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VENEZIA 2005
Meno 30: l'attesa

di Raffaele Meale

La conferenza stampa

Gli habitué di questa rivista online – e sono tanti, fortunatamente – sanno bene come la cronaca e soggetti che esulino dalla saggistica non facciano parte del DNA di Puorz du Cinéma. Ma sarebbe più opportuno iniziare a parlare al passato di tutto questo; in attesa che possa arrivare a compimento il Kalporz 2.0, più volte promesso e sempre aleggiante nei nostri percorsi critici, recensori o goliardici che siano, un po’ come il fantasma che si aggirava per l’Europa a metà ‘800 (e che continua a essere temuto, e qui si potrebbe aprire una lunga digressione sulla lezione antistorica che ci stanno propinando i nostri ben poco illuminati governanti, ma come si dice da sempre nella letteratura per l’infanzia "questa è un’altra storia e verrà raccontata un’altra volta"), ecco l’anticipazione di una possibile (probabile? Certa?) rubrica che si intitolerebbe (intitola? Intitolerà?) Un chant d’amour – La magnifica ossessione, prendendo a prestito il titolo dei due splendidi film di Jean Genet e Douglas Sirk. Una sorta di editoriale, dunque, che non poteva non vivere la sua genesi con il festival di Venezia, appuntamento annuale che è alla base della nascita di questa rubrica telematica.

Giovedì scorso, il 28 Luglio, si è svolto all’Hotel Westin Excelsior a Roma, sulla felliniana via Veneto a pochi passi da piazza Barberini, l’abituale conferenza stampa per presentare il programma della Mostra del cinema. Il Presidente della Biennale Davide Croff e il Direttore della Mostra Marco Müller – confermato per altri tre anni nonostante le rimostranze di stampa e pubblico per i disagi e il mancato rispetto degli orari, a dimostrazione di come l’ottimo lavoro di selezione sia ancora considerato il vero e proprio punto di partenza per un giudizio sull’operato – hanno intrattenuto il folto numero di giornalisti e addetti ai lavori sia sull’aspetto artistico che su quello più direttamente legato ai giorni che stiamo vivendo. Che sono strani, come direbbe Franco Battiato, perché pronti a svolgersi in uno strano mondo, come invece avrebbe detto la Laura Dern di "Velluto blu": insomma, le insonnie terroristiche che sono oramai accettate come pane quotidiano dal settembre del 2001 si ripropongono prepotentemente quando la macchina da mettere in moto è internazionale e di massa come un festival cinematografico. Prevedo file agli ingressi e perquisizioni, controlli a tappeto: forse non l’ideale per chi ha negli occhi la vera bellezza di una mostra del cinema – ma di qualsiasi arte, logicamente – ovvero l’interscambio di culture e stili di vita, ma dopotutto non è pensabile bloccare un evento così importante, non ancora almeno.

Proprio sull’incontro di culture e sulla tolleranza come massima espressione dell’umanità ha fatto leva il discorso introduttivo di Croff, rimarcando il ruolo del cinema nel porsi come "un luogo simbolico e un punto di riferimento in cui le culture del mondo fanno intrecciare le loro storie". Ovviamente sulla stessa lunghezza d’onda il discorso di Müller, la cui figura ben si adatta a un proclama di questa portata: antropologo con sangue italiano e svizzero nelle vene, poliglotta, sinologo, l’ex direttore del Festival di Locarno ha preferito, durante l’excursus sulla programmazione, dilungarsi sulla folta presenza statunitense al festival. Probabilmente un modo per cercare di aggirare la diatriba nata con alcune penne nostrane sulla sua totale preferenza verso i titoli asiatici – cosa ci sia di male, poi… -; per dare un colpo al cerchio e uno alla botte comunque Müller ha trovato il modo di citare, all’interno del discorso, il lavoro svolto in questi ultimi anni dagli organizzatori del Far East Film Festival di Udine, elogiandone lo sforzo a favore di una cinematografia come quella dell’estremo oriente relegata in uno spazio angusto nella nostra penisola.

Insomma, tra anteprime delle sigle – molto carina quella di quest’anno, dal raffinato gusto per il grottesco, firmata da Francesca Ghermandi – e promesse di un nuovo Palazzo del Cinema per i prossimi anni il tutto si è svolto come atto puramente propagandistico, affidando a noi affezionati dell’arte in celluloide il compito di decifrare possibili percorsi e ipotetiche qualità complessive dai titoli che ci sono stati affidati in brochure. In attesa di artistiche conferme e/o smentite.


