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C'ERA UNA VOLTA IL WEST(ERN)
di Raffaele Meale


QUELLO IN CUI FINALMENTE SI PARLA DEI FILM

Kill Bill
(fonte: www.gossipnews.it)
Sembra quasi di spacciare ovvietà per interessanti riflessioni citare il nome di Clint Eastwood in un discorso sulle possibilità e le vie del western nella cinematografia contemporanea, eppure sono costretto a farlo: Eastwood ha sicuramente girato il più leoniano dei western degli ultimi anni, quell’Unforgiven che gli fece avere la benedizione degli Oscar. Eppure, come lì trasfigurava il confronto con lo sguardo quasi paterno di Leone trasformandolo in pura ed eterna tragedia umana, nell’ultimo Mystic River riesce nella trasformazione contraria, costruendo una tragedia perfetta - con tanto di moglie/lady Macbeth - e facendola divenire western, o forse meglio leggendola in una chiave western. Come nei migliori esempi del genere Eastwood costruisce dei personaggi che fungano da metafora, simboli che riescono a reggere da soli l’intera struttura dell’opera: c’è Sean Penn, vittima/carnefice, vittima in quanto carnefice in passato - e qui arriverebbe la nemesi storica, e qui la costruzione svela la sua epica tragica - ma carnefice di chi pensa l’abbia trasformato in vittima - e qui c’è l’evoluzione western del personaggio, la vendetta solitaria -, c’è Tim Robbins, perdente eterno, capace di mentire per un’assoluzione che non potrà mai arrivare, e il cui personaggio sembra rimandare a quegli ubriaconi mesti, quasi senza vita, che si ciondolano fuori dai saloon. E c’è, soprattutto, Kevin Bacon, poliziotto diviso tra il dovere della legge e quello dell’amicizia, e che incarna la figura dello sceriffo idealista e disilluso, sole al tramonto di un mondo che non ha soluzione e che si perpetua nella violenza e nella sopraffazione. Tre personaggi - più quelli di contorno, dagli sgherri di Penn, alle rispettive mogli - che sintetizzano perfettamente l’idea di cinema di Eastwood (e sarebbe forse ora di rendersi conto che stiamo parlando di uno dei massimi autori statunitensi degli ultimi anni) e ne perpetuano il fascino.
Se Mystic River è un western nascosto (molto ben nascosto, a tratti), lo stesso non si può dire del Once Upon a Time in Mexico di Robert Rodriguez, nel quale rutilante vociare e vorticoso combattere diventano la ruota motrice di un intricato insieme di stragi e duelli che ben poco devono - nonostante il cinefilo omaggio nel titolo - a Sergio Leone. Il figliastro di Tarantino crea il suo universo western riprendendo il personaggio del Mariachi grazie al quale conobbe la fama e mescolandolo, di volta in volta, alla frenesia sanguinolenta della seconda parte di From Dusk Till Dawn - ed eccoci ricollegati a Quentin Tarantino -, ai cinismi parodistici di Sam Raimi o dei fratelli Coen più goliardici, a fughe degne di un cartoon (come il regista ci aveva già mostrato nei baby 007 di Spy Kids e nel demente episodio di Four Rooms) e a dialoghi taglienti e logorroici che tanto devono a Reservoir Dogs e Pulp Fiction - e il cerchio si chiude intorno al suo nume tutelare -. Il risultato è uno dei film più divertenti della stagione, veramente capace di lasciare senza respiro, tra personaggi che fanno il doppio gioco e che nascondono una doppia personalità - e anche un doppio corpo, come il braccio “in più” di Johnny Depp, che avrà bisogno nel finale di occhi non suoi (quelli del bambino) per localizzare i nemici e ucciderli uno ad uno - e l’incrollabile, eterna bontà dei tre mariachi, capaci di trasformarsi nella scena della festa per il presidente nei tre caballeros (sarebbe interessante poter cambiare gli attori con i tre eroi disneyani, in quest’ottica di western/cartoon: come sarebbe allora il Banderas/Panchito?), impacciati nelle loro chitarrone-armi da fuoco - nuovamente la doppiezza, nuovamente il bisogno di nascondere qualcosa, di confondere le acque, di tener segreto il proprio ruolo - ma pronti a tutto pur di conservare la democrazia in Messico e di difendere il proprio popolo (che al contrario della storia del western non sta comunque ad aspettare di essere salvato, combattendo per le strade).
