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LOCARNO FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM
(3-13 agosto 2005)

di Raffaele Meale


3. I film

Solitamente il nucleo fondante degli speciali che propongo dai vari festival arriva a sviscerarne i contenuti cinematografici lavorando puntigliosamente sulle varie sezioni, il Concorso, le Retrospettive, il Fuori Concorso e così via. È stato così per i vari resoconti su Venezia, è stato così per le pagine dedicate all’ultimo Far East Film Festival di Udine.

In quest’occasione però non agirò con queste modalità, per un solo motivo estremamente valido: non ho avuto modo di partecipare a tutto il periodo del festival, ma solo a metà di esso. Sarebbe dunque impossibile ragionare seriamente su quanto visto senza cadere nella trappola dell’incompiuto, e visto che posso tranquillamente aggirare il problema non vedo perché debba considerarmi costretto a cimentarmi in un’impresa quantomeno stolta quando non eticamente discutibile.

Preferisco dunque suddividere l’intero ammasso di opere viste – numero comunque ragguardevole, visto che in appena 6 giorni mi sono pappato 25 film – in tre categorie facilmente codificabili: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Non credo ci sia la necessità di specificare cosa verrà contenuto in ognuna di queste sezioni…

a) Inferno

"E caddi, come corpo morto cade"

È sempre comodo e rassicurante iniziare una disanima critica partendo da ciò che ha sollevato le maggiori perplessità. Permette al discorso di trovare solidità e lucidità in corso d’opera, e di raggiungere il climax – o l’Olimpo, o l’Eldorado, o il Bengodi o comunque vogliate chiamarlo – con maggiore facilità e producendo un effetto amplificato.

E a Locarno ce n’è di strada da fare prima di raggiungere le vette che ho enunciato: come rapportarsi dopotutto con un film come "My Date With Drew"? Opera prima di un terzetto di amici, Jon Gunn, Brian Herzlinger e Brett Winn, narra in una forma autocelebrativa al massimo le loro gesta nel tentativo disperato di conoscere, capo a un mese, Drew Barrymore. L’idea di per sé potrebbe anche funzionare se fosse ricondotta a un ideale cinematografico, magari interpretato nel versante più graffiante della cinefilia, ma il target che questi tre ragazzetti americani hanno in testa non si discosta per niente dal pubblico medio di MTV: ecco dunque che "My Date With Drew" si trova a soffrire un impianto acriticamente televisivo, senza mostrare la benché minima voglia di mediare, di mescolare le carte, di ibridare i generi. Il film altro non è che una versione leggermente più lunga di quei programmi dementi che la rete ammiraglia della musica (o almeno questo è il ruolo che pretende di interpretare) propina ai suoi adolescenti nelle prime ore del pomeriggio. L’aspetto divistico è messo in scena senza alcuna cognizione di causa, senza alcuna interpretazione postuma, da veri e propri fans ciechi; inconsapevolmente Herzlinger e soci filmano uno dei più atroci e penetranti documenti sulla superficialità di parte della nuova generazione statunitense – ma noi siamo poi messi così meglio? -. Peccato che dietro non ci sia nulla di strutturato. E "My Date With Drew", nonostante i miei strali e le mie maledizioni, si è addirittura portato a casa uno dei premi della Semaine de la critique. Ma si sa, io con le giurie difficilmente vado d’accordo.

Tra i sei film visti del Concorso mi sono imbattuto in due vere e proprie delusioni: la prima è da rintracciare nel percorso che svolge il protagonista di "A Perfect Day", firmato a quattro mani da Joana Hadjithomas e Khalil Joreige e battente bandiera libanese. Ricerca della memoria del padre, del rapporto con la madre che diventa il viaggio all’interno di un paese costretto a seppellire la propria memoria con i propri morti per non dare adito a possibili ulteriori sfoghi di violenza, il film non riesce comunque a portare avanti un discorso coerente, finendo per attestarsi a metà strada tra la strizzatina d’occhio al neorealismo e un’urgenza visiva costretta inevitabilmente a cercare linee direttrici nella contemporaneità. Insomma, un prodotto nato già morto, abortito dall’evoluzione stessa della storia del cinema. E prendere la derivazione geografica – il medio oriente, con tutto quel che ne consegue – come scusa per doverlo elogiare a tutti i costi è quanto di più falsamente progressista ci si possa immaginare. Nessuno qui sta dicendo che determinati stati non debbano cercare nel cinema la via espressiva per mostrare la loro visione politica del mondo che li circonda, assurdo però è pretendere che tali lavori siano importanti solo perché provenienti da zone "calde" della terra. Il cinema è pur sempre un’arte, e come tale va sviscerata fin nelle sue intimità più sgradevoli.

