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LOCARNO FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM
(3-13 agosto 2005)

di Raffaele Meale


1. Un'introduzione (scuse, riflessioni, idee sparse)

fonte: www.pardo.ch - Fotofestival / PedrazziniQuesto scritto si apre con una serie di scuse, probabilmente non richieste da nessuno, ma che mi sento "professionalmente" in dovere di porgere ai lettori di Puorz du cinéma: l’intero saggio sul festival di Locarno approda sulle pagine di Kalporz a un mese e mezzo di distanza dalla fine dell’evento, e senza che ancora abbia visto la luce lo speciale promesso sul Vento del cinema diretto a Procida da Enrico Ghezzi. (Dis)perso tra la paradossale mancanza di tempo estiva – all’anima di chi legge la stagione calda come il momento in cui togliere le batterie e rilassarsi – e i vari festival cinematografici e musicali che ho abitato in questi ultimi mesi ho contratto la terribile malattia del ritardo che, come molti di voi sapranno, già fa fermamente parte della mia indole. Ecco dunque spiegato il motivo di tale ritardo, ritardo che si sommerà ulteriormente per quanto riguarda l’abituale saggio veneziano e che porterà, come inarrestabile effetto domino, un ritardo anche per quanto riguarda l’Asian Film Festival (a Roma a fine mese di ottobre) e il Festival di Torino (sempre che riesca veramente ad andarci). Questa catena di Sant’Antonio dei ritardi cercherò di bloccarla alla fine dell’anno, quando darò metaforicamente alle stampe il pezzo conclusivo sull’intera stagione cinematografica del 2005.

In attesa di questo, e con tutta la pazienza della quale potete essere capaci, eccovi il resoconto del 58. Festival internazionale del film di Locarno. Ancora tante scuse…

Mentre al mondo proliferano giovani festival in attesa di futura consacrazione, tra Toronto che festeggia la prima edizione sotto l’egida di Mauritz de Hadeln e Walter Veltroni ospite lagunare che profetizza i germi dell’ormai sempre più prossimo appuntamento capitolino, l’edizione 2005 del Festival di Locarno ha rafforzato la posizione della kermesse elvetica subito alle spalle della triade Cannes/Venezia/Berlino. A conti fatti la peculiarità che ancora distanzia Locarno dalle capitali festivaliere europee riguarda esclusivamente i nomi su cui si può contare; al di là di poche giocate sicure come i fratelli Quay e Shinya Tsukamoto il resto è una vera e propria scommessa alla cieca, con delle notevoli sorprese che avrò modo di trattare in seguito ma anche con una serie di visioni che rischiano seriamente di lasciare il tempo che trovano.

Da un punto di vista organizzativo Locarno è una macchina perfettamente oliata, figlia di quello stereotipo che vuole lo stato elvetico rigidamente attaccato al rispetto delle regole, malato di puntualità – gli orologi a cucù, no? -, dominato da un autocontrollo che rischia di sfociare nella follia. Insomma, rispetto ai ritardi e alle pressapochezze a cui è avvezzo il cinefilo in trasferta ai festival, Locarno si presenta da subito come un paradiso terrestre, oasi incontaminata che non vive lo stress veneziano, esula dalla mondanità di Cannes e non è costretta a sopportare l’inverno berlinese.

E mi sono ritrovato, dopo una settimana di festival, entusiasta dell’avventura vissuta; cosa c’è di meglio per evitare la calca delle nostre spiagge e la calura estiva di una cittadina lacustre immersa tra le Alpi? Lo so, la domanda è tutt’altro che retorica, ma per una volta sia preferita la via dell’astensione. E punto.

continua

 




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