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3. I film
Solitamente il nucleo fondante degli speciali
che propongo dai vari festival arriva a sviscerarne
i contenuti cinematografici lavorando puntigliosamente
sulle varie sezioni, il Concorso, le Retrospettive,
il Fuori Concorso e così via. È
stato così per i vari resoconti su Venezia,
è stato così per le pagine dedicate
all’ultimo Far East Film Festival di Udine.
In quest’occasione però
non agirò con queste modalità, per
un solo motivo estremamente valido: non ho avuto
modo di partecipare a tutto il periodo del festival,
ma solo a metà di esso. Sarebbe dunque
impossibile ragionare seriamente su quanto visto
senza cadere nella trappola dell’incompiuto, e
visto che posso tranquillamente aggirare il problema
non vedo perché debba considerarmi costretto
a cimentarmi in un’impresa quantomeno stolta quando
non eticamente discutibile.
Preferisco dunque suddividere
l’intero ammasso di opere viste – numero comunque
ragguardevole, visto che in appena 6 giorni mi
sono pappato 25 film – in tre categorie facilmente
codificabili: Inferno, Purgatorio e
Paradiso. Non credo ci sia la necessità
di specificare cosa verrà contenuto in
ognuna di queste sezioni…
a) Inferno
"E caddi, come corpo morto
cade"
È sempre comodo e rassicurante iniziare
una disanima critica partendo da ciò che
ha sollevato le maggiori perplessità. Permette
al discorso di trovare solidità e lucidità
in corso d’opera, e di raggiungere il climax – o
l’Olimpo, o l’Eldorado, o il Bengodi o comunque
vogliate chiamarlo – con maggiore facilità
e producendo un effetto amplificato.
E a Locarno ce n’è di
strada da fare prima di raggiungere le vette che
ho enunciato: come rapportarsi dopotutto con un
film come "My Date With Drew"? Opera
prima di un terzetto di amici, Jon Gunn, Brian
Herzlinger e Brett Winn, narra in una forma autocelebrativa
al massimo le loro gesta nel tentativo disperato
di conoscere, capo a un mese, Drew Barrymore.
L’idea di per sé potrebbe anche funzionare
se fosse ricondotta a un ideale cinematografico,
magari interpretato nel versante più graffiante
della cinefilia, ma il target che questi tre ragazzetti
americani hanno in testa non si discosta per niente
dal pubblico medio di MTV: ecco dunque che "My
Date With Drew" si trova a soffrire un impianto
acriticamente televisivo, senza mostrare la benché
minima voglia di mediare, di mescolare le carte,
di ibridare i generi. Il film altro non è
che una versione leggermente più lunga
di quei programmi dementi che la rete ammiraglia
della musica (o almeno questo è il ruolo
che pretende di interpretare) propina ai suoi
adolescenti nelle prime ore del pomeriggio. L’aspetto
divistico è messo in scena senza alcuna
cognizione di causa, senza alcuna interpretazione
postuma, da veri e propri fans ciechi; inconsapevolmente
Herzlinger e soci filmano uno dei più atroci
e penetranti documenti sulla superficialità
di parte della nuova generazione statunitense
– ma noi siamo poi messi così meglio? -.
Peccato che dietro non ci sia nulla di strutturato.
E "My Date With Drew", nonostante i
miei strali e le mie maledizioni, si è
addirittura portato a casa uno dei premi della
Semaine de la critique. Ma si sa, io con
le giurie difficilmente vado d’accordo.
Tra i sei film visti del Concorso
mi sono imbattuto in due vere e proprie delusioni:
la prima è da rintracciare nel percorso
che svolge il protagonista di "A Perfect
Day", firmato a quattro mani da Joana Hadjithomas
e Khalil Joreige e battente bandiera libanese.
Ricerca della memoria del padre, del rapporto
con la madre che diventa il viaggio all’interno
di un paese costretto a seppellire la propria
memoria con i propri morti per non dare adito
a possibili ulteriori sfoghi di violenza, il film
non riesce comunque a portare avanti un discorso
coerente, finendo per attestarsi a metà
strada tra la strizzatina d’occhio al neorealismo
e un’urgenza visiva costretta inevitabilmente
a cercare linee direttrici nella contemporaneità.
Insomma, un prodotto nato già morto, abortito
dall’evoluzione stessa della storia del cinema.
