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C'ERA UNA VOLTA IL WEST(ERN)
di Raffaele Meale


QUELLO IN CUI SI IPOTIZZA IL SESSO COME DUELLO

Elephant
(fonte: www.cinemavvenire.it)
Il duello rappresenta, nella sua essenzialità carica di riflessioni sulla dualità, sul destino, sulla fine nel senso più esteso del termine, il culmine drammaturgico del western. Racchiude in sé la deriva romantica che eleva l’atto a mito e allo stesso tempo preclude ogni possibilità a soluzioni altre. Nella sua funzione speculare (uomo contro uomo, faccia a faccia) impone la prerogativa del campo/controcampo, laddove il resto della scenografia sembra naturalmente portato al campo lungo, a tratti lunghissimo. La più estrema rappresentazione del duello recentemente messa in mostra è quella operata da Bruno Dumont in 29 Palms, passato nel 2003 a Venezia tra i rigurgiti bacchettoni di buona parte della platea. Chiusura mentale dettata dalla scelta stilistica di Dumont, intenzionato a identificare la contesa nell’esplicazione dell’atto sessuale. Il sesso in 29 Palms diventa scontro prima che incontro e non prevede intromissioni esterne. Solo i due protagonisti, non a caso dispersi nel deserto, zona liminare e simbolo intrinseco dell’orizzonte western, che si accoppiano, si cercano e si scacciano a vicenda. Un duello potenzialmente senza fine, e che vive la sua esplosione catartica quando alla coppia si aggiungono personaggi esterni, anche loro alla ricerca disperata del duello come atto definitivo, in questo caso identificato nello stupro, nella sopraffazione. La violenza irrompe con una forza deflagrante nella routine della schermaglia e ne riforma i confini, degradandoli e confondendone il senso primario. Perché il duello/atto sessuale a questo punto si trasforma in qualcosa di impossibile da affrontare, ora che il riflesso, la dualità, il campo/controcampo ha perso la sua accezione iniziale e si è aperto ad altri duelli, basati su regole diverse, e che prevedono - laddove prima questa esigenza era stata negata - l’elencazione di vincitori e vinti. Ora che il duello non ha più una sua determinazione unica ed è stato, al di là della propria volontà, costretto a contaminarsi l’atto ha perso ogni sua significazione. Ora c’è l’obbligo della soluzione finale, vittoria o sconfitta, vita o morte. E questo porta alla violenza finale, follia catartica improvvisa e definitiva. E porta al suicidio, corpo desolato nell’infinità del deserto, nudo perché la nudità era la base del duello primordiale. Un campo lungo su un corpo senza più vita; forse la più pura rilettura dell’immaginario western degli ultimi anni. La più silenziosa, la più estrema, e la più desolante.
Per Dumont la routine è dunque l’emblema dell’infinito e solo la violenza può spezzarne l’eterno fluire; visione non dissimile da quella enunciata in Elephant da Gus Van Sant. In entrambi i casi la violenza arriva a distruggere la ripetizione eterna di un unico momento: momento inteso come atto nel film di Dumont e come attimo in quello di Van Sant. Da un lato dunque si punta l’accento sulla spazialità degli eventi - accoppiamenti continui nel deserto - dall’altro sulla temporalità degli stessi - la giornata nella scuola di Columbine. Sia la coppia di 29 Palms che gli studenti di Elephant sembrano reiterare all’infinito le proprie peculiarità in attesa dell’elemento di disturbo; in entrambi i casi alla violenza dell’apatia si sostituisce la violenza della sorpresa. Una morte che si trasforma in un’ulteriore morte; un duello interno, riflesso eterno di sé.

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