Il secondo film del concorso ad avermi fatto rimpiangere una bella dormita al sole è stato "Snow White" di Samir, iracheno di nascita ma svizzero da sempre. Già il precedente "Forget Bagdad" mi aveva fatto seriamente dubitare sulle sue capacità registiche, ma ora la pochezza artistica è a dir poco palese. "Snow White" è una sorta di telenovela all’insegna della trasgressione – sempre enunciata ma mai mostrata, così come la messa in scena non rompe neanche una delle regole scritte e non del cinema -, con una giovane di Zurigo che cade nella spirale della droga e della prostituzione e che ritrova la pace solo grazie all’incrollabile amore di un cantante spagnolo che canta in un gruppo hip-hop ginevrino. Alcune sequenze, come quella finale, rasentano seriamente la demenza più totale, e nel complesso non si riesce a capire non solo come un film del genere sia potuto arrivare a un traguardo alto come quello della competizione ufficiale (vabbè che bisogna sostenere il cinema elvetico, ma qui si rischia l’esasperazione) ma anche come un qualsiasi essere umano si sia potuto lasciare convincere a raccogliere e spendere soldi per questo spettacolo indecente. Alla fine resta veramente solo la bellezza statuaria della protagonista Julie Fournier, che regala però troppo poco del suo corpo alla macchina da presa. Cosicché quando si arriva alla scena del tentato suicidio in sala si possono facilmente contare molti corpi esanimi, incapaci di resistere a tanto (e sì, perché il tutto si trascina stancamente per poco meno di due ore!).

"Rag Tale" di Mary McGuckian può contare su un cast veramente notevole: Jennifer Jason Leigh (che approda su questa (de)riva dopo aver frequentato tra gli altri Robert Altman in "America oggi" e "Kansas City", i fratelli Coen in "Mister Hula Hoop", David Cronenberg in "eXistenZ" e Todd Solondz in "Palindromes"), Ian Hart (il suo volto resterà per sempre impresso per la straordinaria interpretazione in "Terra e libertà" di Ken Loach, ma come dimenticare le eccellenti prove di "Backbeat", nel quale veste i panni nientemeno che di John Lennon, "Niente di personale" di Thaddeus O’Sullivan, "Il garzone del macellaio" di Neil Jordan e "Liam" di Stephen Frears?), il grande attore teatrale Simon Callow, che qualcuno ricorderà nelle incursioni cinematografiche in "Camera con vista" di James Ivory e "Quattro matrimoni e un funerale" di Mike Newell, e soprattutto il mitico Malcolm McDowell. Eppure questo cast viene completamente vanificato da una sceneggiatura pedante e da una messa in scena talmente vertiginosa – il cambio di inquadratura avviene mediamente ogni quattro secondi – da var venire ben presto mal di testa e mal di mare. E a peggiorare la situazione arriva la scoperta, dopo una mezz’oretta, che questa discutibile scelta estetica non è altro che un povero esercizio di stile. La Piazza Grande, dove il film veniva proiettato, si è rapidamente svuotata e la pellicola è rimasta praticamente priva di applausi. Caso più unico che raro.