E prendere la derivazione geografica – il medio
oriente, con tutto quel che ne consegue – come
scusa per doverlo elogiare a tutti i costi
è quanto di più falsamente progressista
ci si possa immaginare. Nessuno qui sta dicendo
che determinati stati non debbano cercare nel
cinema la via espressiva per mostrare la loro
visione politica del mondo che li circonda, assurdo
però è pretendere che tali lavori
siano importanti solo perché provenienti
da zone "calde" della terra. Il cinema
è pur sempre un’arte, e come tale va sviscerata
fin nelle sue intimità più sgradevoli.
Il secondo film del concorso
ad avermi fatto rimpiangere una bella dormita
al sole è stato "Snow White"
di Samir, iracheno di nascita ma svizzero da sempre.
Già il precedente "Forget Bagdad"
mi aveva fatto seriamente dubitare sulle sue capacità
registiche, ma ora la pochezza artistica è
a dir poco palese. "Snow White" è
una sorta di telenovela all’insegna della trasgressione
– sempre enunciata ma mai mostrata, così
come la messa in scena non rompe neanche una delle
regole scritte e non del cinema -, con una giovane
di Zurigo che cade nella spirale della droga e
della prostituzione e che ritrova la pace solo
grazie all’incrollabile amore di un cantante spagnolo
che canta in un gruppo hip-hop ginevrino. Alcune
sequenze, come quella finale, rasentano seriamente
la demenza più totale, e nel complesso
non si riesce a capire non solo come un film del
genere sia potuto arrivare a un traguardo alto
come quello della competizione ufficiale (vabbè
che bisogna sostenere il cinema elvetico, ma qui
si rischia l’esasperazione) ma anche come un qualsiasi
essere umano si sia potuto lasciare convincere
a raccogliere e spendere soldi per questo spettacolo
indecente. Alla fine resta veramente solo la bellezza
statuaria della protagonista Julie Fournier, che
regala però troppo poco del suo corpo alla
macchina da presa. Cosicché quando si arriva
alla scena del tentato suicidio in sala si possono
facilmente contare molti corpi esanimi, incapaci
di resistere a tanto (e sì, perché
il tutto si trascina stancamente per poco meno
di due ore!).
"Rag Tale" di Mary
McGuckian può contare su un cast veramente
notevole: Jennifer Jason Leigh (che approda su
questa (de)riva dopo aver frequentato tra gli
altri Robert Altman in "America oggi"
e "Kansas City", i fratelli Coen in
"Mister Hula Hoop", David Cronenberg
in "eXistenZ" e Todd Solondz in "Palindromes"),
Ian Hart (il suo volto resterà per sempre
impresso per la straordinaria interpretazione
in "Terra e libertà" di Ken Loach,
ma come dimenticare le eccellenti prove di "Backbeat",
nel quale veste i panni nientemeno che di John
Lennon, "Niente di personale" di Thaddeus
O’Sullivan, "Il garzone del macellaio"
di Neil Jordan e "Liam" di Stephen Frears?),
il grande attore teatrale Simon Callow, che qualcuno
ricorderà nelle incursioni cinematografiche
in "Camera con vista" di James Ivory
e "Quattro matrimoni e un funerale"
di Mike Newell, e soprattutto il mitico Malcolm
McDowell. Eppure questo cast viene completamente
vanificato da una sceneggiatura pedante e da una
messa in scena talmente vertiginosa – il cambio
di inquadratura avviene mediamente ogni quattro
secondi – da var venire ben presto mal di testa
e mal di mare. E a peggiorare la situazione arriva
la scoperta, dopo una mezz’oretta, che questa
discutibile scelta estetica non è altro
che un povero esercizio di stile. La Piazza Grande,
dove il film veniva proiettato, si è rapidamente
svuotata e la pellicola è rimasta praticamente
priva di applausi. Caso più unico che raro.
Addirittura dal Sud Africa arriva
"The Flyer" di Revel Fox, favola più
moralista che morale, talmente prevedibile da
farsi anticipare regolarmente dal pubblico in
sala. Un’opera sul riscatto personale (quello
del giovane negretto Kier, che passa dalla microcriminalità
al mondo del circo diventando il primo trapezista
al mondo a provare con successo il quadruplo salto
mortale) che annoia mortalmente e che altro non
è se non la fotocopia di quanto già
visto in almeno trecento occasioni diverse. Con
tanto di sgradevole elogio al neocolonialismo
occidentale: alla fine arrivano gli osservatori
da Parigi, lo vedono zompare come un grillo e
se lo trascinano dietro. Addio Africa, addio rivalsa
sociale, quello che importa è divertire
i bianchi. Nel 1800 i capi tribù venivano
ridicolizzati in pubblico dall’uomo bianco per
il vestiario e le abitudini, ora lasciamo che
siano loro a divertirci con i trucchi e i giochi
di prestigio (o l’agilità, nello specifico):
i tempi sono poi così cambiati?
