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QUANDO GLI OCCHI DIVENNERO LIBERI
di Raffaele Meale

fonte: www.albertogrifi.comL'uomo è portato, nella sua natura polimorfa e inequivocabilmente ambigua, ad architettare universi per poterne poi estrapolare le cosiddette storie segrete. Paradosso estremo appare dunque la presa di coscienza di come il cinema sia stata l'arte del ventesimo secolo capace di covare parentesi alternative a quelle ufficiali, percorsi meno battuti, rivoluzioni abortite in corsa parallela con altre esplose in tutta la loro carica eversiva. Proprio l'arte basata sulla vista, metalinguisticamente simboleggiata sempre da un voyeurismo stratificato (oltre alla Rear Window hitchcockiana come non ricordare la morbosità del cineoperatore Carl Boehm nello stupefacente Peeping Tom di Michael Powell o il set metafora della vita in La nuit américaine di François Truffaut - che non a caso ha imperniato il discorso sul teatro affrontato nel successivo Le dernier métro interamente sul linguaggio tralasciando parzialmente l'aspetto visivo -?), ha celato nel corso degli anni alcune delle sue perle più luccicanti. Frammenti di Paradiso che sarebbe semplicemente criminoso lasciare da parte e che è doveroso riportare alla ribalta anche approfittando di una pagina scritta, vista la difficoltà oggettiva che si riscontra quando si tratta di reperire determinati lavori.

Il titolo di questo excursus nei meandri del cinema sotterraneo (termine che preferisco sia all'anglofono Underground - perché "il giorno della fine non ti servirà l'inglese", per dirla alla Battiato - sia al troppo generico recinto dell'avanguardia) riprende il titolo dal Movimento per la Liberazione degli Occhi citato in più occasioni da Piero Bargellini, cineasta (o cineamatore come preferiva definirsi) aretino autore dell'opera collettiva Tutto tutto nello stesso istante, firmata a diciotto anni insieme ad altri esponenti della scena off italiana, e soprattutto regista del mediometraggio Questo film è dedicato a David Reisman e si intitolerà capolavoro e del quasi lungometraggio ottenuto congiungendo le due sezioni Fractions of Temporary Periods e Due ore pomeridiane della bambina.

Titolo del quale accetto la pulsione neo-romantica e parzialmente retorica, perché qualsiasi studio di manifesti programmatici e ideologie deve avere il diritto di una sinossi sloganistica.

Ipotesi di un viaggio senza coordinate istituzionalmente fissate, che cerchi di rievocare laddove possibile quell'urgenza di liberazione (della mente, ma anche del corpo stesso della pellicola, rimodellato inciso seviziato e ridefinito) che è in fin dei conti alla base di qualsiasi atto artistico non codificato. Perché, come diceva Victor Jara "il poeta è un artista, e dunque per sua stessa natura un rivoluzionario". E quel poiew è da intendere nel significato etimologico del termine.

Un viaggio che si arricchirà grazie alla collaborazione di altri stili e pensieri, quelli di Lia Polizzotti e Gabriele Magazzù e quello soprattutto di Alberto Grifi, tra i padri del cinema sotterraneo italiano, che qui ci regala materiale redatto nel corso degli anni. E proprio dalle riflessioni di Alberto, dal suo rapporto con i maestri descritto in "Riguardo l'avanguardia italiana" e dall'"Introduzione alla lettera a Edoardo Bruno" ripescata da chissà quale cassetto e apparsa su Filmcritica ventisei anni fa inizia questo percorso cognitivo, nella speranza di poterlo arricchire di volta in volta, ciclicamente.

Buona lettura.

(4 maggio 2005)

 




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