Il programma: conferme, delusioni, ipotesi

Il toto scommesse sui film che avrebbero preso parte alla kermesse lidense aveva prodotto nell’ultimo mese e mezzo una messe di titoli incredibile. Nella lettura del programma molti di questi sono stati confermati, altri – i più fantasiosi – sono stati disattesi e una piccolissima frangia è ancora sospesa nel limbo dell’indecisione. Indecisione supportata da alcune affermazioni dello stesso Müller che ha fatto intendere come anche quest’anno ci sarà la possibilità di ritrovarsi tra capo e collo un Film a sorpresa, vera e propria moda dell’intelighenzia cinefila. L’anno scorso era toccato all’ottimo Kim Ki-duk di "Ferro 3" il compito di uscire dalla torta nel bel mezzo della festa, e l’abitudine si era protratta fino a Udine, dove ad Aprile il censurato e praticamente invisibile "Father" di Wang Shuo era stato riportato alla luce proprio grazie all’interessamento del sinologo italo-svizzero. Insomma, c’è la più che fondata ipotesi che al Lido saremo costretti a passare il nostro tempo un’altra volta a lambiccarci il cervello su quale opera sarà aggiunta, anche se a dire il vero un paio di ipotesi, andando a leggersi gli attuali esclusi, si possono fare. Alla fine della conferenza stampa, in combutta con Francesco Del Grosso di Cinemavvenire, ho tirato fuori un possibile Terrence Malick, dato alla vigilia praticamente per certo e al momento fuori da ogni sezione della mostra. Altro titolo ipotetico che può contare su una certa credibilità è l’"Untitled Project" di Takeshi Kitano, da sempre amante di Venezia, dove ha vinto un Leone d’Oro per "Hana-bi" e un Premio per la Regia per "Zatoichi". Insomma, stavolta forse non partiamo così sprovveduti.

Tra gli altri esclusi sorprendono le assenze di Marc Forster, Michele Placido e Denis Tanovic, che però piomberà sul festival di Toronto, mentre appartenevano ai più classici "castelli in aria" le speranze di avere al Lido Bellocchio, Moretti e Benigni – che presenterà comunque la serata conclusiva. E proprio questo ultimo terzetto di nomi ci conduce alla più sonora delusione, la presenza italiana alla mostra, in particolar modo la presenza italiana al Concorso. Dei quattro film scelti per rappresentare la nostra penisola nella corsa al premio più ambito tre lasciano veramente a bocca aperta: "La seconda notte di nozze" di Pupi Avati, "La bestia nel cuore" di Cristina Comencini e "I giorni dell’abbandono" di Roberto Faenza. Avati, Comencini e Faenza, ovvero tre dei meno agili dinosauri che imperversano nel nostro cinema. Se Faenza non ha mai praticamente neanche sfiorato la sufficienza nelle sue opere – solo con la prima metà di "Jona che visse nella balena", rovinata comunque da una seconda parte orribile, o con l’ultimo "Alla luce del sole", quantomeno onesto pur nella sua dimensione televisiva – e la Comencini vivacchia su un terreno di mediocrità stabile e apparentemente senza soluzione, la presenza di Pupi Avati è più minacciosa che altro. Non si riesce infatti a capire come sia stato possibile accettare in concorso un film di un autore da anni incapace della zampata vincente: l’ultimo acuto che ricordo con un certo piacere risale probabilmente a "Regalo di Natale", ma parliamo del 1986. Da allora una sequenza ininterrotta di opere monche, approssimative, banali e reazionarie – nel senso più direttamente estetico del termine -, con un paio di tentativi di fuga mai del tutto riusciti (forse "L’arcano incantatore", comunque imperfetto, e la prima puntata di "Voci notturne", "Twin Peaks" all’italiana prodotto dalla RAI nel 1995). Insomma, viene il serio dubbio che questa candidatura sia stata scelta esclusivamente per il potere politico che Avati rappresenta, e nella sua gestione di Cinecittà Holding e nel suo lavoro di collaborazione con il Vaticano. Già era apparsa bizzarra la sua presenza a Cannes con "Il cuore altrove", ora il tutto diventa sempre più preoccupante – anche considerata la presenza nel cast dell’ultimo film di Katia Ricciarelli -. L’unica opera italiana in concorso dalla quale sembra lecito doversi aspettare qualcosa di notevole è "Mary", produzione italiana – ma anche con soldi francesi e statunitensi – per l’ultima fatica di Mr. Abel Ferrara. Insomma, un nome una garanzia, tanto più che nella sua (patetica) comparsata a Procida ha ricevuto anche il beneplacito di Enrico Ghezzi, visionatore d’eccellenza del materiale in fase di montaggio. Sulle amicizie del geniale regista – circo in perenne transumanza al suo seguito – avrei molto da ridire, ma sulla grandezza della sua arte non c’è nulla di cui (s)parlare, quindi non posso che plaudire a una tale presenza.

