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OSSERVAZIONI EQUAZIONI IRRITAZIONI E FASCINAZIONI DELLA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA

immane resoconto a cura di Raffaele Meale

PROLOGO

Ho passato molte delle poche ore di sonno concessemi dal ritmo ossessivo della Mostra ad interrogarmi sul taglio da dare a questo "pezzo" (articolo? recensione? flusso di coscienza? improvvisazione?). Da principio avevo optato per una semplice sequenza di recensioni, brani di stampo giornalistico, nei quali prendesse il sopravvento la mia parte logica, la freddezza, il categorico.

Ho eliminato presto questa possibilità per due semplici motivi: UNO, si è scritto molto - troppo - in questi dodici giorni di festival, e aggiungere un ulteriore articolo su dato film o dato attore sarebbe stata un'operazione inutile e scialba, DUE, scrivere un articolo del genere mi avrebbe profondamente annoiato. Ho scelto quindi la via dell'anarchia, e con spirito libertario cercherò di evocare questo periodo appena trascorso attraverso ricordi, memorie, nostalgie, singulti, frasi, spezzoni, in un ideale montaggio mentale di ciò che ha significato per me la Mostra.

Narrerò comunque dei film, delle mie preferenze e della vita del festival, perché volente o nolente so che non riuscirei ad evitarlo. Sperando di non risultare pedante, noioso o eccessivamente egocentrico.

 

PARTE PRIMA. L'ORGANIZZAZIONE

"IL PROBLEMA DEI MURIDI INFESTANTI"
(La minaccia della zanzara tigre)

Con ogni probabilità se narrassi ad un uditorio ignaro le mie gesta da "Accredito Cinema" e la mia vita quotidiana al Lido di Venezia sarei preso per pazzo. Effettivamente visto dal di fuori il mondo del festival del cinema è difficilmente comprensibile. Chi passerebbe quindici ore al giorno (se non di più) per due settimane chiuso in una sala cinematografica, con due panini a pranzo e uno a cena e tre/quattro ore di sonno a notte? Poca gente, suppongo. C'è bisogno di passione, coraggio e un bel po' di irresponsabilità. E che la vita da accreditato non sia comoda lo dimostra chiaramente il numero di defezioni a metà del percorso, persone che cedono, non ce la fanno più, e abbandonano il lido per tornare alla vita di tutti i giorni. Al mio quinto anno consecutivo alla Mostra so ormai come tenere a bada i nemici e superare gli ostacoli. Perché sembra sempre che l'organizzazione faccia di tutto per fiaccare le resistenze umane dei giovani (vecchi o di mezza età) cinefili.

La zanzara

Inizio col far notare come nello stesso periodo della mostra si tenga al lido un altro imprescindibile meeting internazionale: quello delle zanzare. Zanzare di ogni razza e dimensione, capaci di pungere attraverso gli abiti e le scarpe (e non sto esagerando, è la pura verità), contro cui la sera a casa ingaggiavamo lotte furibonde, gettandoci contro di loro armati di ciabatte, giornali, libri, pentole. Prima di andare a dormire contavamo i caduti e onoravamo gli sconfitti, oramai trasformati in piccoli grumi di sangue sulla suola delle scarpe. Quando una mattina si è sparsa in Sala Perla la notizia terroristica dell'arrivo sull'isolotto anche della zanzara tigre, molti sono stati gli sguardi preoccupati. Insomma, dodici giorni passati a grattarsi. Chi stoicamente resisteva agli attacchi dei sibilanti vampiri si trovava di fronte ad un nuovo, devastante ostacolo: l'influenza. Come ogni anno ho passato i miei ultimi giorni romani ad informarmi sulle temperature. Come ogni anno si è detto che sarebbe piovuto in continuazione. Come ogni anno ha piovuto un giorno solamente (il primo, un diluvio durato un'ora che logicamente ci ha colti in mezzo alla strada). Si mormorerà dunque "ma se non piove che c'entra l'influenza"? Il vero problema non è infatti la pioggia, ma le sale dove vengono effettuate le proiezioni; visto che fuori fanno 20° gli organizzatori pensano bene di mettere l'aria condizionata a temperature glaciali, cosicché dal quarto giorno in poi i film hanno un sottofondo ininterrotto di starnuti e colpi di tosse. Con gran felicità dei farmacisti che vendono aspirine come fossero caramelle. Tra l'altro, avendo affittato come al solito un appartamento da tre ed essendoci ficcati dentro in sette, ognuno di noi ha dormito abbondantemente su un materassino a dieci centimetri dal pavimento. Per farla breve, a tre giorni dal termine della mostra la nostra mansarda con vista su un canale lidense sembrava un lebbrosario. Non che questo ci abbia impedito di continuare col solito tran-tran, per carità, ma l'aria malaticcia me la sono portata anche a Roma, e spero di evitare ricadute.

