QUELLO IN CUI SI DESCRIVE L'IMPOSSIBILITÀ DELL'EPICA
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The Wild Bunch
(fonte: www.imdb.com) |
Il
western è, tra tutti i generi cinematografici
che lustrarono la carrozzeria splendente di Hollywood,
quello che risponde maggiormente a dei codici
chiaramente delineati. Ed è soprattutto
il genere nel quale è più semplice
trovare un contatto con l’epica e
il pathos: o almeno era. Appare infatti
sempre più chiara l’impossibilità
della messa in scena dell’epica nel western
contemporaneo; termine che nella lettura post-moderna
della settima arte si trova svuotato di qualsiasi
senso, attorniato da un’esigenza parodista
e da un’autoriflessività estremizzata
che non possono far altro che ridimensionarne
gli orizzonti. E non è un caso che dopo
la scomparsa di Sam Peckinpah, forse l’ultimo
regista western nella sua accezione più
classica (per quanto l’intera opera di Peckinpah
sia pervasa dalla spinta alla ricerca estrema
della riscrittura del genere, ricerca che raggiunge
i suoi apici nella desolazione anti-eroica e malsana
di Pat Garrett & Billy the Kid e soprattutto
nella marcia funebre virile di The Wild Bunch,
dove l’idea classica del “gruppo”
tanto cara a John Sturges diventa simbolo di un
mondo in disfacimento e il rapporto con il fato
si trasforma in accettazione apatica), il genere
sia rimasto intrappolato in un limbo strutturale
diviso tra la riproposizione acritica dell’età
d’oro e una serie di contaminazioni che
ne hanno determinato un ridimensionamento notevole.
Uno degli esempi più palesi di negazione
dell’epica è presente in Open
Range, ultima fatica autoriale di Kevin Costner.
L’epica western, i grandi spazi assolati,
il crescendo destinato a culminare nel duello,
vengono continuamente negati nell’opera
di Costner; se ne ritrovano i connotati solo nell’incipit
in campo lungo e nel duello finale - pure così
scarno, essenziale -. Il resto è tutt’altro,
western minimale, addirittura melodramma a grave
rischio diabetico, riflessivo e con poca, pochissima
azione. Il western classico diventa dunque una
cornice circoscrivente, e nulla di più;
i pochi accenni sopra enunciati servono a delineare
un percorso di (ri)conoscimento del genere. Raggiunto
questo scopo risultano essere inutili, o meglio
inutilizzabili. Nella tenebra postmoderna
il western è stato “ridotto”
ad elemento crepuscolare anche e soprattutto
per la sua forte caratterizzazione metaforica;
genere statunitense per eccellenza, è sempre
stato interpretato come specchio della società
contemporanea. In John Ford e Howard Hawks vi
si riflettevano i peana verso un’America
gagliarda, strafottente ma giusta, armata in difesa
della propria terra, rozza ma pura. La caccia
alle streghe di McCarthy, il Vietnam - elemento
di rottura totale dell’America, a livello
sociologico e artistico, pari solo al recente
crollo delle Twin Towers -, gli omicidi dei Kennedy
e di Martin Luther King, la fallimentare presidenza
Nixon, hanno intaccato nel profondo quell’immagine
riflessa della terra dei sogni. In una
ventina di anni la giustizia è diventata
un’opinione, l’arma è diventata
inequivocabilmente d’attacco, la rozzezza
è diventata terreno fertile per le impurità.
Sam Peckinpah definiva la violenza un elemento
inscindibile dall’America, nazione nata
grazie a soprusi di vario genere; l’intera
storia americana girava intorno ad una pistola.
La morte dei giusti (Kennedy e il reverendo King),
l’olocausto vietnamita che riportava alla
luce quello perpetrato nei confronti dei pellerossa
- parallelismo sintetizzato con forza e chiarezza
da Ralph Nelson in Soldier Blue -, ha palesato
la necessità di una rilettura pessimista
e anti-eroica dell’epopea western. Le celebri
corse indette per l’assegnazione di terre
senza padrone si sono trasformate da momento idilliaco,
a tratti comico, a elemento angosciante, feroce,
quasi cannibalesco (nel senso spirituale del termine,
homo homini lupus del diciannovesimo secolo),
la corsa all’oro ha puntato l’accento
sulla base capitalista della società statunitense.
I personaggi storici che rappresentavano la virilità
patriottarda sono stati sostituiti da uomini confusi,
ex-galeotti, incapaci di distinguere il giusto
dalla legge, costretti ad una decadenza morale
e intellettuale. Così come il Wyatt
Earp interpretato da Henry Fonda in My
Darling Clementine e il Tom Doniphon
a cui diede volto John Wayne in The Man Who
Shot Liberty Valance si possono ergere a simbolo
del western dell’età dell’oro,
il James Coburn/Pat Garrett del film di
Peckinpah è l’icona dietro la quale
si nasconde l’età del ferro. L’oro
degli ideali (raggiunti spesso attraverso la pistola)
viene superato dal ferro delle pistole (che uccidono
cinicamente qualsiasi ideale). E quando si tenta
di riportare in vita il mito (in Wyatt Earp
di Kasdan o in Tombstone di Cosmatos) si
cade, perché non si può far altro
che cadere.
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