RIGUARDO
L'AVANGUARDIA ITALIANA
di Alberto Grifi
Negli
anni '60, ai tempi in cui io e Pepe Lenti ci fondevamo
il cervello e ci rovinavamo il fegato passando
le notti nel teatro di Carmelo Bene appena arrivato
a Roma, o con Taylor Mead ("I'm a newyorker
star" diceva a tutti con le pizze di "the
queen of Sheba meets the atom man" tenute
strette sottobraccio), ambasciatore del new american
cinema, che risvegliava col cucchiaio in mano
e faceva pubblicità all'eroina come quella
televisiva dei raisins bran, e avevamo costruito
la macchina da presa col mirino sbagliato per
filmare sistematicamente il rimosso assoluto,
arrivava pure il Living Theatre con "the
brig", la messa in scena del carcere militare;
si era formato il MEV, il gruppo di musica elettronica
viva e anche il pubblico suonava senza saperlo
perché c'erano dei microfoni nascosti nelle
sedie con Teitelbaum, Frederic Rzewski e Alvin
Curran che con un piccolo Stellavox registrava
in meditazione il canto dei minuscoli insetti
col microfono appeso in cima a una canna da pesca
e che anni dopo fu arrestato perché la
polizia che lo sorprese con quegli attrezzi lo
accusò di trasmettere messaggi alle Brigate
Rosse.
Era pure arrivato Aldo Braibanti con Virulentia,
Baum e i formicai, ex capo della Resistenza a
Firenze e che poi sarebbe stato trasformato dallo
Stato in una strega da mettere al rogo; arrivò
pure Giordano Falzoni che aveva lavorato con Breton
a Parigi e lasciava sui muri disegni lasciati
a metà e gessetti colorati per terra, messi
lì ad arte, perché i passanti li
completassero, col "teatro visionario dell'esperienza
diretta", le luci ipnagogiche e la dream
machine, mentre Amelia Rosselli, per educarlo
al rigore, gli tirava un pugno nello stomaco ogni
volta che gli sentiva dire una banalità.
Si incontravano i poeti visivi o fonetici intorno
a Emilio Villa e Patrizia Vicinelli turbava con
rabbia il Gruppo '63 prima di dedicarsi suo malgrado
al gioco del nascondino per più di dieci
anni con i questurini di mezzo mondo finché
l'AIDS non se l'è portata orribilmente
via. Tutti, pur molto diversi fra loro, si cercavano,
si aggregavano, in un gioco senza regole altre
che quelle del gusto di stare insieme; e producevano
una massa psichica che, al quadrato della velocità
di questo movimento, liberava molta energia vibrante,
adrenalinica, euforica, buona o no, non lo so.
Spesso con una macchina da presa in spalla o fotografica
al collo o dei prismi a diffrazione cromatica
o delle luci stroboscopiche, traversavo questi
mondi, ridendo o a testa bassa, spesso con la
Vicinelli al fianco come due soldati sul piede
di guerra, che cercavo di oscurare, nascondere,
la luce accecante e insopportabile di un pittore,
che ero stato io. E nessuno di noi due avrebbe
immaginato che di lì a poco la galera di
Stato li avrebbe separati e gli avrebbe cambiato
la vita per sempre.
Se dovessi fare
un resoconto di ciò che i grandi dell'avanguardia
mi hanno insegnato, non potrei citare che frammenti
teorici o aneddoti probabilmente del tutto marginali
rispetto alla centralità dei "grandi
messaggi". Ho sempre avuto difficoltà
a capire ciò che sentivo dire dai maestri
e ho finito per fare mio quel "diritto alla
stupidità" che rivendicava Einstein,
che raccontava (ma forse è un altro aneddoto):
"il fatto di non riuscire a comprendere certe
teorie sull'universo pubblicate dai fisici più
celebri, mi costringeva a cercare delle spiegazioni
per conto mio, partendo da mie intuizioni personali
passando attraverso altri ragionamenti."
Un esempio: Man Ray diventava furioso se lo filmavo
con delle lenti speciali che avevo costruito io
stesso. Si vede bene in un filmetto che girammo
con Agnese e Gianfranco Baruchello nel suo studio
parigino. Protestava agitato, fermò le
riprese. Poi mi indicò una vecchia lamiera
di ottone cromato, di quelle che i fotografi usavano
per smaltare la carta lucida, che teneva appesa
al muro; e guardandomi angolato attraverso quello
specchio mi dava l'inquadratura e la partenza.
