QUELLO IN
CUI SI IPOTIZZA IL SESSO COME DUELLO
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Elephant
(fonte: www.cinemavvenire.it) |
Il
duello rappresenta, nella sua essenzialità
carica di riflessioni sulla dualità, sul
destino, sulla fine nel senso più
esteso del termine, il culmine drammaturgico del
western. Racchiude in sé la deriva romantica
che eleva l’atto a mito e
allo stesso tempo preclude ogni possibilità
a soluzioni altre. Nella sua funzione speculare
(uomo contro uomo, faccia a faccia) impone la
prerogativa del campo/controcampo, laddove il
resto della scenografia sembra naturalmente portato
al campo lungo, a tratti lunghissimo. La più
estrema rappresentazione del duello recentemente
messa in mostra è quella operata da Bruno
Dumont in 29 Palms, passato nel 2003 a
Venezia tra i rigurgiti bacchettoni di buona parte
della platea. Chiusura mentale dettata dalla scelta
stilistica di Dumont, intenzionato a identificare
la contesa nell’esplicazione dell’atto
sessuale. Il sesso in 29 Palms diventa
scontro prima che incontro e non prevede intromissioni
esterne. Solo i due protagonisti, non a caso dispersi
nel deserto, zona liminare e simbolo intrinseco
dell’orizzonte western, che si accoppiano,
si cercano e si scacciano a vicenda. Un duello
potenzialmente senza fine, e che vive la sua esplosione
catartica quando alla coppia si aggiungono personaggi
esterni, anche loro alla ricerca disperata del
duello come atto definitivo, in questo
caso identificato nello stupro, nella sopraffazione.
La violenza irrompe con una forza deflagrante
nella routine della schermaglia e ne riforma i
confini, degradandoli e confondendone il senso
primario. Perché il duello/atto sessuale
a questo punto si trasforma in qualcosa di impossibile
da affrontare, ora che il riflesso, la dualità,
il campo/controcampo ha perso la sua accezione
iniziale e si è aperto ad altri duelli,
basati su regole diverse, e che prevedono - laddove
prima questa esigenza era stata negata - l’elencazione
di vincitori e vinti. Ora che il duello non ha
più una sua determinazione unica ed è
stato, al di là della propria volontà,
costretto a contaminarsi l’atto ha perso
ogni sua significazione. Ora c’è
l’obbligo della soluzione finale, vittoria
o sconfitta, vita o morte. E questo porta alla
violenza finale, follia catartica improvvisa e
definitiva. E porta al suicidio, corpo desolato
nell’infinità del deserto, nudo perché
la nudità era la base del duello primordiale.
Un campo lungo su un corpo senza più vita;
forse la più pura rilettura dell’immaginario
western degli ultimi anni. La più silenziosa,
la più estrema, e la più desolante.
Per Dumont la routine è dunque l’emblema
dell’infinito e solo la violenza
può spezzarne l’eterno fluire; visione
non dissimile da quella enunciata in Elephant
da Gus Van Sant. In entrambi i casi la violenza
arriva a distruggere la ripetizione eterna di
un unico momento: momento inteso come atto
nel film di Dumont e come attimo in quello
di Van Sant. Da un lato dunque si punta l’accento
sulla spazialità degli eventi - accoppiamenti
continui nel deserto - dall’altro sulla
temporalità degli stessi - la giornata
nella scuola di Columbine. Sia la coppia di 29
Palms che gli studenti di Elephant sembrano
reiterare all’infinito le proprie peculiarità
in attesa dell’elemento di disturbo; in
entrambi i casi alla violenza dell’apatia
si sostituisce la violenza della sorpresa. Una
morte che si trasforma in un’ulteriore morte;
un duello interno, riflesso eterno di sé.
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