entra l'influenza"?
Il vero problema non è infatti la pioggia,
ma le sale dove vengono effettuate le proiezioni;
visto che fuori fanno 20° gli organizzatori pensano
bene di mettere l'aria condizionata a temperature
glaciali, cosicché dal quarto giorno in poi
i film hanno un sottofondo ininterrotto di starnuti
e colpi di tosse. Con gran felicità dei farmacisti
che vendono aspirine come fossero caramelle. Tra l'altro,
avendo affittato come al solito un appartamento da
tre ed essendoci ficcati dentro in sette, ognuno di
noi ha dormito abbondantemente su un materassino a
dieci centimetri dal pavimento. Per farla breve, a
tre giorni dal termine della mostra la nostra mansarda
con vista su un canale lidense sembrava un lebbrosario.
Non che questo ci abbia impedito di continuare col
solito tran-tran, per carità, ma l'aria malaticcia
me la sono portata anche a Roma, e spero di evitare
ricadute.
A completare l'opera di demolizione dell'entusiasmo
arrivano poi i prezzi. Il Lido di Venezia diventa
per quindici giorni la zona italiana più cara.
Se si riesce ancora a trovare un caffè ad 80
centesimi (che comunque per un romano è tanto)
tutto il resto acquista proporzioni bibliche: i panini
arrivano fino a quattro euro, i menù turistici
non partono da meno di diciotto euro (tranne un santo
ristorante che li mette a dieci), tutto ciò
che non ha un prezzo fisso lievita. E lievita anche
la disperazione di chi ha un tot di soldi e in quel
posto ci deve campare per due settimane. Superate
queste traversie, comunque, l'accreditato può
godersi tutte le gioie (e sono tante, tantissime)
che un festival del cinema di questa portata spande
con generosità.
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"CHI NON HA VISSUTO NEGLI
ANNI PRIMA DELLA RIVOLUZIONE, NON PUÒ CAPIRE
COSA SIA LA DOLCEZZA DEL VIVERE"
(La mostra nell'anno del Berlusca)
Si era parlato a lungo del timore che la mostra
fosse trasformata in un'apologia del governo di centro
destra. Si era cambiato direttore a pochi mesi
dall'evento, buttando via il "senza infamia e
senza lode" vecchio direttore Barbera e mettendo
al suo posto lo svizzero Moritz de Hadeln, direttore
per 22 anni del Festival di Berlino, incrocio perfetto
tra l'ispettore Derrick e l'orso Yoghi. Anch'io ero
molto preoccupato, le parole del ministro Urbani sul
bisogno di evidenziare l'italianità della mostra
sapevano molto di nazionalismo bigotto, la mostra
non sembrava reggere il confronto in qualità
con quelle passate. Ma sono bastati pochi giorni per
capire come le speranze del governo di mettere le
mani sulla mostra fossero sbiaditi sogni. Il film
di apertura è stato
 |
| Salma
Hayek, protogonista di "Frida" |
"Frida" di Julie Taymor - regista
anche di "Titus" -, dedicato alla figura
di Frida Khalo, straordinaria pittrice messicana,
compagna in vita dell'altrettanto celebre pittore
Diego Rivera, colonna portante del partito comunista
messicano. Insomma, un film schierato (anche se la
figura di Trozskij è quantomeno ridicola, più
che un ideologo sembra un vecchietto ubriacone e rubicondo).