A concludere il lotto dei casi
disperati manca ancora un film…allora, facciamo
un rapido riepilogo: abbiamo avuto un film svizzero,
uno sudafricano, uno libanese, uno statunitense
e uno inglese. Vuoi vedere che per una volta tanto
l’Italia riesce a evitare di rientrare nel pacchetto
degli indesiderabili? E invece no, da buon ultimo
ecco arrivare "Sangue – La morte non esiste",
esordio alla regia di Libero De Rienzo. E devo
dire che mi dispiace non poco dover inserire quest’opera
nella lista, perché alcuni spunti non erano
poi così disprezzabili e l’impianto narrativo
poteva anche risultare interessante. Ma non si
può assolutamente sopravolare sulle manchevolezze
dell’insieme, sulla fastidiosa mania a giocare
sull’eccesso senza osare veramente nulla, sulla
ricerca estenuante del protagonista particolare,
strano, alternativo. Tutti aggettivi
che non hanno alcun valore ma che fungono da minimo
comun denominatore del nuovo (?) cinema italiano.
Peccato anche per l’ottima interpretazione di
Elio Germano, senza dubbio il volto più
interessante tra quelli che in questo momento
stanno cercando di salire alla ribalta: ho avuto
la controprova decisiva della sua bravura nel
"Romanzo criminale" di Michele Placido,
dove pure deve dar vita a un ruolo secondario.
Insomma, Libero De Rienzo finora è solamente
rinviato a settembre: se studierà e si
applicherà durante l’estate la promozione
dovrebbe essere alla sua portata.
Ps. Cito in calce l’orribile
visione di "Hidden Inside the Mountains",
esperimento (si fa per dire) visivo di Laurie
Anderson con protagonista Antony. Preferisco che
sia inserito qui in basso, in modo da non confonderlo
col cinema, che è altra e ben più
seria cosa.
b) Purgatorio
"E canterò di quel
secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno."
Visto che il riepilogo delle
delusioni si è concluso sul cinema italiano,
perché non cominciare da dove si era interrotto
tutto? E cominciare dunque da "58%"
di Vincenzo Marra e "Gas" di Luciano
Melchionna: il primo è un documentario,
o meglio un istant-movie sulla situazione palestinese
degli ultimi anni. Farraginoso, inconcludente,
vagamente retorico (l’aquilone che i bambini lasciano
volare in segno di speranza, per esempio), il
film di Marra risorge però, e arriva ad
aspirare alle stelle grazie a una straordinaria
sequenza centrale: la stasi vissuta da chi, colpevole
solo di essere palestinese, deve superare i posti
di blocco alla frontiera. L’intera sequenza, che
trova naturalmente un suo protagonista in un uomo
che per puro cavillo burocratico non viene fatto
passare, è destinata a imprimersi nella
mente di chi vi assiste perché capace sia
di riflettere lo stato di angoscia e di instabilità
di un intero popolo sia un carattere puramente
cinematografico come la suspense. Insomma, un
lavoro di poco conto che riesce però ad
avere un’impennata improvvisa e, dunque, come
Dante che cerca di trovare la via per il Paradiso,
mostra la volontà di puntare verso l’alto.
Il suo "Vento di terra" a Venezia dello
scorso anno mi aveva convinto, sono certo che
questa piccola battuta d’arresto rimarrà
un semplice episodio nella sua filmografia.
"Gas", l’esordio cinematografico
del regista e autore teatrale Melchionna è
l’ennesima dimostrazione di un ritrovato interesse
per l’ambiente delle borgate romane: è
così che tornano alla ribalta i nomi della
Banda della Magliana evocata nelle opere di Costantini
e Placido, è così che Roma torna
a farsi set importante, alla pari di Torino il
luogo cinematografico preferito degli ultimi anni.