A completare l'opera di demolizione dell'entusiasmo arrivano poi i prezzi. Il Lido di Venezia diventa per quindici giorni la zona italiana più cara. Se si riesce ancora a trovare un caffè ad 80 centesimi (che comunque per un romano è tanto) tutto il resto acquista proporzioni bibliche: i panini arrivano fino a quattro euro, i menù turistici non partono da meno di diciotto euro (tranne un santo ristorante che li mette a dieci), tutto ciò che non ha un prezzo fisso lievita. E lievita anche la disperazione di chi ha un tot di soldi e in quel posto ci deve campare per due settimane. Superate queste traversie, comunque, l'accreditato può godersi tutte le gioie (e sono tante, tantissime) che un festival del cinema di questa portata spande con generosità.

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"CHI NON HA VISSUTO NEGLI ANNI PRIMA DELLA RIVOLUZIONE, NON PUÒ CAPIRE COSA SIA LA DOLCEZZA DEL VIVERE"
(La mostra nell'anno del Berlusca)

Si era parlato a lungo del timore che la mostra fosse trasformata in un'apologia del governo di centro destra. Si era cambiato direttore a pochi mesi dall'evento, buttando via il "senza infamia e senza lode" vecchio direttore Barbera e mettendo al suo posto lo svizzero Moritz de Hadeln, direttore per 22 anni del Festival di Berlino, incrocio perfetto tra l'ispettore Derrick e l'orso Yoghi. Anch'io ero molto preoccupato, le parole del ministro Urbani sul bisogno di evidenziare l'italianità della mostra sapevano molto di nazionalismo bigotto, la mostra non sembrava reggere il confronto in qualità con quelle passate. Ma sono bastati pochi giorni per capire come le speranze del governo di mettere le mani sulla mostra fossero sbiaditi sogni. Il film di apertura è stato

Salma Hayek, protogonista di "Frida"

"Frida" di Julie Taymor - regista anche di "Titus" -, dedicato alla figura di Frida Khalo, straordinaria pittrice messicana, compagna in vita dell'altrettanto celebre pittore Diego Rivera, colonna portante del partito comunista messicano. Insomma, un film schierato (anche se la figura di Trozskij è quantomeno ridicola, più che un ideologo sembra un vecchietto ubriacone e rubicondo). Poi è stata la volta della requisitoria contro la chiesa del film di Peter Mullan, "Magdalene Sisters", e Urbani, indignato, ha abbandonato il lido promettendo vendetta, tremenda vendetta nei confronti del bonario de Hadeln. Per non parlare dei riconoscimenti alla carriera: oltre alla retrospettiva su Michelangelo Antonioni, un omaggio a John Cassavetes, uno a Dino Risi, e una proiezione per ricordare Fassbinder e Glauber Rocha. Tutta gente che di destra non ha (o non aveva) neanche un capello. Ma il vero problema sta nel fatto che una mostra internazionale d'arte cinematografica tende a promuovere il nuovo, il rivoluzionario, la sperimentazione di nuovi linguaggi, tutti termini che poco hanno a che fare con la politica conservatrice di buona parte della destra. Ah, dimenticavo anche una retrospettiva sull'impatto del cinema sovietico degli anni trenta nella società cinefila italiana del periodo. Insomma, già dal terzo giorno ho iniziato a leggere sui vari daily (giornalini gratis che raccontano la vita e lo stato di salute della mostra giorno per giorno) le possibili candidature per il prossimo anno alla poltrona del povero Moritz. Che a mio parere ha fatto un ottimo lavoro a livello di scelta dei film, raramente si era avuta alla mostra tanta varietà di stili e di idee, e se alla fine di tutto ritengo che questa sia stata la mia permanenza veneziana più piacevole lo devo sicuramente anche allo svizzero dall'italiano divertente ma (quasi) impeccabile.