Poi, con un bastone da passeggio, spingeva qua
e là la lamiera e mi rimbalzava le sue
occhiatacce e boccacce e risate di soddisfazione
deformate dalle variazioni di movimento di quello
specchio metallico. Se questa sia stata una lezione
del vecchio maestro, un po' come la bacchettata
del monaco zen sulla testa del discepolo che cerca
risposte che confermino solo il proprio ego, sia
pure esibita scherzando minacciosamente con un
bastone da passeggio, non lo so. Gli specchi deformanti,
questi giochetti da luna park, avevano sempre
inquietato i surrealisti. Io questa inquietudine
l'avevo presa sul serio. Mi esercitavo lo sguardo
per vedere "oltre" anche facendo il
bagno; il mondo riflesso dai rubinetti cromati
ci può insegnare qualcosa sulle distorsioni
dello spazio e del tempo: dita che si incurvano
tra i vapori dell'acqua calda ondeggiando sulle
modanature delle chiavette, nasi e fronti che
si assottigliano all'infinito sulle gobbe dei
cannelli. E se quelle modanature fossero onde
gravitazionali, le dita, traversandole, si incresperebbero
realmente da luogo a luogo e da istante a istante,
se viste da una piattaforma spaziale esterna a
quel mondo; e se le convessità dei rubinetti
fossero la sezione verticale di un vortice generato
da una stella collassata, un "buco nero"
per intenderci, un tuffo in quell'imbuto allungherebbe
vertiginosamente il naso, la testa e le chiome
di quel corpo che si rimira e fa la doccia, e
mentre i piedi segnerebbero ancora il tempo dell'orologio
lasciato sul portasapone, la testa già
sarebbe in una dimensione sconosciuta distante
dai suoi talloni milioni di anni. Ma c'è
di più: se la fisica ci poteva suggerire
coordinate di viaggi nell'infinità di tempi
e spazi ancora tutti da scoprire, quella scienza
che applicava la psicoanalisi alla biologia ci
aiutava a immaginare le forme dei paesaggi interni
dei corpi viventi e delle loro trasformazioni
nel corso dell'evoluzione; le pinne pettorali
dei pesci che divengono le zampe degli anfibi,
le squame che divengono le piume degli uccelli.miliardi
di anni che vengono ripercorsi biologicamente
in modo enormemente accelerato dal feto nei nove
mesi di gestazione in quel mare preistorico che
sono le acque amniotiche nell'utero.ecco l'altro
grande viaggio, l'ontogenesi che ricapitola la
filogenesi: l'embrione umano si forma prima come
cellula, poi come pesce, poi come anfibio e infine
come mammifero.insomma rivive tutta la storia
degli animali che ci precedono, che sono i nostri
progenitori, e che sono ancora viventi e pensanti
nei nostri corpi.
L'occhio, rispetto
al mestiere di cui sto scrivendo, era evidentemente
l'epicentro intorno al quale le sue protesi, obbiettivi
e pellicole, avrebbero dovuto, orbitando, "compiere
le loro rivoluzioni". Non si trattava più
di guardare il mondo attraverso il macchinario
cinematografico che nella presunzione di essersi
definitivamente insediato al posto dell'occhio
biologico andava regolamentando la norma visiva;
ma di considerare che anche la "meravigliosa
macchina soffice occhio-cervello" è
essa stessa un'organizzazione dove convivono sistemi
diversamente evoluti fra loro. Tanto per fare
un esempio, spostandosi dal centro della retina
verso la sua periferia, verso la "coda dell'occhio"
per intenderci, facciamo un viaggio a ritroso
nel tempo nel cammino dell'evoluzione: vediamo
solo in bianco-nero e solo ciò che si muove;
ciò che è immobile rimane invisibile.
Lo stupore di fronte alle "figure impossibili"
o di fronte ai disegni di Escher che da queste
sono elaborati, è prodotto dal fatto che
tutto il sistema di percezione visiva cade in
un vero e proprio lapsus ontofilogenetico. Era
un bel gioco lavorare in questa direzione. Mi
ero servito di lenti, prismi, specchi di vari
tipi e dispositivi d'illuminazione, nel tentativo
di fondare una nuova grammatica visiva che tendesse
a far emergere, insieme al passato filogenetico
dei corpi in uno spazio a più dimensioni,
l'inconscio biologico della visione. In "Transfert
per camera verso Virulentia" sul teatro di
Braibanti e in "Orgonauti, evviva!",
facendo anche tesoro di quella meravigliosa esperienza
che ci avevano regalato le sostanze psicotrope,
avevo appena cominciato questo lavoro.
