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C'ERA UNA VOLTA IL WEST(ERN)
di Raffaele Meale


QUELLO COMUNEMENTE CHIAMATO "DELLA MORTE DEL GENERE"

High Noon
(fonte: www.filmsite.org)
Nei meandri di un cinema onnivoro che ingloba e metabolizza tutto, in una frenetica istanza autoriflessiva che porta ad una rilettura senza inibizioni di quanto già filmato, già ripreso, già editato e montato, sembrava ovvio che i macrogeneri tanto cari all’industria hollywoodiana - western, noir, horror - fossero destinati a chiare modifiche di struttura quando non ad un vero e proprio ridimensionamento.
Se i mutamenti dell’horror apparivano come una naturale evoluzione del genere stesso, portato ad un mix di cinefilia, spavento e sottintesa parodia di sé stesso - come nello splendido werewolf di Landis che si nasconde nei cinema porno di Londra a teorizzare sulla propria distruzione in compagnia dei cadaveri delle sue vittime, o come il desiderio di cinema portato all’estremo nel capolavoro di Craven Scream, dove finalmente l’incubo decennale di Freddy Krueger assume una corporeità reale nei gesti e nei volti dei due assassini, capace finalmente di oltrepassare lo specchio che lo divide dalla realtà (screen/scream dunque) e di nobilitare gli intellettualismi da sempre riconosciuti a Craven (Krueger babau postmoderno così come la coppia omicida di Scream re-inventa l’avanguardia pittorica di Munch) -, sul western e sul noir gravava il peso di una difficoltà reiterata a staccarsi dalla memoria classica. Entrambi i generi sono stati, dalla metà degli anni ’60, lo specchio della rivisitazione europea del mito americano: il western debitore della lezione antieroica e cinica di Sergio Leone e dello spaghetti-western e il noir della destrutturalizzazione operata dalla nouvelle vague. Gli ultimi vagiti di classicità si hanno con il piccolo grande uomo/Dustin Hoffman di Arthur Penn, nel quale l’epica neoromantica enunciata negli anni d’oro lascia comunque spazio ad una smitizzazione ineluttabile dettata dal parossismo storico e dall’accettazione laconica del destino. Il tentativo di Kevin Costner di riesumare e imbellettare un corpo chiaramente morto in Dances with Wolves ha in sé un’onesta intellettuale che non riesce comunque a sopperire alla mancanza di motivazioni che vadano oltre la pura nostalgia (stesse mancanze che accompagnarono il tentativo dell’attore/regista/produttore di far rinascere lo Star System anni ’40) con il rischio forte di ridurre tutto ad una dimostrazione di conservatorismo acritico di rara portata. Un’atmosfera nostalgica paragonabile a quella che si respira nel divertente Silverado di Lawrence Kasdan, sorta di western/collage della storia del genere, da Ford e Hawks agli eroici atti di gruppo di Sturges (John, non Preston).
Tutto questo potrebbe erroneamente far pensare ad un abbandono del western nella cinematografia contemporanea. All’inizio di questo sproloquio facevo notare come stessimo vivendo un’epoca artistica, nel senso più totale del termine, onnivora, aperta ad ogni contaminazione, e anche un organismo fragile come la suddivisione (tra l’altro da sempre del tutto arbitraria) in generi cinematografici non può certo evitare questo passaggio obbligato.
Il western si è semplicemente rivestito di altri abiti; nel cinema vampiresco - in quanto non-morto e fautore di una nuova iconoclastia - di John Carpenter, che raggiunge l’apice nella solitaria lotta di James Woods in Vampires, sottovalutata opera che meglio di altre sintetizza la necessità della contaminazione, o nel crepuscolo delirante del sublime Dead Man di Jarmusch, unico vero esempio di western lisergico, drogato, allucinatorio - lontano dalle carnevalate goliardiche del The Quick and the Dead di Sam Raimi, che pure aveva girato un geniale omaggio ad High Noon nella battaglia finale del primo Evil Dead, con Bruce Campbell nelle vesti di Gary Cooper, vincente contro i banditi/demoni ma sconfitto infine dalla macchina da presa stessa -, allucinante e allucinato o ancora nel duello mentale prima ancora che metallico che i due fratelli svolgono nell’ultima parte di Tetsuo II, successivo non-seguito nella saga cyberpunk diretta da Shinya Tsukamoto.
Insomma, c’è molto di western nel cinema contemporaneo, e tutto ciò è palesato in maniera molto ramificata proprio in quest’ultimo anno sugli schermi italiani.

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