Le noti dolenti di questo passaggio di consegna sono altrove; forse l'annata dei vini è stata particolarmente buona ma i proiezionisti (soprattutto quelli della Sala Perla) sembravano spesso ubriachi. Incapaci di usare un dvd collegato ad un videoproiettore, incapaci di mettere a fuoco da subito la pellicola, incapaci di capire da subito che se il quadro viene messo troppo in basso non si leggono i sottotitoli - e capire un film in lingua farsi diventa operazione ai limiti dell'immaginario. Una vera tragedia. Altro problema dell'organizzazione è stato quello solito degli accrediti cinema. L'accredito cinema (o accredito culturale) è il gradino più basso nella scala gerarchica degli ingressi in sala, e come in ogni società che si rispetti è logicamente è il grado più affollato. Così capitava spesso di vedere file immani di accrediti cinema/greggi costrette a brucare erbetta mentre in sala entravano nell'ordine Pubblico Pagante, Industry/Office e Media/Press. Poi via allo sbranamento per i posti residui. Ma questo è un problema di ogni mostra, l'anno scorso discussi animatamente con Barbera per il trattamento riservatoci. Così, consapevole da subito della situazione, quest'anno mi sono intrufolato quasi sempre nelle proiezioni per la stampa al Palagalileo, sfruttando il fatto che è praticamente impossibile che la stampa riempia un tendone immenso come la sala in questione (sono stato cacciato via solo a "Full Frontal" e "Dolls", ma erano due dei film più attesi). Ma torniamo alle temute ingerenze del governo negli affari della mostra: dopo l'abbandono di Urbani poche sono state le personalità di destra sull'isola, e tutte abbondantemente fischiate dal pubblico. Addirittura prima del film "Due amici" è stato fischiato il logo della Medusa, casa di produzione di Silvio Berlusconi. Ma questo vuol dire poco, il pubblico della mostra del cinema, così come gli addetti ai lavori, sono in gran predominanza di sinistra e anche molti cinefili di destra sono contrari alla politica del ministro Urbani. Insomma, chi si aspettava una mostra rivoluzionata sarà rimasto deluso, chi si aspettava una mostra inferiore in qualità alle precedenti sarà rimasto sorpreso, chi non si aspettava niente non sarà andato alla mostra.

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"DIETRO AL PALAZZO DEL CINEMA, POI SOTTO I PORTICI GIRI A DESTRA E VAI DRITTO E IN FONDO ALLA STRADA…"
(Brevi consigli di sopravvivenza)

Non so quanti di voi siano andati mai al lido, quindi cercherò di dare un senso geografico ai miei deliri mentali. Le sale di proiezione sono 6: la Sala Grande, la Sala Volpi, la Sala Pasinetti, la Sala Perla, il Palagalileo e il PalaBNL. Le prime tre sono tutte dentro al Palazzo del Cinema, quello che viene inquadrato in ogni servizio di ogni telegiornale e che assomiglierebbe molto ad un ipermercato (formazione rettangolare, grandi vetrate, verniciatura bianca) se non avesse l'ingresso in moquette con tanto di tappetino rosso. La Sala Perla si trova all'interno del Casinò, il Palagalileo è alle spalle del Palazzo del Cinema e come il PalaBNL (che si trova più lontano) è un tendone. Inutile dire come la Sala Grande sia la principale, è lì che si tengono le prime dei film in concorso con gli autori presenti in sala. E' di gran lunga la sala più comoda, con poltroncine di colore avana e uno spazio decente per le gambe. In ordine di importanza la seconda sala è il Palagalileo, dove si tengono le proiezioni per la Stampa: un enorme tendone con poltroncine rosse. Lo schermo e l'acustica sono i migliori della mostra, ma la sala presenta difetti vari. Tutto va bene fino a quando uno riesce a trovare posto nelle file centrali o vicine allo schermo. Se malauguratamente capita di doversi sedere nelle ultimissime file è consigliabile prendere subito appuntamento dal fisioterapista. La vostra spina dorsale tenderà a danneggiarsi e sarete costretti a cambiare posizione un centinaio di volte. Vista la poca distanza tra le file i vostri continui spostamenti vi porteranno a prendere a calci ripetutamente la schiena della persona che vi sta davanti, provocando dissapori e risse verbali. Negli spettacoli pomeridiani tra l'altro l'aria condizionata della sala tende a scendere sotto zero, con raffiche di vento freddo dall'alto e spifferi alle spalle. A conti fatti entrare al Palagalileo significa sicuramente vedere e sentire il film nel migliore dei modi, ma potrebbe anche significare vedere l'ultimo film della propria vita.

 

Il PalaBNL

Sempre meglio del PalaBNL, dove vengono fatte le proiezioni per accrediti e pubblico pagante; la sala ha gli stessi identici difetti del Palagalileo senza averne neanche uno dei pregi (i film si vedono decentemente e si sentono così così). La Sala Perla è decisamente una delle più carine per la forma e una delle più comode. Peccato solo per l'aria condizionata, la più condizionata dell'intero lido. La Sala Volpi e la sala Pasinetti sono il mistero più fitto della mostra del cinema: la prima è microscopica e presentava film in concorso nella settimana della critica e repliche di film delle retrospettive, la seconda è grande e presentava esclusivamente film della retrospettiva sul cinema sovietico. Morale della favola per la Sala Volpi bisognava fare file mostruose col rischio di non entrare, la Pasinetti era sempre semivuota. Entrambe comunque sono comode e con un ottimo audio.