Addirittura dal Sud Africa arriva "The Flyer" di Revel Fox, favola più moralista che morale, talmente prevedibile da farsi anticipare regolarmente dal pubblico in sala. Un’opera sul riscatto personale (quello del giovane negretto Kier, che passa dalla microcriminalità al mondo del circo diventando il primo trapezista al mondo a provare con successo il quadruplo salto mortale) che annoia mortalmente e che altro non è se non la fotocopia di quanto già visto in almeno trecento occasioni diverse. Con tanto di sgradevole elogio al neocolonialismo occidentale: alla fine arrivano gli osservatori da Parigi, lo vedono zompare come un grillo e se lo trascinano dietro. Addio Africa, addio rivalsa sociale, quello che importa è divertire i bianchi. Nel 1800 i capi tribù venivano ridicolizzati in pubblico dall’uomo bianco per il vestiario e le abitudini, ora lasciamo che siano loro a divertirci con i trucchi e i giochi di prestigio (o l’agilità, nello specifico): i tempi sono poi così cambiati?

A concludere il lotto dei casi disperati manca ancora un film…allora, facciamo un rapido riepilogo: abbiamo avuto un film svizzero, uno sudafricano, uno libanese, uno statunitense e uno inglese. Vuoi vedere che per una volta tanto l’Italia riesce a evitare di rientrare nel pacchetto degli indesiderabili? E invece no, da buon ultimo ecco arrivare "Sangue – La morte non esiste", esordio alla regia di Libero De Rienzo. E devo dire che mi dispiace non poco dover inserire quest’opera nella lista, perché alcuni spunti non erano poi così disprezzabili e l’impianto narrativo poteva anche risultare interessante. Ma non si può assolutamente sopravolare sulle manchevolezze dell’insieme, sulla fastidiosa mania a giocare sull’eccesso senza osare veramente nulla, sulla ricerca estenuante del protagonista particolare, strano, alternativo. Tutti aggettivi che non hanno alcun valore ma che fungono da minimo comun denominatore del nuovo (?) cinema italiano. Peccato anche per l’ottima interpretazione di Elio Germano, senza dubbio il volto più interessante tra quelli che in questo momento stanno cercando di salire alla ribalta: ho avuto la controprova decisiva della sua bravura nel "Romanzo criminale" di Michele Placido, dove pure deve dar vita a un ruolo secondario. Insomma, Libero De Rienzo finora è solamente rinviato a settembre: se studierà e si applicherà durante l’estate la promozione dovrebbe essere alla sua portata.

Ps. Cito in calce l’orribile visione di "Hidden Inside the Mountains", esperimento (si fa per dire) visivo di Laurie Anderson con protagonista Antony. Preferisco che sia inserito qui in basso, in modo da non confonderlo col cinema, che è altra e ben più seria cosa.

b) Purgatorio

"E canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno."

Visto che il riepilogo delle delusioni si è concluso sul cinema italiano, perché non cominciare da dove si era interrotto tutto? E cominciare dunque da "58%" di Vincenzo Marra e "Gas" di Luciano Melchionna: il primo è un documentario, o meglio un istant-movie sulla situazione palestinese degli ultimi anni. Farraginoso, inconcludente, vagamente retorico (l’aquilone che i bambini lasciano volare in segno di speranza, per esempio), il film di Marra risorge però, e arriva ad aspirare alle stelle grazie a una straordinaria sequenza centrale: la stasi vissuta da chi, colpevole solo di essere palestinese, deve superare i posti di blocco alla frontiera. L’intera sequenza, che trova naturalmente un suo protagonista in un uomo che per puro cavillo burocratico non viene fatto passare, è destinata a imprimersi nella mente di chi vi assiste perché capace sia di riflettere lo stato di angoscia e di instabilità di un intero popolo sia un carattere puramente cinematografico come la suspense. Insomma, un lavoro di poco conto che riesce però ad avere un’impennata improvvisa e, dunque, come Dante che cerca di trovare la via per il Paradiso, mostra la volontà di puntare verso l’alto. Il suo "Vento di terra" a Venezia dello scorso anno mi aveva convinto, sono certo che questa piccola battuta d’arresto rimarrà un semplice episodio nella sua filmografia.

