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C'ERA UNA VOLTA IL WEST(ERN)
di Raffaele Meale


QUELLO IN CUI SI DESCRIVE L'IMPOSSIBILITÀ DELL'EPICA

The Wild Bunch
(fonte: www.imdb.com)
Il western è, tra tutti i generi cinematografici che lustrarono la carrozzeria splendente di Hollywood, quello che risponde maggiormente a dei codici chiaramente delineati. Ed è soprattutto il genere nel quale è più semplice trovare un contatto con l’epica e il pathos: o almeno era. Appare infatti sempre più chiara l’impossibilità della messa in scena dell’epica nel western contemporaneo; termine che nella lettura post-moderna della settima arte si trova svuotato di qualsiasi senso, attorniato da un’esigenza parodista e da un’autoriflessività estremizzata che non possono far altro che ridimensionarne gli orizzonti. E non è un caso che dopo la scomparsa di Sam Peckinpah, forse l’ultimo regista western nella sua accezione più classica (per quanto l’intera opera di Peckinpah sia pervasa dalla spinta alla ricerca estrema della riscrittura del genere, ricerca che raggiunge i suoi apici nella desolazione anti-eroica e malsana di Pat Garrett & Billy the Kid e soprattutto nella marcia funebre virile di The Wild Bunch, dove l’idea classica del “gruppo” tanto cara a John Sturges diventa simbolo di un mondo in disfacimento e il rapporto con il fato si trasforma in accettazione apatica), il genere sia rimasto intrappolato in un limbo strutturale diviso tra la riproposizione acritica dell’età d’oro e una serie di contaminazioni che ne hanno determinato un ridimensionamento notevole. Uno degli esempi più palesi di negazione dell’epica è presente in Open Range, ultima fatica autoriale di Kevin Costner. L’epica western, i grandi spazi assolati, il crescendo destinato a culminare nel duello, vengono continuamente negati nell’opera di Costner; se ne ritrovano i connotati solo nell’incipit in campo lungo e nel duello finale - pure così scarno, essenziale -. Il resto è tutt’altro, western minimale, addirittura melodramma a grave rischio diabetico, riflessivo e con poca, pochissima azione. Il western classico diventa dunque una cornice circoscrivente, e nulla di più; i pochi accenni sopra enunciati servono a delineare un percorso di (ri)conoscimento del genere. Raggiunto questo scopo risultano essere inutili, o meglio inutilizzabili. Nella tenebra postmoderna il western è stato “ridotto” ad elemento crepuscolare anche e soprattutto per la sua forte caratterizzazione metaforica; genere statunitense per eccellenza, è sempre stato interpretato come specchio della società contemporanea. In John Ford e Howard Hawks vi si riflettevano i peana verso un’America gagliarda, strafottente ma giusta, armata in difesa della propria terra, rozza ma pura. La caccia alle streghe di McCarthy, il Vietnam - elemento di rottura totale dell’America, a livello sociologico e artistico, pari solo al recente crollo delle Twin Towers -, gli omicidi dei Kennedy e di Martin Luther King, la fallimentare presidenza Nixon, hanno intaccato nel profondo quell’immagine riflessa della terra dei sogni. In una ventina di anni la giustizia è diventata un’opinione, l’arma è diventata inequivocabilmente d’attacco, la rozzezza è diventata terreno fertile per le impurità. Sam Peckinpah definiva la violenza un elemento inscindibile dall’America, nazione nata grazie a soprusi di vario genere; l’intera storia americana girava intorno ad una pistola. La morte dei giusti (Kennedy e il reverendo King), l’olocausto vietnamita che riportava alla luce quello perpetrato nei confronti dei pellerossa - parallelismo sintetizzato con forza e chiarezza da Ralph Nelson in Soldier Blue -, ha palesato la necessità di una rilettura pessimista e anti-eroica dell’epopea western. Le celebri corse indette per l’assegnazione di terre senza padrone si sono trasformate da momento idilliaco, a tratti comico, a elemento angosciante, feroce, quasi cannibalesco (nel senso spirituale del termine, homo homini lupus del diciannovesimo secolo), la corsa all’oro ha puntato l’accento sulla base capitalista della società statunitense. I personaggi storici che rappresentavano la virilità patriottarda sono stati sostituiti da uomini confusi, ex-galeotti, incapaci di distinguere il giusto dalla legge, costretti ad una decadenza morale e intellettuale. Così come il Wyatt Earp interpretato da Henry Fonda in My Darling Clementine e il Tom Doniphon a cui diede volto John Wayne in The Man Who Shot Liberty Valance si possono ergere a simbolo del western dell’età dell’oro, il James Coburn/Pat Garrett del film di Peckinpah è l’icona dietro la quale si nasconde l’età del ferro. L’oro degli ideali (raggiunti spesso attraverso la pistola) viene superato dal ferro delle pistole (che uccidono cinicamente qualsiasi ideale). E quando si tenta di riportare in vita il mito (in Wyatt Earp di Kasdan o in Tombstone di Cosmatos) si cade, perché non si può far altro che cadere.

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