Poi è stata la volta della requisitoria contro
la chiesa del film di Peter Mullan, "Magdalene
Sisters", e Urbani, indignato, ha abbandonato
il lido promettendo vendetta, tremenda vendetta nei
confronti del bonario de Hadeln. Per non parlare dei
riconoscimenti alla carriera: oltre alla retrospettiva
su Michelangelo Antonioni, un omaggio a John Cassavetes,
uno a Dino Risi, e una proiezione per ricordare Fassbinder
e Glauber Rocha. Tutta gente che di destra non ha
(o non aveva) neanche un capello. Ma il vero problema
sta nel fatto che una mostra internazionale d'arte
cinematografica tende a promuovere il nuovo, il rivoluzionario,
la sperimentazione di nuovi linguaggi, tutti termini
che poco hanno a che fare con la politica conservatrice
di buona parte della destra. Ah, dimenticavo anche
una retrospettiva sull'impatto del cinema sovietico
degli anni trenta nella società cinefila italiana
del periodo. Insomma, già dal terzo giorno
ho iniziato a leggere sui vari daily (giornalini gratis
che raccontano la vita e lo stato di salute della
mostra giorno per giorno) le possibili candidature
per il prossimo anno alla poltrona del povero Moritz.
Che a mio parere ha fatto un ottimo lavoro a livello
di scelta dei film, raramente si era avuta alla mostra
tanta varietà di stili e di idee, e se alla
fine di tutto ritengo che questa sia stata la mia
permanenza veneziana più piacevole lo devo
sicuramente anche allo svizzero dall'italiano divertente
ma (quasi) impeccabile.
Le noti dolenti di questo passaggio di consegna sono
altrove; forse l'annata dei vini è stata particolarmente
buona ma i proiezionisti (soprattutto quelli della
Sala Perla) sembravano spesso ubriachi. Incapaci di
usare un dvd collegato ad un videoproiettore, incapaci
di mettere a fuoco da subito la pellicola, incapaci
di capire da subito che se il quadro viene messo troppo
in basso non si leggono i sottotitoli - e capire un
film in lingua farsi diventa operazione ai limiti
dell'immaginario. Una vera tragedia. Altro problema
dell'organizzazione è stato quello solito degli
accrediti cinema. L'accredito cinema (o accredito
culturale) è il gradino più basso nella
scala gerarchica degli ingressi in sala, e come in
ogni società che si rispetti è logicamente
è il grado più affollato. Così
capitava spesso di vedere file immani di accrediti
cinema/greggi costrette a brucare erbetta mentre in
sala entravano nell'ordine Pubblico Pagante, Industry/Office
e Media/Press. Poi via allo sbranamento per i posti
residui. Ma questo è un problema di ogni mostra,
l'anno scorso discussi animatamente con Barbera per
il trattamento riservatoci. Così, consapevole
da subito della situazione, quest'anno mi sono intrufolato
quasi sempre nelle proiezioni per la stampa al Palagalileo,
sfruttando il fatto che è praticamente impossibile
che la stampa riempia un tendone immenso come la sala
in questione (sono stato cacciato via solo a "Full
Frontal" e "Dolls", ma erano due dei
film più attesi). Ma torniamo alle temute ingerenze
del governo negli affari della mostra: dopo l'abbandono
di Urbani poche sono state le personalità di
destra sull'isola, e tutte abbondantemente fischiate
dal pubblico. Addirittura prima del film "Due
amici" è stato fischiato il logo della
Medusa, casa di produzione di Silvio Berlusconi. Ma
questo vuol dire poco, il pubblico della mostra del
cinema, così come gli addetti ai lavori, sono
in gran predominanza di sinistra e anche molti cinefili
di destra sono contrari alla politica del ministro
Urbani. Insomma, chi si aspettava una mostra rivoluzionata
sarà rimasto deluso, chi si aspettava una mostra
inferiore in qualità alle precedenti sarà
rimasto sorpreso, chi non si aspettava niente non
sarà andato alla mostra.