"Gas", l’esordio cinematografico del regista e autore teatrale Melchionna è l’ennesima dimostrazione di un ritrovato interesse per l’ambiente delle borgate romane: è così che tornano alla ribalta i nomi della Banda della Magliana evocata nelle opere di Costantini e Placido, è così che Roma torna a farsi set importante, alla pari di Torino il luogo cinematografico preferito degli ultimi anni. "Gas" è un film coraggioso ma discontinuo, che risente in parte della sua origine teatrale e che, per la simpatia che il regista prova nei confronti dei suoi protagonisti, può far venire qualche dubbio ideologico. Storia di violenza, o meglio di una notte di violenza, vorrebbe porsi come sua negazione senza riuscirci in pieno, visto che è facile farsi cogliere da fascinazione durante la visione dell’opera. E se il finale appare un po’ troppo sbrigativo, è anche vero che il lavoro sui personaggi è tutt’altro che banale e che alcuni degli interpreti (soprattutto una straordinaria Loretta Goggi nel ruolo della madre del ragazzo omosessuale) sono veramente degni di nota. In attesa di una definitiva maturazione mi sento di relegare Melchionna e il suo "Gas" nel magma degli incompiuti, ma l’ago della bilancia pende decisamente verso la positività.

Il discorso che mi sento di fare per "Per sempre" di Alina Marazzi è lo stesso che ho portato avanti per il film di Marra; l’opera in sé è deludente, sbilanciata, mai particolarmente coraggiosa, ma presenta degli elementi di sicuro interesse soprattutto per il tema affrontato – la scelta della vita monastica -. Della Marazzi è stato possibile vedere quest’anno nei cinema italiani (la regista è italo/svizzera) lo straordinario "Un’ora sola ti vorrei", a mio parere il più grande film italiano degli ultimi dieci anni, straordinario documento autobiografico in grado di rendersi universale in maniera sublime: "Per sempre" è tutt’altra storia, e pur assestandosi decisamente sulla sufficienza non entusiasma di certo. Forse il passaggio da una tematica fortemente vissuta e gravida di spunti personali a una totalmente estranea alla formazione culturale dell’autrice ha fatto pesare la sua gravità. Chissà, certo è che "Per sempre" non ha la forza del precedente lavoro né possiede un decimo della sua innata capacità emotiva.

Da anni ormai il festival di Jeonju, in Corea del sud, porta avanti il progetto del Digital Short Film by Three Filmakers, ovvero tre cortometraggi annualmente affidati a tre diversi registi dell’area orientale (senza limitazioni di nazionalità, Off Course ) e poi raggruppati per formare un unico film in tre sezioni. Nel 2005 la scelta è caduta su Apichatpong Weerasethakul, Shinya Tsukamoto e Song Il-gon, e dunque Tailandia, Giappone e Corea del sud. Il piatto si è fatto da subito dunque molto interessante, visto e considerata l’importanza autoriale quantomeno dei primi due nomi della lista: Weerasethakul autore del bel "Blissfully Yours" e soprattutto del capolavoro "Tropical Malady" – visto a Cannes nel 2004 e uscito lo scorso Aprile in Italia in pochissime sale e per poco tempo -, e Tsukamoto che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni ma che per sicurezza ricordo essere il regista dei due "Tetsuo", de "Le avventure del ragazzo del palo elettrico", di "Soseiji – Gemini", di "Bullet Ballet" e di "A Snake of June". Così, tanto per rinfrescare la memoria. Il terzo regista, Song Il-gon, era passato nel 2001 a Venezia con un film interessante, "Flower Island". E pensare che è proprio colpa di quest’ultimo se "Digital Sam in Sam Saek 2005" compare nel capitolo dedicato ai titoli non completamente convincenti: se non fosse per "Magician(s)", cortometraggio assai mediocre partorito dal regista coreano, il progetto sarebbe infatti promosso a pienissimi voti. L’episodio di Tsukamoto ("Haze") ma soprattutto lo splendido cortometraggio di Weerasethakul ("Worldly Desires") mostrano due autori in forma smagliante. Weerasethakul continua a ragionare sulle dinamiche e il senso della messa in scena già sperimentato nei lavori precedenti, e lo stesso – anche se in maniera ovviamente diametralmente opposta – fa anche Tsukamoto. Che con "Haze" firma un buon lavoro destinato a diventare capolavoro nella versione da mediometraggio; ma questo è un discorso che affronteremo in seguito.