Ma per questa materia i maestri erano altri: R.L.
Gregory per gli studi di laboratorio sulle illusioni
visive che avrebbero potuto avere gli astronauti
nel corso di voli spaziali, Sandor Ferenczi che
applicava il modello psicoanalitico alla biologia
per rileggere la teoria di Lamarck sullo sviluppo
e le mutazioni della vita sulla Terra e sull'ontogenesi
che ricapitola la filogenesi, o Aldo Braibanti
che rileggeva Darwin con gli occhi di Kropotkin
che vedeva i vincitori dell'evoluzione genetica
non tra i più forti, sopravvissuti perché
hanno eliminato il loro prossimo, ma tra quelli
capaci di collaborare con le altre specie.
C'è una
verità che sta sotto agli occhi di tutti
ma che nessuno vede, scriveva Braibanti. Ed è
la semplice constatazione che ognuno di noi è,
come dire, una piccola cellula di un organismo
più grande che è il pianeta sul
quale abitiamo. La Terra è un essere vivente,
un'astronave viva sulla quale viaggiamo, dove
tutto è vivo. Acquisire nel quotidiano
questa coscienza, porterebbe a una mutazione profonda
nella concezione del fare politica e nel nostro
modo di agire.
La cultura corrente ha ancora l'abitudine di descrivere
la figura umana immersa nel vecchio spazio euclideo.
Eppure i pittori, che spesso vedono dove i cinematografari
sono ciechi, già da quasi un secolo hanno
scoperto spazi e tempi simili a quelli descritti
dalla fisica relativistica che comincia con il
cronotopo einsteiniano; un esempio tra tanti:
Picasso e Braque che scomponevano su vari piani
le immagini plastiche della figura umana, vista
contemporaneamente da più punti di vista.Sarebbe
bello, pensavo, creare un luogo di sperimentazione
dove il più lontano passato biologico possa
essere scomposto nell'universo relativistico e
ricomposto viaggiando attraverso l'infinità
di tutti i soggetti viventi che compongono la
vita del pianeta. Progettare un corpo "collettivo"
nuovo, configurare una nuova geografia di passioni
molto al di là dei limiti angusti dell'orizzonte
antropocentrico. E da lì ricomporre una
nuova intelligenza abituata a considerare che
è il nostro pianeta, è lui la creatura
vivente composta da un intreccio osmotico di condizioni
biologiche, di soggetti viventi diversi, di pulsioni
libidiche differenti tra loro tante quanti sono
i suoi abitanti.non solo gli uomini e le donne
ma anche l'infinita varietà degli animali
e delle piante.e non va dimenticato che nel pensiero
primitivo tutto è vivente, anche le montagne,
il vento, i fiumi.Marcel Duchamp, che incontravo
a Parigi con Baruchello, era squisitamente pigro
e non affaticava a teorizzare. Preferiva i giochi
di parole: "je suis arrivé avec le
faux vagin de Tiny", diceva pronunciando
Volskwagen alla francese. Oppure, disponendo i
pezzi sulla scacchiera sul tavolinetto di qualche
brasserie, mi metteva in guardia: "chaque
pion veut devenir dame".Nella lunghissima
intervista a Pierre Cabanne aveva dichiarato di
non aver mai pensato che la sua opera potesse,
per l'avvenire, avere alcuna utilità sociale.
"Donc, mon art serait de vivre; chaque second,
chaque respiration est une ouvre qui n'est inscrite
nulle part, qui n'est ni visuelle ni cérebrale.
C'est une sorte d'euphorie constante".A questa
indifferenza verso l'attività creativa
che trova il suo limite concretizzandosi in opera
d'arte e il preferire l'"ascolto" del
flusso di creatività continua e profonda
del "vivente", associavo un altro discorso,
socialmente problematico, che al suo vedevo in
qualche modo strettamente imparentato e scandaloso
agli occhi degli adoratori dei simulacri, a quelli
dei frequentatori di musei e cineteche; quello
di Zavattini del quale avevo frequentato il salotto:
"la finzione spettacolare diffonde le grandi
menzogne e produce una realtà falsa"
urlava saltando sui divani mentre quelli del piano
di sopra bussavano sul pavimento perché
li svegliava, e se quelli di sopra volevano dormire,
i giovani registi che frequentavano casa sua non
erano molto più svegli.e continuava: "allora
bisogna lottare per trasformare la realtà
e non il cinema che la filma così com'è,
per agirla, con coraggio, con urgenza, con entusiasmo,
con una nuova concezione di solidarietà,
con la lotta."
