QUANDO
GLI OCCHI DIVENNERO LIBERI
di Raffaele Meale
L'uomo
è portato, nella sua natura polimorfa
e inequivocabilmente ambigua, ad architettare
universi per poterne poi estrapolare le cosiddette
storie segrete. Paradosso estremo appare
dunque la presa di coscienza di come il cinema
sia stata l'arte del ventesimo secolo capace
di covare parentesi alternative a quelle ufficiali,
percorsi meno battuti, rivoluzioni abortite
in corsa parallela con altre esplose in tutta
la loro carica eversiva. Proprio l'arte basata
sulla vista, metalinguisticamente simboleggiata
sempre da un voyeurismo stratificato
(oltre alla Rear Window hitchcockiana
come non ricordare la morbosità del cineoperatore
Carl Boehm nello stupefacente Peeping Tom
di Michael Powell o il set metafora della vita
in La nuit américaine di François
Truffaut - che non a caso ha imperniato il discorso
sul teatro affrontato nel successivo Le dernier
métro interamente sul linguaggio
tralasciando parzialmente l'aspetto visivo -?),
ha celato nel corso degli anni alcune delle
sue perle più luccicanti. Frammenti di
Paradiso che sarebbe semplicemente criminoso
lasciare da parte e che è doveroso riportare
alla ribalta anche approfittando di una pagina
scritta, vista la difficoltà oggettiva
che si riscontra quando si tratta di reperire
determinati lavori.
Il titolo di
questo excursus nei meandri del cinema sotterraneo
(termine che preferisco sia all'anglofono
Underground - perché "il
giorno della fine non ti servirà l'inglese",
per dirla alla Battiato - sia al troppo generico
recinto dell'avanguardia) riprende il
titolo dal Movimento per la Liberazione degli
Occhi citato in più occasioni da
Piero Bargellini, cineasta (o cineamatore come
preferiva definirsi) aretino autore dell'opera
collettiva Tutto tutto nello stesso istante,
firmata a diciotto anni insieme ad altri
esponenti della scena off italiana, e
soprattutto regista del mediometraggio Questo
film è dedicato a David Reisman e si
intitolerà capolavoro e del quasi
lungometraggio ottenuto congiungendo le due
sezioni Fractions of Temporary Periods e
Due ore pomeridiane della bambina.
Titolo del quale
accetto la pulsione neo-romantica e parzialmente
retorica, perché qualsiasi studio di
manifesti programmatici e ideologie deve avere
il diritto di una sinossi sloganistica.
Ipotesi di un
viaggio senza coordinate istituzionalmente fissate,
che cerchi di rievocare laddove possibile quell'urgenza
di liberazione (della mente, ma anche del corpo
stesso della pellicola, rimodellato inciso seviziato
e ridefinito) che è in fin dei conti
alla base di qualsiasi atto artistico non codificato.
Perché, come diceva Victor Jara "il
poeta è un artista, e dunque per sua
stessa natura un rivoluzionario". E quel
poiew è da
intendere nel significato etimologico del termine.
Un viaggio che
si arricchirà grazie alla collaborazione
di altri stili e pensieri, quelli di Lia Polizzotti
e Gabriele Magazzù e quello soprattutto
di Alberto Grifi, tra i padri del cinema sotterraneo
italiano, che qui ci regala materiale redatto
nel corso degli anni. E proprio dalle riflessioni
di Alberto, dal suo rapporto con i maestri
descritto in "Riguardo l'avanguardia
italiana" e dall'"Introduzione alla
lettera a Edoardo Bruno" ripescata da chissà
quale cassetto e apparsa su Filmcritica ventisei
anni fa inizia questo percorso cognitivo, nella
speranza di poterlo arricchire di volta in volta,
ciclicamente.
Buona lettura.
(4 maggio
2005)