Gli ultimi tre film destinati a rientrare tra coloro che son sospesi provengono tutti da retrospettive: due dal mastodonte dedicato a Orson Welles, vero e proprio festival nel festival tanto da costringere chi avesse avuto voglia di seguirlo con continuità a rinunciare al resto della programmazione (e così ha fatto il mio amico e collega Alessandro Aniballi, che su Welles si è anche laureato), e uno dal focus sul cinema maghrebino. Di "Someone To Love", film del 1987 diretto da Henry Jaglom e ultima interpretazione cinematografica di Welles prima del decesso ho visto solo mezz’ora dopodiché, alla vista di un self service ricco di pietanze in scena sono stato colto dai crampi della fame e costretto alla resa. Dopotutto il film avevo già avuto modo di vederlo a Roma anni fa e pur trovandone interessante la scelta narrativa non mi convince appieno. Le partecipazioni di Sally Kellerman e Monte Hellman sono comunque da rimarcare. "Tepepa" è invece uno spaghetti-western del periodo della contestazione, figlio legittimo di "Quien Sabe?" per intenderci: diretto, male, da Giulio Petroni è un’incursione nella rivoluzione messicana, ma in realtà è una storia di amicizia e vendetta. Qui Welles fa il cattivo di turno, e la sua maschera è a dir poco straordinaria, così come l’uso della propria mole. Peccato che il film non sia veramente niente di che, almeno per quello che ho avuto modo di vedere io: dopo un’oretta sono uscito, giusto il tempo per ridere di alcune ingenuità visive macroscopiche e per apprezzare la verve politica (sprecata) di Tomas Milian.

Il film marocchino è invece "Keïd ensa" di Farida Benlyazid e risale al 1999: sorridente commedia femminista ambientata in un’epoca favolistica che riporta subito alla mente scenari da "Il fiore delle mille e una notte", l’opera di Benlyazid scivola via che è un piacere per un’ora e mezza, ma denota mancanze nella costruzione narrativa che ben presto inizia a ritorcersi su sé stessa, ripetitiva e sempre uguale a sé. E se è pur vero che dopotutto questo è lo schema classico delle fiabe è altrettanto vero che il cinema non può permettersi, a più di cento anni dalla sua nascita, una primitività (concettuale, visiva, tecnica) così esibita. Ma anche solo per lo sguardo solare conquistatore di Samira Akariou e per la disinibita libertà temporale – i personaggi rimangono sempre uguali, ma in realtà dall’inizio del film alla fine intercorrono buoni quindici anni – mi sento di salvare questo film, proveniente da zone che non ci sono abituali e nelle quali probabilmente siamo ancora costretti a perderci. Le porte aperte sul Maghreb proposte al festival indicano che si sta cercando di andare verso la direzione giusta. Ora basta veramente non smarrire la strada…

c) Paradiso

"ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle"

Ed eccomi giunto al momento della glorificazione, della deposizione dell’alloro sul capo dei trionfatori (morali, che quelli che si sono ritrovati con in mano un premio ben poco lo meritavano!) di questa edizione del festival.

Non perderò troppe parole su "Time Bandits" di Terry Gilliam, "Being John Malkovich" di Spike Jonze e "One From the Heart" di Francis Ford Coppola, perché si è trattato di semplici seconde , terze e quarte visioni di opere che avevo già avuto modo di vedere in precedenza; mi ha fatto però molto piacere riuscire finalmente a godermi i varchi spazio temporali con nanerottoli del film di Gilliam e il patchwork visivo di Coppola su grande schermo – il film di Jonze l’avevo visto in pellicola già alla sua sortita al festival di Venezia nel 1999 – e per di più in lingua originale. Queste tre opere rappresentano modalità differenti per elevare al potere la fantasia. Se l’universo di Gilliam e il suo curriculum permettono di inserire "Time Bandits" come tassello importante (perché trait d’union tra il passato con i Monthy Phyton e il futuro solista) della sua filmografia e la schizoide avventura nella testa di Malkovich è parto di quello che può essere considerato senza alcun problema il migliore sceneggiatore degli ultimi anni, quel Charlie Kaufman al quale si devono anche gli straordinari "Il ladro di orchidee", "Eternal Sunshine of Spotless Mind" e "Human Nature" (per non parlare del comunque apprezzabile "Confessioni di una mente pericolosa", esordio alla regia di George Clooney), c’è da analizzare con un certo gusto il pastiche disegnato da Francis Ford Coppola. Certo, "One From the Heart" non vive la perfezione dei primi due "Padrino", de "La conversazione" o di "Apocalypse Now", ma la libertà visiva con la quale entra in contatto Coppola è a dir poco deflagrante; l’esile vicenda delle traversie amorose della coppia Frederic Forrest/Teri Garr diventa l’occasione per un’immersione completa nell’immaginario collettivo americano del secondo dopoguerra, che attraversa generi e istanze, tra giochi di ombre, balletti furibondi. Mai il cinema mainstream statunitense è stato così tenacemente libero da vincoli strutturali, e mai più lo sarà. Ma i primi anni ’80 di Coppola, solitamente relegati dalla critica a semplice scoria dei fasti del decennio precedente, meriterebbero davvero un’analisi a se stante – e chissà che su queste pagine tutto ciò non riesca prima o poi a venire alla luce -, perché opere come questa, per non parlare di "I ragazzi della cinquantaseiesima strada", "Rusty il selvaggio" e "Cotton Club", sono da riscoprire e idolatrare.