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"DIETRO AL PALAZZO DEL CINEMA,
POI SOTTO I PORTICI GIRI A DESTRA E VAI DRITTO E IN
FONDO ALLA STRADA
"
(Brevi consigli di sopravvivenza)
Non so quanti di voi siano andati mai al lido, quindi
cercherò di dare un senso geografico ai miei
deliri mentali. Le sale di proiezione sono 6: la
Sala Grande, la Sala Volpi, la Sala Pasinetti, la
Sala Perla, il Palagalileo e il PalaBNL. Le prime
tre sono tutte dentro al Palazzo del Cinema, quello
che viene inquadrato in ogni servizio di ogni telegiornale
e che assomiglierebbe molto ad un ipermercato (formazione
rettangolare, grandi vetrate, verniciatura bianca)
se non avesse l'ingresso in moquette con tanto di
tappetino rosso. La Sala Perla si trova all'interno
del Casinò, il Palagalileo è alle spalle
del Palazzo del Cinema e come il PalaBNL (che si trova
più lontano) è un tendone. Inutile dire
come la Sala Grande sia la principale, è lì
che si tengono le prime dei film in concorso con gli
autori presenti in sala. E' di gran lunga la sala
più comoda, con poltroncine di colore avana
e uno spazio decente per le gambe. In ordine di importanza
la seconda sala è il Palagalileo, dove
si tengono le proiezioni per la Stampa: un enorme
tendone con poltroncine rosse. Lo schermo e l'acustica
sono i migliori della mostra, ma la sala presenta
difetti vari. Tutto va bene fino a quando uno riesce
a trovare posto nelle file centrali o vicine allo
schermo. Se malauguratamente capita di doversi sedere
nelle ultimissime file è consigliabile prendere
subito appuntamento dal fisioterapista. La vostra
spina dorsale tenderà a danneggiarsi e sarete
costretti a cambiare posizione un centinaio di volte.
Vista la poca distanza tra le file i vostri continui
spostamenti vi porteranno a prendere a calci ripetutamente
la schiena della persona che vi sta davanti, provocando
dissapori e risse verbali. Negli spettacoli pomeridiani
tra l'altro l'aria condizionata della sala tende a
scendere sotto zero, con raffiche di vento freddo
dall'alto e spifferi alle spalle. A conti fatti entrare
al Palagalileo significa sicuramente vedere e sentire
il film nel migliore dei modi, ma potrebbe anche significare
vedere l'ultimo film della propria vita.
 |
| Il
PalaBNL |
Sempre meglio del PalaBNL, dove vengono fatte
le proiezioni per accrediti e pubblico pagante; la
sala ha gli stessi identici difetti del Palagalileo
senza averne neanche uno dei pregi (i film si vedono
decentemente e si sentono così così).
La Sala Perla è decisamente una delle più
carine per la forma e una delle più comode.
Peccato solo per l'aria condizionata, la più
condizionata dell'intero lido. La Sala Volpi
e la sala Pasinetti sono il mistero più
fitto della mostra del cinema: la prima è microscopica
e presentava film in concorso nella settimana della
critica e repliche di film delle retrospettive, la
seconda è grande e presentava esclusivamente
film della retrospettiva sul cinema sovietico. Morale
della favola per la Sala Volpi bisognava fare file
mostruose col rischio di non entrare, la Pasinetti
era sempre semivuota. Entrambe comunque sono comode
e con un ottimo audio.
Dopo alcuni giorni di mostra diventa impellente
il bisogno di trovare una posizione comoda per dormire.
So che così la cosa può apparire squallida,
ma vi assicuro che non c'è niente di meglio
che addormentarsi ad una proiezione della mostra.
Faccio un esempio: l'ultimo giorno della mostra (l'8
settembre) sono stati replicati molti dei film già
fatti per permettere a chi se li era persi di recuperarli.
Io li avevo visti praticamente tutti - e quelli che
mi ero perso non li hanno replicati, sfortunaccia
nera - così sono andato a rivedermi "Roger
Dodger", simpatica commedia statunitense. Sono
riuscito a trovare un posto defilato sulla sinistra
senza nessuno davanti a me, così a luci spente
ho allungato le gambe sulla poltroncina davanti e
mi sono dato all'impareggiabile studio del sonno.