"Gas" è un film coraggioso ma
discontinuo, che risente in parte della sua origine
teatrale e che, per la simpatia che il regista
prova nei confronti dei suoi protagonisti, può
far venire qualche dubbio ideologico. Storia di
violenza, o meglio di una notte di violenza, vorrebbe
porsi come sua negazione senza riuscirci in pieno,
visto che è facile farsi cogliere da fascinazione
durante la visione dell’opera. E se il finale
appare un po’ troppo sbrigativo, è anche
vero che il lavoro sui personaggi è tutt’altro
che banale e che alcuni degli interpreti (soprattutto
una straordinaria Loretta Goggi nel ruolo della
madre del ragazzo omosessuale) sono veramente
degni di nota. In attesa di una definitiva maturazione
mi sento di relegare Melchionna e il suo "Gas"
nel magma degli incompiuti, ma l’ago della
bilancia pende decisamente verso la positività.
Il discorso che mi sento di fare
per "Per sempre" di Alina Marazzi è
lo stesso che ho portato avanti per il film di
Marra; l’opera in sé è deludente,
sbilanciata, mai particolarmente coraggiosa, ma
presenta degli elementi di sicuro interesse soprattutto
per il tema affrontato – la scelta della vita
monastica -. Della Marazzi è stato possibile
vedere quest’anno nei cinema italiani (la regista
è italo/svizzera) lo straordinario "Un’ora
sola ti vorrei", a mio parere il più
grande film italiano degli ultimi dieci anni,
straordinario documento autobiografico in grado
di rendersi universale in maniera sublime: "Per
sempre" è tutt’altra storia, e pur
assestandosi decisamente sulla sufficienza non
entusiasma di certo. Forse il passaggio da una
tematica fortemente vissuta e gravida di spunti
personali a una totalmente estranea alla formazione
culturale dell’autrice ha fatto pesare la sua
gravità. Chissà, certo è
che "Per sempre" non ha la forza del
precedente lavoro né possiede un decimo
della sua innata capacità emotiva.
Da anni ormai il festival di
Jeonju, in Corea del sud, porta avanti il progetto
del Digital Short Film by Three Filmakers,
ovvero tre cortometraggi annualmente affidati
a tre diversi registi dell’area orientale (senza
limitazioni di nazionalità, Off Course
) e poi raggruppati per formare un unico film
in tre sezioni. Nel 2005 la scelta è caduta
su Apichatpong Weerasethakul, Shinya Tsukamoto
e Song Il-gon, e dunque Tailandia, Giappone e
Corea del sud. Il piatto si è fatto da
subito dunque molto interessante, visto e considerata
l’importanza autoriale quantomeno dei primi due
nomi della lista: Weerasethakul autore del bel
"Blissfully Yours" e soprattutto del
capolavoro "Tropical Malady" – visto
a Cannes nel 2004 e uscito lo scorso Aprile in
Italia in pochissime sale e per poco tempo -,
e Tsukamoto che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni
ma che per sicurezza ricordo essere il regista
dei due "Tetsuo", de "Le avventure
del ragazzo del palo elettrico", di "Soseiji
– Gemini", di "Bullet Ballet" e
di "A Snake of June". Così, tanto
per rinfrescare la memoria. Il terzo regista,
Song Il-gon, era passato nel 2001 a Venezia con
un film interessante, "Flower Island".
E pensare che è proprio colpa di
quest’ultimo se "Digital Sam in Sam Saek
2005" compare nel capitolo dedicato ai titoli
non completamente convincenti: se non fosse per
"Magician(s)", cortometraggio assai
mediocre partorito dal regista coreano, il progetto
sarebbe infatti promosso a pienissimi voti. L’episodio
di Tsukamoto ("Haze") ma soprattutto
lo splendido cortometraggio di Weerasethakul ("Worldly
Desires") mostrano due autori in forma smagliante.
Weerasethakul continua a ragionare sulle dinamiche
e il senso della messa in scena già sperimentato
nei lavori precedenti, e lo stesso – anche se
in maniera ovviamente diametralmente opposta –
fa anche Tsukamoto. Che con "Haze" firma
un buon lavoro destinato a diventare capolavoro
nella versione da mediometraggio; ma questo è
un discorso che affronteremo in seguito.