Visto che in realtà ho perso molte più parole di quanto preventivato sui ripescaggi dal passato, vado in fretta e furia a parlare delle piacevoli scoperte del festival: partiamo dal film che si è portato a casa il Pardo d’Oro e il premio per la migliore interpretazione femminile, "Nine Lives" di Rodrigo García, che qualcuno ricorderà regista di "Le cose che so di lei" ma che ha firmato anche molte puntate dei serial "I Soprano" e "Six Feet Under". "Nine Lives" (uscito in Italia a inizio settembre con il titolo "Nove vite da donna") è un film a episodi, tranches de vie che servono a penetrare nella vita e nelle emozioni di vari personaggi femminili. La peculiarità tecnica risiede nel fatto che ogni episodio è interamente girato in piano sequenza, seguendo quello che sta diventando il dettame principale del nuovo cinema. Esercizio di stile? Sicuramente sì, anche se in fin dei conti l’opera regge sia da un punto di vista narrativo – che si calibra negli episodi tra il grottesco, il melodramma, la tragedia e la commedia – che tecnico, grazie anche alla buona vena delle attrici che si sono viste recapitare dal festival il premio collettivo per la recitazione, neanche fossimo in un film di Altman. Le migliori del lotto secondo me? Amy Brenneman, Sissy Spacek e una trattenuta e dolente Glenn Close.

Steve Buscemi è uno di quei personaggi del cinema americano ai quali sarei capace di perdonare qualsiasi cosa (beh, proprio qualsiasi magari no…ma ci siamo capiti); senz’ombra di dubbio uno dei migliori attori della sua generazione, Buscemi si continua a dimostrare autore sensibile e per niente prevedibile. Dopo aver conquistato il pubblico con l’apatia e la stasi di "Mosche da bar" e aver rincarato la dose nel dramma carcerario "Animal Factory", tocca ora a "Lonesome Jim" conquistarci definitivamente. Anche qui l’andamento dell’opera è vagamente narcolettico e viene portato avanti sottovoce, quasi che tutto l’urlare del cinema a lui solitamente vicino – vedi Tarantino, ma anche i fratelli Coen, e poi Carpenter e DiCillo – lo costringa a scegliersi una parte diversa quando passa dietro la macchina da presa. Il Jim protagonista della pellicola è l’ennesimo reietto elevato al grado di eroe del cinema indipendente e la struttura non è poi così dissimile da opere come "Suburbia" di Richard Linklater o "Getting to Know You" di Lisanne Skyler, ma la volontà di Buscemi di lavorare esclusivamente di sottrazione non può non ammaliare. E alla fine del film ci si trova a sorridere beati e beoti, il che è risultato non disprezzabile. Una nota di merito al protagonista Casey Affleck – lo si era già visto in "Good Will Hunting" di Gus Van Sant, ed è fratello del Ben più famoso – e alla sempre splendida Liv Tyler, una che ti illumina con uno sguardo l’inquadratura.

