QUELLO COMUNEMENTE
CHIAMATO "DELLA MORTE DEL GENERE"
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High Noon
(fonte: www.filmsite.org) |
Nei
meandri di un cinema onnivoro che ingloba e metabolizza
tutto, in una frenetica istanza autoriflessiva
che porta ad una rilettura senza inibizioni di
quanto già filmato, già ripreso,
già editato e montato, sembrava ovvio che
i macrogeneri tanto cari all’industria hollywoodiana
- western, noir, horror - fossero destinati a
chiare modifiche di struttura quando non ad un
vero e proprio ridimensionamento.
Se i mutamenti dell’horror apparivano come
una naturale evoluzione del genere stesso, portato
ad un mix di cinefilia, spavento e sottintesa
parodia di sé stesso - come nello splendido
werewolf di Landis che si nasconde nei
cinema porno di Londra a teorizzare sulla propria
distruzione in compagnia dei cadaveri delle sue
vittime, o come il desiderio di cinema portato
all’estremo nel capolavoro di Craven Scream,
dove finalmente l’incubo decennale di Freddy
Krueger assume una corporeità reale nei
gesti e nei volti dei due assassini, capace finalmente
di oltrepassare lo specchio che lo divide dalla
realtà (screen/scream dunque) e
di nobilitare gli intellettualismi da sempre riconosciuti
a Craven (Krueger babau postmoderno così
come la coppia omicida di Scream re-inventa
l’avanguardia pittorica di Munch) -, sul
western e sul noir gravava il peso di una difficoltà
reiterata a staccarsi dalla memoria classica.
Entrambi i generi sono stati, dalla metà
degli anni ’60, lo specchio della rivisitazione
europea del mito americano: il western debitore
della lezione antieroica e cinica di Sergio Leone
e dello spaghetti-western e il noir della destrutturalizzazione
operata dalla nouvelle vague. Gli ultimi vagiti
di classicità si hanno con il piccolo
grande uomo/Dustin Hoffman di Arthur Penn,
nel quale l’epica neoromantica enunciata
negli anni d’oro lascia comunque spazio
ad una smitizzazione ineluttabile dettata dal
parossismo storico e dall’accettazione laconica
del destino. Il tentativo di Kevin Costner di
riesumare e imbellettare un corpo chiaramente
morto in Dances with Wolves ha in sé
un’onesta intellettuale che non riesce comunque
a sopperire alla mancanza di motivazioni che vadano
oltre la pura nostalgia (stesse mancanze che accompagnarono
il tentativo dell’attore/regista/produttore
di far rinascere lo Star System anni ’40)
con il rischio forte di ridurre tutto ad una dimostrazione
di conservatorismo acritico di rara portata. Un’atmosfera
nostalgica paragonabile a quella che si respira
nel divertente Silverado di Lawrence Kasdan,
sorta di western/collage della storia del genere,
da Ford e Hawks agli eroici atti di gruppo di
Sturges (John, non Preston).
Tutto questo potrebbe erroneamente far pensare
ad un abbandono del western nella cinematografia
contemporanea. All’inizio di questo sproloquio
facevo notare come stessimo vivendo un’epoca
artistica, nel senso più totale del termine,
onnivora, aperta ad ogni contaminazione, e anche
un organismo fragile come la suddivisione (tra
l’altro da sempre del tutto arbitraria)
in generi cinematografici non può certo
evitare questo passaggio obbligato.
Il western si è semplicemente rivestito
di altri abiti; nel cinema vampiresco -
in quanto non-morto e fautore di una nuova iconoclastia
- di John Carpenter, che raggiunge l’apice
nella solitaria lotta di James Woods in Vampires,
sottovalutata opera che meglio di altre sintetizza
la necessità della contaminazione, o nel
crepuscolo delirante del sublime Dead Man
di Jarmusch, unico vero esempio di western lisergico,
drogato, allucinatorio - lontano dalle carnevalate
goliardiche del The Quick and the Dead
di Sam Raimi, che pure aveva girato un geniale
omaggio ad High Noon nella battaglia finale
del primo Evil Dead, con Bruce Campbell
nelle vesti di Gary Cooper, vincente contro i
banditi/demoni ma sconfitto infine dalla macchina
da presa stessa -, allucinante e allucinato o
ancora nel duello mentale prima ancora che metallico
che i due fratelli svolgono nell’ultima
parte di Tetsuo II, successivo non-seguito
nella saga cyberpunk diretta da Shinya Tsukamoto.
Insomma, c’è molto di western nel
cinema contemporaneo, e tutto ciò è
palesato in maniera molto ramificata proprio in
quest’ultimo anno sugli schermi italiani.
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