Gli ultimi tre film destinati
a rientrare tra coloro che son sospesi provengono
tutti da retrospettive: due dal mastodonte dedicato
a Orson Welles, vero e proprio festival nel festival
tanto da costringere chi avesse avuto voglia di
seguirlo con continuità a rinunciare al
resto della programmazione (e così ha fatto
il mio amico e collega Alessandro Aniballi, che
su Welles si è anche laureato), e uno dal
focus sul cinema maghrebino. Di "Someone
To Love", film del 1987 diretto da Henry
Jaglom e ultima interpretazione cinematografica
di Welles prima del decesso ho visto solo mezz’ora
dopodiché, alla vista di un self service
ricco di pietanze in scena sono stato colto dai
crampi della fame e costretto alla resa. Dopotutto
il film avevo già avuto modo di vederlo
a Roma anni fa e pur trovandone interessante la
scelta narrativa non mi convince appieno. Le partecipazioni
di Sally Kellerman e Monte Hellman sono comunque
da rimarcare. "Tepepa" è invece
uno spaghetti-western del periodo della contestazione,
figlio legittimo di "Quien Sabe?" per
intenderci: diretto, male, da Giulio Petroni è
un’incursione nella rivoluzione messicana, ma
in realtà è una storia di amicizia
e vendetta. Qui Welles fa il cattivo di turno,
e la sua maschera è a dir poco straordinaria,
così come l’uso della propria mole. Peccato
che il film non sia veramente niente di che, almeno
per quello che ho avuto modo di vedere io: dopo
un’oretta sono uscito, giusto il tempo per ridere
di alcune ingenuità visive macroscopiche
e per apprezzare la verve politica (sprecata)
di Tomas Milian.
Il film marocchino è invece
"Keïd ensa" di Farida Benlyazid
e risale al 1999: sorridente commedia femminista
ambientata in un’epoca favolistica che riporta
subito alla mente scenari da "Il fiore delle
mille e una notte", l’opera di Benlyazid
scivola via che è un piacere per un’ora
e mezza, ma denota mancanze nella costruzione
narrativa che ben presto inizia a ritorcersi su
sé stessa, ripetitiva e sempre uguale a
sé. E se è pur vero che dopotutto
questo è lo schema classico delle fiabe
è altrettanto vero che il cinema non può
permettersi, a più di cento anni dalla
sua nascita, una primitività (concettuale,
visiva, tecnica) così esibita. Ma anche
solo per lo sguardo solare conquistatore di Samira
Akariou e per la disinibita libertà temporale
– i personaggi rimangono sempre uguali, ma in
realtà dall’inizio del film alla fine intercorrono
buoni quindici anni – mi sento di salvare questo
film, proveniente da zone che non ci sono abituali
e nelle quali probabilmente siamo ancora costretti
a perderci. Le porte aperte sul Maghreb proposte
al festival indicano che si sta cercando di andare
verso la direzione giusta. Ora basta veramente
non smarrire la strada…
c) Paradiso
"ma già volgeva il
mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle"
Ed eccomi giunto al momento
della glorificazione, della deposizione dell’alloro
sul capo dei trionfatori (morali, che quelli che
si sono ritrovati con in mano un premio ben poco
lo meritavano!) di questa edizione del festival.
Non perderò troppe parole
su "Time Bandits" di Terry Gilliam,
"Being John Malkovich" di Spike Jonze
e "One From the Heart" di Francis Ford
Coppola, perché si è trattato di
semplici seconde , terze e quarte visioni di opere
che avevo già avuto modo di vedere in precedenza;
mi ha fatto però molto piacere riuscire
finalmente a godermi i varchi spazio temporali
con nanerottoli del film di Gilliam e il patchwork
visivo di Coppola su grande schermo – il film
di Jonze l’avevo visto in pellicola già
alla sua sortita al festival di Venezia nel 1999
– e per di più in lingua originale. Queste
tre opere rappresentano modalità differenti
per elevare al potere la fantasia. Se l’universo
di Gilliam e il suo curriculum permettono di inserire
"Time Bandits" come tassello importante
(perché trait d’union tra il passato
con i Monthy Phyton e il futuro solista) della
sua filmografia e la schizoide avventura nella
testa di Malkovich è parto di quello che
può essere considerato senza alcun problema
il migliore sceneggiatore degli ultimi anni, quel
Charlie Kaufman al quale si devono anche gli straordinari
"Il ladro di orchidee", "Eternal
Sunshine of Spotless Mind" e "Human
Nature" (per non parlare del comunque apprezzabile
"Confessioni di una mente pericolosa",
esordio alla regia di George Clooney), c’è
da analizzare con un certo gusto il pastiche disegnato
da Francis Ford Coppola. Certo, "One From
the Heart" non vive la perfezione dei primi
due "Padrino", de "La conversazione"
o di "Apocalypse Now", ma la libertà
visiva con la quale entra in contatto Coppola
è a dir poco deflagrante; l’esile vicenda
delle traversie amorose della coppia Frederic
Forrest/Teri Garr diventa l’occasione per un’immersione
completa nell’immaginario collettivo americano
del secondo dopoguerra, che attraversa generi
e istanze, tra giochi di ombre, balletti furibondi.