Ogni tanto si
incontra qualcuno che ti indica delle strade da
percorrere; e di quello la gente dice che è
un maestro.
Ma, a volte, anche un gatto che passa o un bambino
che fa qualcosa, senza averne la minima intenzione,
ti possono dare una grande lezione. Poi può
succedere che uno sia fatto oggetto di offese
gravi e, se si fa eccezione per la solidarietà
impotente di qualche amico, viene lasciato solo
a subirle, incompreso, dimenticato. E quello ha
l'effetto di cambiargli tutta la vita, di "aprirgli
gli occhi", come si dice comunemente. Ho
trovato una vecchia intervista che rilasciai,
non so più a chi, circa un anno dopo essere
uscito di galera, circa un anno prima di cominciare
a girare "Anna".
Domanda: che ti ha insegnato la prigione
per quello che riguarda il tuo mestiere?
Risposta: da quando sono stato rinchiuso
per due anni in prigione mi interesso sempre meno
di linguaggio cinematografico e sempre più
della mia vita. Tutta l'energia che avevo, in
galera, la usavo per alimentare una costante vigilanza
su me stesso per reprimere quotidianamente ogni
lampo di smania di vivere che ti esplode dentro
quando sei chiuso, per anni, a marcire in una
cella; per commutare ogni voglia in noia, ogni
entusiasmo in un letargo privo di desideri; aspettando
spasmodicamente una sola cosa: uscire e vivere,
finalmente. Poi, a fine pena, i secondini mi hanno
aperto la porta; avevo ancora nelle orecchie le
urla dei miei compagni legati e massacrati sui
letti di forza o nelle celle di punizione e, attraverso
quel vetro sporco del fantasma persistente di
sbarre muri e serrature che ancora vela i miei
occhi, ricominciavo a guardarmi intorno in quel
modo che in prigione si chiama "la libertà".
E con gli occhi di uno schifoso avanzo di galera
qual ero, vedevo ciò che, prima di conoscere
la prigione, non avrei mai saputo vedere: per
esempio che il "pubblico impegnato"
va al cinema a vedere i film sui carcerati per
rimuovere il fatto di essere esso stesso prigioniero
nelle città, prigioniero del suo quotidiano,
del salario, della noia insopportabile di una
sopravvivenza che consuma una vita vissuta senza
scopo. E perché nel cosiddetto mondo libero
la gente possa sopravvivere nell'illusione di
esser libera, in una schiavitù senza catene,
il cinema "d'evasione", il cinema dei
padroni, attraverso la manipolazione dei linguaggi
mantiene uno stato di fatto dove si "fa finta
di vivere", prolungando una condizione umana
rassegnata e sottomessa che è il doppio
sbiadito della galera.
Manipolare i linguaggi, costruire una vita "più
bella" in moviola, vuol dire rinunciare a
vivere. Ci si illude di poter dire la verità
ricucinando i linguaggi del sistema, dimenticando
che l'unica regola di questi linguaggi è
la menzogna. Occorre avere il coraggio di spezzare
le catene dell'isolamento, dell'ignoranza, della
sopraffazione, della paura, imparare ad amarsi,
lavorare insieme e creare una vita nuova, non
dei film. La questione dei "nuovi linguaggi"è
un falso problema: solo una vita nuova, autentica
e non vissuta esteticamente, si esprimerà
con linguaggi nuovi.
Così buttai
via tutto il repertorio di stilemi, di ripetizioni
e variazioni di montaggio, le fratture del tempo
narrativo, le inquadrature al limite della percezione
visiva, gli specchi deformanti, i petali strappati
che proiettati a rovescio si ricompongono in fiore,
le stanze girevoli per camminare sulle pareti
e sui soffitti, le sparizioni e le riapparizioni
in dissolvenza incrociata.insomma tutto il repertorio
di giochi di prestigio del mondo della celluloide
d'avanguardia o di cassetta che fosse: per realizzare
il cinema, bisognava liquidarlo.
Link:
Sito ufficiale di Alberto Grifi
www.albertogrifi.com
(4 maggio 2005)