Esaurito il discorso sui film italiani presenti in Concorso occupiamoci del resto delle sezioni, laddove il panorama si fa sinceramente più roseo; in Orizzonti si può apprezzare la presenza di Franco Battiato che porta la sua opera seconda "Musikanten" – la prima, "Perduto amor" faceva la sua figura nel mio listone di fine anno 2003 – incentrata su Ludwig Van Beethoven e non si può far altro che aspettare con trepidazione il tanto esaltato "Texas" di Fausto Paravidino e il documento autobiografico di Gil Rossellini, figlio indiano di Roberto, intitolato genialmente "Kill Gil". Le altre due opere battenti bandiera nazionale sono in realtà dirette da registi stranieri: una è "The Fine Art of Love – Mine Haha" dell’irlandese John Irvin (quello di "Codice Magnum" e "Robin Hood – la leggenda") e l’altra è il film collettivo "All the Invisible Children" prodotto da Maria Grazia Cucinotta e portato sullo schermo, tra gli altri, da Spike Lee, Emir Kusturica, Ridley Scott e John Woo.

Per concludere definitivamente il discorso sulla nostra presenza, diciamo che potrebbe essere un’annata decisamente mediocre, soprattutto se messa in relazione con la scorsa edizione, nella quale avevano ben impressionato Puglielli, Bisatti, Marra, Gaglianone. Non mi è mai piaciuto fasciarmi la testa prima di essermela rotta, ma in questo caso potrei fare un’eccezione…

Per quanto concerne il resto del panorama si può notare con una certa immediatezza la mancanza di vere e proprie sorprese capaci di stuzzicare la fantasia, almeno all’interno dei percorsi a noi occidentali più noti: fa un enorme piacere sapere che approderanno al lido il Tim Burton a passo uno di "Corpse Bride" – co-diretto in compagnia di Mike Johnson -, il Terry Gilliam di "The Brothers Grimm", fatica produttiva che non ha comunque impedito al geniale regista di "Brazil", "L’esercito delle dodici scimmie" e "Paura e delirio a Las Vegas" di preparare un secondo film che verrà presentato a Toronto, lo Steven Soderbergh di "Bubble", esperimento in alta definizione (e così verrà proiettato in Sala Grande, grazie a un accordo della Biennale con la Sony), ma come si fa a non rendersi conto che se la se(le)zione "autoriale" mantiene una sua linea di pensiero coerente il lato più direttamente commerciale del festival rischia di dirazzare maledettamente? Cameron Crowe, John Madden, l’onnipresente Lasse Hallström, ma anche Ron Howard sono autori che fanno esultare ben poco gli addetti ai lavori, eccezion fatta forse per Anselma Dall’Olio, ma più o meno fidarsi delle parole della moglie di Giuliano Ferrara equivarrebbe ad accettare consigli medici da Mengele. Insomma, soprattutto il Fuori Concorso statunitense appare veramente poco stuzzicante, a parte il già citato Soderbergh e Stuart Gordon – si, avete letto bene, proprio quello di "Re-Animator"!!! -.

E allora ammetto di non riuscire a prendere sonno la notte soprattutto per pochi, ben selezionati, titoli: il nuovo Park Chan-wook ad esempio, che mette fine alla trilogia della vendetta con "Sympathy for Lady Vengeance", l’apertura dominata da "Seven Swords" di Tsui Hark, il ritorno in scena di Philippe Garrel a quattro anni dal meraviglioso "Sauvage innocence" e il terzo film di Laurent Cantet, i documentari di Fernando E. Solanas e Werner Herzog, la fantasia al potere di Tim Burton e Terry Gilliam, l’abituale presenza di Manoel de Oliveira, l’eresia folle generata da Takashi Miike, padrone indiscusso del cinema degli ultimi dieci anni, la sorpresa di vedere Matthew Barney svestire i panni della pura avanguardia. Ovviamente per non parlare del "Miyazaki Day" previsto per il 9 Settembre e del quale non si riesce ancora a capire molto (prima si parlava di opera omnia, ora sembra che vengano proiettati solo tre film…).

E ho, per la prima volta, l’impressione di trovarmi di fronte a una retrospettiva valida al 100%, senza le cadute di stile dell’anno scorso – come dimenticarsi il mostruoso incedere di "W la foca", nella pure interessante retrospettiva dedicata al cinema italiano di genere? -: ne "La storia segreta del cinema asiatico" si vedranno opere realmente invisibili, introvabili, dalla Cina prima della rivoluzione ai padri di Ozu e Mizoguchi (del quale tra l’altro verranno proiettate tre opere) fino a una mini personale dedicata a Kinji Fukasaku, dieci film girati tra il 1961 e il 1978. Qualcosa di realmente imperdibile.

Nella speranza di trovare, nei nomi a me sconosciuti (il kazako Rustam Khamdanov, ad esempio) quella sorpresa che apparentemente sembra mancare.

Rimanete sintonizzati, e conoscerete la fine della storia.

LINK
Il programma della mostra del Cinema 2005
Resoconto Venezia 2004
Resoconto Venezia 2003
Resoconto Venezia 2002

 

 




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