Mai il cinema mainstream statunitense è
stato così tenacemente libero da vincoli
strutturali, e mai più lo sarà.
Ma i primi anni ’80 di Coppola, solitamente relegati
dalla critica a semplice scoria dei fasti del
decennio precedente, meriterebbero davvero un’analisi
a se stante – e chissà che su queste pagine
tutto ciò non riesca prima o poi a venire
alla luce -, perché opere come questa,
per non parlare di "I ragazzi della cinquantaseiesima
strada", "Rusty il selvaggio" e
"Cotton Club", sono da riscoprire e
idolatrare.
Visto che in realtà ho
perso molte più parole di quanto preventivato
sui ripescaggi dal passato, vado in fretta e furia
a parlare delle piacevoli scoperte del festival:
partiamo dal film che si è portato a casa
il Pardo d’Oro e il premio per la migliore interpretazione
femminile, "Nine Lives" di Rodrigo García,
che qualcuno ricorderà regista di "Le
cose che so di lei" ma che ha firmato anche
molte puntate dei serial "I Soprano"
e "Six Feet Under". "Nine Lives"
(uscito in Italia a inizio settembre con il titolo
"Nove vite da donna") è un film
a episodi, tranches de vie che servono
a penetrare nella vita e nelle emozioni di vari
personaggi femminili. La peculiarità tecnica
risiede nel fatto che ogni episodio è interamente
girato in piano sequenza, seguendo quello che
sta diventando il dettame principale del nuovo
cinema. Esercizio di stile? Sicuramente sì,
anche se in fin dei conti l’opera regge sia da
un punto di vista narrativo – che si calibra negli
episodi tra il grottesco, il melodramma, la tragedia
e la commedia – che tecnico, grazie anche alla
buona vena delle attrici che si sono viste recapitare
dal festival il premio collettivo per la recitazione,
neanche fossimo in un film di Altman. Le migliori
del lotto secondo me? Amy Brenneman, Sissy Spacek
e una trattenuta e dolente Glenn Close.
Steve Buscemi è uno di
quei personaggi del cinema americano ai quali
sarei capace di perdonare qualsiasi cosa (beh,
proprio qualsiasi magari no…ma ci siamo capiti);
senz’ombra di dubbio uno dei migliori attori della
sua generazione, Buscemi si continua a dimostrare
autore sensibile e per niente prevedibile. Dopo
aver conquistato il pubblico con l’apatia e la
stasi di "Mosche da bar" e aver rincarato
la dose nel dramma carcerario "Animal Factory",
tocca ora a "Lonesome Jim" conquistarci
definitivamente. Anche qui l’andamento dell’opera
è vagamente narcolettico e viene portato
avanti sottovoce, quasi che tutto l’urlare del
cinema a lui solitamente vicino – vedi Tarantino,
ma anche i fratelli Coen, e poi Carpenter e DiCillo
– lo costringa a scegliersi una parte diversa
quando passa dietro la macchina da presa. Il Jim
protagonista della pellicola è l’ennesimo
reietto elevato al grado di eroe del cinema indipendente
e la struttura non è poi così dissimile
da opere come "Suburbia" di Richard
Linklater o "Getting to Know You" di
Lisanne Skyler, ma la volontà di Buscemi
di lavorare esclusivamente di sottrazione non
può non ammaliare. E alla fine del film
ci si trova a sorridere beati e beoti, il che
è risultato non disprezzabile. Una nota
di merito al protagonista Casey Affleck – lo si
era già visto in "Good Will Hunting"
di Gus Van Sant, ed è fratello del Ben
più famoso – e alla sempre splendida Liv
Tyler, una che ti illumina con uno sguardo l’inquadratura.