Dopo alcuni giorni di mostra diventa impellente il bisogno di trovare una posizione comoda per dormire. So che così la cosa può apparire squallida, ma vi assicuro che non c'è niente di meglio che addormentarsi ad una proiezione della mostra. Faccio un esempio: l'ultimo giorno della mostra (l'8 settembre) sono stati replicati molti dei film già fatti per permettere a chi se li era persi di recuperarli. Io li avevo visti praticamente tutti - e quelli che mi ero perso non li hanno replicati, sfortunaccia nera - così sono andato a rivedermi "Roger Dodger", simpatica commedia statunitense. Sono riuscito a trovare un posto defilato sulla sinistra senza nessuno davanti a me, così a luci spente ho allungato le gambe sulla poltroncina davanti e mi sono dato all'impareggiabile studio del sonno. Ho dormito per un'oretta buona prima di essere svegliato da una ragazza che mi scuoteva le gambe. Temendo di intralciarle il passaggio mi sono messo di colpo seduto, per poi scoprire che lei voleva solo sapere dov'era il bagno in sala. Dopo aver borbottato la risposta ho cercato di rimettermi a dormire, ma non c'è stato nulla da fare. Il fatto è che le proiezioni sono infinite ed è impossibile restare svegli in eterno, quindi a volte trovare un film che già si conosce o che non piace diventa una manna dal cielo (mi sono torturato gli occhi per non addormentarmi ai film che mi interessavano). Venezia oltre a molti splendidi film mi ricorda due dormite storiche: nel 2000 in Sala Grande durante la proiezione di "Pollock" di Ed Harris, con tanto di felpa divisa a metà con un mio amico e usata come cuscino, e nel 2001 al Palagalileo durante la proiezione di "The Hired Hand" splendido film del 1971 di Peter Fonda, che io avevo già visto a Roma.

Prima di abbandonare il discorso sulle sale vorrei elogiare il comportamento delle maschere che in sala accompagnano le persone ai posti liberi se il film è già iniziato (le sale della mostra a film iniziato sono nell'oscurità più totale, non si vede niente). Ragazze coraggiosissime pronte a rischiare cadute storiche nella sala. Uno degli ultimi giorni sono entrato in ritardo in Sala Grande per vedere "Women's Prison", film iraniano sulla condizione carceraria femminile. Una ragazza mi ha detto di seguirla, io non la vedevo minimante e così camminavo alla velocità media di una tartaruga zoppa. Lei pazientemente ha aspettato che capissi dove erano i gradini e mi ha condotto ad un posto quasi centrale, per poi tornare indietro a prendere i miei amici. Una santa. Come coraggiosa è stata la maschera che in Sala Perla ha fatto un volo allucinante per indicarci l'uscita giusta. Vita pericolosa quella degli "operai" della mostra.

A sollazzare gli accreditati tra un film e l'altro ci pensano invece i vari stand della zona "Cinema Garden" (vicino al piazzale del Casinò). Molti sono minibar pronti a rifilarti un panino al prosciutto a 4 Euro e a distruggerti le orecchie con musica (allo stand più grande mettevano in repeat solo la colonna sonora di "Spider Man") spesso commerciale. Poche le eccezioni, e sempre sulla musica, mai sui prezzi. L'unica bevanda veramente conveniente da prendere (a parte l'acqua delle fontanelle) è lo Spriz, invenzione veneta che ora su due piedi non saprei spiegare con precisione. Si può scegliere se prenderlo con l'Aperol o con il Campari. Io preferisco la prima soluzione. Vicino al PalaBNL c'è invece quella che io chiamo la "Zona Pranzo". Un piccolo alimentari specializzato nel rifornimento cibario per accreditati, con panini a prezzi finalmente umani, che è ormai da cinque anni la mia meta fissa verso l'una. Presi i panini tutti si spostano in un parchetto limitrofo, con molti alberi e atmosfera rilassata, oltre ad un campo da basket trasformato il penultimo giorno da me e da due miei amici in campo di calcetto dove abbiamo giocato con una palletta praticamente invisibile e dal rimbalzo incontrollabile. Presa la decisione di giocare a calcio la sera stessa, con gli stand ormai chiusi e in fase di smantellamento, abbiamo giocato con un tango sgonfio coinvolgendo altri accrediti sul piazzale del Casinò, guardati in maniera divertita dalla polizia e dai passanti. A fine serata abbiamo regalato il pallone ad un gruppo di ragazzi che voleva giocare sulla spiaggia e siamo tornati a casa, alla nostra mansarda polverosa, dove ci siamo preparati ad abbandonare, il giorno dopo, la vita veneziana.

INDICE
Intro e film citati
 
Prologo
Parte Prima.
L'organizzazione
La minaccia della zanzara tigre
La mostra nell'anno del Berlusca
Brevi consigli di sopravvivenza
 
Parte Seconda.
Venezia 59
Cinema d'Oriente
Arrivano gli Americani
I film italiani
Dall'Europa
Opere collettive e omaggi
Le colonne sonore
 
Parte terza.
Considerazioni?
"Epilogo"
"Ringraziamenti"
 

 


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