Ho dormito per un'oretta buona prima di essere svegliato
da una ragazza che mi scuoteva le gambe. Temendo di
intralciarle il passaggio mi sono messo di colpo seduto,
per poi scoprire che lei voleva solo sapere dov'era
il bagno in sala. Dopo aver borbottato la risposta
ho cercato di rimettermi a dormire, ma non c'è
stato nulla da fare. Il fatto è che le proiezioni
sono infinite ed è impossibile restare svegli
in eterno, quindi a volte trovare un film che già
si conosce o che non piace diventa una manna dal cielo
(mi sono torturato gli occhi per non addormentarmi
ai film che mi interessavano). Venezia oltre a molti
splendidi film mi ricorda due dormite storiche: nel
2000 in Sala Grande durante la proiezione di "Pollock"
di Ed Harris, con tanto di felpa divisa a metà
con un mio amico e usata come cuscino, e nel 2001
al Palagalileo durante la proiezione di "The
Hired Hand" splendido film del 1971 di Peter
Fonda, che io avevo già visto a Roma.
Prima di abbandonare il discorso sulle sale vorrei
elogiare il comportamento delle maschere che
in sala accompagnano le persone ai posti liberi se
il film è già iniziato (le sale della
mostra a film iniziato sono nell'oscurità più
totale, non si vede niente). Ragazze coraggiosissime
pronte a rischiare cadute storiche nella sala. Uno
degli ultimi giorni sono entrato in ritardo in Sala
Grande per vedere "Women's Prison", film
iraniano sulla condizione carceraria femminile. Una
ragazza mi ha detto di seguirla, io non la vedevo
minimante e così camminavo alla velocità
media di una tartaruga zoppa. Lei pazientemente ha
aspettato che capissi dove erano i gradini e mi ha
condotto ad un posto quasi centrale, per poi tornare
indietro a prendere i miei amici. Una santa. Come
coraggiosa è stata la maschera che in Sala
Perla ha fatto un volo allucinante per indicarci l'uscita
giusta. Vita pericolosa quella degli "operai"
della mostra.
A sollazzare gli accreditati tra un film e l'altro
ci pensano invece i vari stand della zona "Cinema
Garden" (vicino al piazzale del Casinò).
Molti sono minibar pronti a rifilarti un panino al
prosciutto a 4 Euro e a distruggerti le orecchie con
musica (allo stand più grande mettevano in
repeat solo la colonna sonora di "Spider Man")
spesso commerciale. Poche le eccezioni, e sempre sulla
musica, mai sui prezzi. L'unica bevanda veramente
conveniente da prendere (a parte l'acqua delle fontanelle)
è lo Spriz, invenzione veneta che ora su due
piedi non saprei spiegare con precisione. Si può
scegliere se prenderlo con l'Aperol o con il Campari.
Io preferisco la prima soluzione. Vicino al PalaBNL
c'è invece quella che io chiamo la "Zona
Pranzo". Un piccolo alimentari specializzato
nel rifornimento cibario per accreditati, con panini
a prezzi finalmente umani, che è ormai da cinque
anni la mia meta fissa verso l'una. Presi i panini
tutti si spostano in un parchetto limitrofo, con molti
alberi e atmosfera rilassata, oltre ad un campo da
basket trasformato il penultimo giorno da me e da
due miei amici in campo di calcetto dove abbiamo giocato
con una palletta praticamente invisibile e dal rimbalzo
incontrollabile. Presa la decisione di giocare a calcio
la sera stessa, con gli stand ormai chiusi e in fase
di smantellamento, abbiamo giocato con un tango sgonfio
coinvolgendo altri accrediti sul piazzale del Casinò,
guardati in maniera divertita dalla polizia e dai
passanti. A fine serata abbiamo regalato il pallone
ad un gruppo di ragazzi che voleva giocare sulla spiaggia
e siamo tornati a casa, alla nostra mansarda polverosa,
dove ci siamo preparati ad abbandonare, il giorno
dopo, la vita veneziana.