Chi mi conosce attraverso le
varie operazioni critiche portate avanti nel corso
degli anni è perfettamente consapevole
del mio amore per il cinema orientale, al giorno
d’oggi una delle zone geografiche fondamentali
per la qualità e l’originalità dei
prodotti (e per una disanima più attenta
su queste tematiche rimando all’articolo dedicato
all’ultimo festival di Udine); anche Locarno,
che ai tempi della reggenza di Müller era
praticamente una dependance del cinema dell’estremo
oriente, continua a confermare la mia idea al
riguardo. Ho già avuto modo di parlare
di "Digital Sam in Sam Saek 2005", ma
è giunta l’ora di approfondire il discorso
su Shinya Tsukamoto: se la versione di 29’ del
suo "Haze" presente nel trittico convinceva,
la visione della versione espansa fino a poco
meno di un’ora mi ha lasciato letteralmente muto,
senza parole. "Haze" non solo porta
avanti in maniera tenace l’idea di cinema del
cineasta nipponico, che per la prima volta si
cimenta con il digitale – tra l’altro sfruttando
un supporto leggerissimo come la DVX-100 della
Panasonic -, ma merita di rientrare tra i suoi
massimi capolavori. In pratica sembra di assistere
a un "Tetsuo" riletto nell’ottica dei
film dell’ultimo periodo di Tsukamoto, dove la
carne non è più portata a una fusione
con la macchina ma da essa viene ferita e deturpata
in continuazione. Il corpo non vive di trasformazioni
ma bensì di mutilazioni: perfetto paradigma
di tutto ciò è l’incubo in cui piomba
il protagonista della vicenda (lo stesso Tsukamoto,
anche direttore della fotografia, montatore e
scenografo), costretto a muoversi in uno spazio
buio e angusto, a strisciare, a ferirsi contro
chiodi, a essere ripetutamente colpito da un martello
che scende con regolarità da un muro. Tutto
per finire in un mare di sangue attraversato da
arti umani e per ritrovare la memoria di un delitto
e, grazie alla catarsi, la memoria di un amore.
Da alzarsi in piedi e applaudire per dieci minuti
buoni – cosa che ho ovviamente fatto. È
invece tailandese "Citizen Dog", folle
e spassosa commedia diretta da Wisit Sasanatieng:
lui è il regista di "Le lacrime della
tigre nera", fascinoso western kitsch perennemente
sopra le righe. Il suo stile non sembra essersi
particolarmente modificato, basta pensare che
in "Citizen Dog" in meno di un’ora e
quaranta sono condensati un uomo che cerca il
dito amputatogli da una macchina dentro le scatolette
di tonno, per poi scoprire a ricerca ultimata
di essersi impadronito del dito di un altro, una
montagna formata da bottiglie di plastica che
domina Bangkok e dove gli innamorati vanno a fare
i pic-nic, un orso di peluche alcolizzato e donnaiolo,
un impiegato che lecca tutto ciò che gli
capita a tiro, un motociclista fantasma morto
durante una tempesta di caschi, una ragazza che
legge un libro in una lingua straniera (l’italiano!!!!)
senza capire una sola parola di quanto c’è
scritto. E tanto altro che non vi voglio svelare:
"Citizen Dog" è una di quelle
opere che risulta effettivamente necessario
vedere, per comprendere verso quali lidi si sta
movendo il cinema che ci circonda. Nella speranza
che non rimanga materiale per pochi nella nostra
penisola.
Nostra penisola che ha avuto
comunque modo di difendersi con onore, anche nel
Concorso: "La guerra di Mario"
di Antonio Capuano è finalmente un’opera
di cui andare fieri, incursione nel mondo napoletano
priva della maggior parte degli stereotipi visivi
e narrativi che solitamente fanno da cornice alla
città partenopea. "La guerra di Mario"
è in realtà la vita stessa di questo
bambino di nove anni estratto dai bassifondi e
dato in affidamento a una coppia dell’alta borghesia
di sinistra della città. In questo scontro
tra due modi di intendere la vita è nascosto
il desiderio di maternità vissuto da entrambe
le parti, a loro volta unite nella lotta contro
un’istituzione che vorrebbe esclusivamente introdurre
Mario nella società senza dargli la possibilità
di trascinarsi dietro il proprio vissuto. "Chi
mi dice di punirlo/ chi mi dice di ascoltarlo/
io non so che cosa fare/non è facile educare",
cantava Nino Manfredi nei panni di Geppetto nella
trasposizione televisiva del capolavoro di Collodi
firmata da Luigi Comencini nel 1972, e forse è
un altro piccolo Pinocchio quello messo in scena
da Capuano: anche lui deve riuscire a diventare
bambino, ma non è facile quando questo
è in parte negato dalla stessa società
che pretenderebbe di (ri)educarlo. Complimenti
a Capuano, autore di un cinema asciutto – fa eccezione
lo schizofrenico impianto tragico su cui si reggeva
il precedente "Luna rossa", sorpresa
veneziana nel 2001 – e rigoroso, ma profondamente
emotivo, e alla spontaneità del piccolo
Marco Greco. A volte i luoghi comuni sono veri:
tutti i bambini napoletani sono dei bravi attori.