Se la morale in Rodriguez è poco più di un orpello, nel Kill Bill Vol.1 di Quentin Tarantino diventa un semplice McGuffin (ovvero come Alfred Hitchcock definiva quell’aspetto del film in fin dei conti insignificante ma fondamentale per dare il La all’intera vicenda), aggirata quasi da subito, svilita e abbandonata senza troppi rimpianti. Kill Bill è, seriamente, il monolito del terzo millennio: opera omnia, trattato filosofico sulle possibilità del cinema in quanto tale, base solida. Nel suo essere tutto l’ultimo film di Tarantino mantiene in sé l’essenza stessa del western, la sua aura primordiale. Kill Bill è la messa in mostra del duello eterno, e non solo tra Uma Thurman/The Bride e Bill: la drammatizzazione prevede personaggi posti di fronte a sfide infinite, costretti a fronteggiare tutti per raggiungere - apparentemente - un niente. Non esiste via d’uscita da questo mondo che non preveda il combattimento; si esce solo morti, e se si vive si continua con un altro scontro. Il western, nella sua accezione più decadente (spaghetti-western alla Sergio Sollima o alla Duccio Tessari, al massimo l’ombra fugace del canto di morte post-romantico caro a Sam Peckinpah) si sposa con il noir à la Melville, in qualche modo già figlio del western classico, e con il film di cappa e spada - che a livello puramente storico può pretendere la paternità sul western -.
Un cinema non dissimile dalla lezione impartita da Seijun Suzuki, capace nei suoi due capolavori La farfalla sul mirino e, soprattutto, Pistol Opera di descrivere un mondo dove le persone si chiamano per numero, a seconda del livello raggiunto nella piramide sociale - e c’è forse mai stata una messa in scena più diretta e lineare dell’ideale capitalista? - e dove per scalare la vetta bisogna sfidare a duello e uccidere i “numeri” che precedono. Sfida che diventa dunque unica vera possibilità per una drammatizzazione, elemento basilare e - per la sua stessa natura - definitivo. E il duello diventa una sorta di nascondino, gioco infantile, come nell’allenamento alle armi mostrato in Zatoichi da Takeshi Kitano, e che appare a tratti come la faccia comica del Gohatto di Nagisa Oshima, con il quale divide oltre a Beat Takeshi anche l’interpretazione di Tadanobu Asano - vera e propria promessa del cinema internazionale -. E proprio il film di Kitano appare come il Kill Bill orientale (o forse è il film di Tarantino ad apparire come lo Zatoichi occidentale), almeno per quanto riguarda l’ideologia alla base: il patchwork e la fusione tra i generi e gli stili fanno di queste due opere i capisaldi del cinema contemporaneo. Così come Tarantino mescola western, noir, nouvelle vague, anime, film di yakuza, cappa e spada e blaxploitaion, Kitano descrive il suo medioevo giapponese con un incontro tra i film d’azione, il Dragon Inn di King Hu (omaggiato anche dall’ultimo, straordinario, Tsai Ming-Liang), i film di cappa e spada, il cinema demenziale, il musical e - per l’appunto - il western. E’ puramente western il personaggio di Zatoichi, per nulla dissimile al cavaliere vagabondo e solitario che arriva nel villaggio e si adopera per riportare la democrazia, alieno ad ogni compromesso di potere, vicino ai bisogni del popolo, ed incredibilmente abile nei duelli. Ed è puramente western l’ambientazione, paesino sperduto, quasi fosse di frontiera - così come la cittadina di Dogville per Lars Von Trier, metafora dell’estremo e del doppio, salvezza/vicolo cieco, paese/tomba, rifugio/prigione -, terra di contadini. Topoi che vengono riletti, riscritti, ri-decodificati.

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