Ma la vera sorpresa nostrana
al festival è stata la presentazione, nella
Competition Video, di "Lavoratori"
di Tommaso Cotronei: documentario autarchico sul
lavoro dei bambini in Calabria, evita le secche
del cinema d’impegno italiano e ne scardina la
retorico, arrivando a interagire con il mondo
che mostra con una trasparenza e un’efficacia
veramente rare. I mezzi sono quelli che sono,
la troupe è ridotta all’osso ma restano
le forze delle immagini di questi ragazzi al lavoro,
senza patetiche tirate moraleggianti né
pretese di manicheismi intellettuali. Dopo aver
conosciuto personalmente Cotronei, con il quale
una mia amica aveva collaborato in passato, ho
dato ancora più forza alle mie convinzioni,
e il plauso si è fatto ulteriormente più
sentito.
Restano da citare solo due opere,
entrambe britanniche ed entrambe con filiazioni
statunitensi: "Mirrormask" di Dave McKeane
è una coproduzione, mentre i fratelli gemelli
Quay, autori del meraviglioso "The Piano
Tuner of Heartquakes", sono di nascita americani.
"Mirrormask" segna un ulteriore passo
avanti verso la cinematografia "per ragazzi",
disegnando un mondo onirico e fluttuante in cui
la protagonista, novella Alice, si muove alla
ricerca del MirrorMask, oggetto che le
permetterebbe di tornare nel mondo della realtà.
Il film di McKeane – fumettista assai apprezzato
in patria – si muove con destrezza tra l’impianto
favolistico dell’epoca moderna riportando alla
mente sì il già citato capolavoro
di Lewis Carroll ma anche "Il mago di Oz"
(il compagno d’avventure Valentie è in
pratica un ibrido tra lo Spaventapasseri, il Leone
e l’Uomo di Latta, e poi diritte diritte dal racconto
di Baum arrivano le scimmie/uccello), "La
storia infinita" fino ad approdare all’universo
della fabula classica e del mito, con tanto di
citazione della Sfinge edipica. Veramente una
grande annata questa per il cinema dedicato ai
più piccoli: oltre allo splendido "Mirrormask"
sono da ricordare il dittico firmato da Tim Burton
("Charlie e la fabbrica di cioccolata"
è un gran bel film ma "Corpse Bride"
è addirittura un capolavoro), l’ultima
fatica di Takashi Miike "Yokai daisenso",
sempre in attesa del quarto capitolo dedicato
alle peripezie del maghetto Harry Potter e soprattutto
della trasposizione cinematografica de "Le
cronache di Narnia" che approderà
da noi a ridosso di Natale.
Forse la palma di miglior film visto al festival
spetta però a "The Piano Tuner of
Heartquakes" di Timothy e Stephen Quay, veri
e propri geni dell’animazione (ne parlai nell’articolo
sul Festival di Venezia del 2002, dove venne loro
dedicata una serata in Sala Perla) qui al lavoro
su un film di fiction solo apparentemente più
tradizionale. Ricco di simbologie e di metafore
il film si dipana lungo la sua ora e mezza su
un terreno onirico, quasi impalpabile, esperienza
di trance visiva estremamente rara. Anche da un
punto di vista tecnico l’opera appare sbalorditiva,
sia sotto il profilo fotografico (straordinario
il lavoro sulla grana e sulla dolcezza delle linee
portato avanti da Nic Knwoland) che nell’interazione
– pur meno forte rispetto a "Institute Benjamenta"
del 1995 – tra elementi meccanici e umani. Eppure
è proprio su questo ibridismo che deve
essere letto l’intero film, opera in più
atti destinata all’inceppamento e alla reiterazione
infinita dello stesso istante. La follia umana,
la gelosia, la bramosia, tutto viene esposto fino
alle più inaspettate conseguenze; può
un uomo diventare l’accordatore di terremoti (interiori?
Non solo…)? E cosa resta, nelle macchine che costruiamo
per necessità e/o diletto, delle nostre
memorie umane? Il cinema dei fratelli Quay è
cerebrale e umorale allo stesso tempo, gioca sul
contrappunto continuo ed è elegante,
termine da non scambiare assolutamente con ricercato.
Perché quest’ultimo non prevede la naturalezza
che è invece pregio proprio di questi due
geni.
inizio
continua
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