Chi mi conosce attraverso le varie operazioni critiche portate avanti nel corso degli anni è perfettamente consapevole del mio amore per il cinema orientale, al giorno d’oggi una delle zone geografiche fondamentali per la qualità e l’originalità dei prodotti (e per una disanima più attenta su queste tematiche rimando all’articolo dedicato all’ultimo festival di Udine); anche Locarno, che ai tempi della reggenza di Müller era praticamente una dependance del cinema dell’estremo oriente, continua a confermare la mia idea al riguardo. Ho già avuto modo di parlare di "Digital Sam in Sam Saek 2005", ma è giunta l’ora di approfondire il discorso su Shinya Tsukamoto: se la versione di 29’ del suo "Haze" presente nel trittico convinceva, la visione della versione espansa fino a poco meno di un’ora mi ha lasciato letteralmente muto, senza parole. "Haze" non solo porta avanti in maniera tenace l’idea di cinema del cineasta nipponico, che per la prima volta si cimenta con il digitale – tra l’altro sfruttando un supporto leggerissimo come la DVX-100 della Panasonic -, ma merita di rientrare tra i suoi massimi capolavori. In pratica sembra di assistere a un "Tetsuo" riletto nell’ottica dei film dell’ultimo periodo di Tsukamoto, dove la carne non è più portata a una fusione con la macchina ma da essa viene ferita e deturpata in continuazione. Il corpo non vive di trasformazioni ma bensì di mutilazioni: perfetto paradigma di tutto ciò è l’incubo in cui piomba il protagonista della vicenda (lo stesso Tsukamoto, anche direttore della fotografia, montatore e scenografo), costretto a muoversi in uno spazio buio e angusto, a strisciare, a ferirsi contro chiodi, a essere ripetutamente colpito da un martello che scende con regolarità da un muro. Tutto per finire in un mare di sangue attraversato da arti umani e per ritrovare la memoria di un delitto e, grazie alla catarsi, la memoria di un amore. Da alzarsi in piedi e applaudire per dieci minuti buoni – cosa che ho ovviamente fatto. È invece tailandese "Citizen Dog", folle e spassosa commedia diretta da Wisit Sasanatieng: lui è il regista di "Le lacrime della tigre nera", fascinoso western kitsch perennemente sopra le righe. Il suo stile non sembra essersi particolarmente modificato, basta pensare che in "Citizen Dog" in meno di un’ora e quaranta sono condensati un uomo che cerca il dito amputatogli da una macchina dentro le scatolette di tonno, per poi scoprire a ricerca ultimata di essersi impadronito del dito di un altro, una montagna formata da bottiglie di plastica che domina Bangkok e dove gli innamorati vanno a fare i pic-nic, un orso di peluche alcolizzato e donnaiolo, un impiegato che lecca tutto ciò che gli capita a tiro, un motociclista fantasma morto durante una tempesta di caschi, una ragazza che legge un libro in una lingua straniera (l’italiano!!!!) senza capire una sola parola di quanto c’è scritto. E tanto altro che non vi voglio svelare: "Citizen Dog" è una di quelle opere che risulta effettivamente necessario vedere, per comprendere verso quali lidi si sta movendo il cinema che ci circonda. Nella speranza che non rimanga materiale per pochi nella nostra penisola.

Nostra penisola che ha avuto comunque modo di difendersi con onore, anche nel Concorso: "La guerra di Mario" di Antonio Capuano è finalmente un’opera di cui andare fieri, incursione nel mondo napoletano priva della maggior parte degli stereotipi visivi e narrativi che solitamente fanno da cornice alla città partenopea. "La guerra di Mario" è in realtà la vita stessa di questo bambino di nove anni estratto dai bassifondi e dato in affidamento a una coppia dell’alta borghesia di sinistra della città. In questo scontro tra due modi di intendere la vita è nascosto il desiderio di maternità vissuto da entrambe le parti, a loro volta unite nella lotta contro un’istituzione che vorrebbe esclusivamente introdurre Mario nella società senza dargli la possibilità di trascinarsi dietro il proprio vissuto. "Chi mi dice di punirlo/ chi mi dice di ascoltarlo/ io non so che cosa fare/non è facile educare", cantava Nino Manfredi nei panni di Geppetto nella trasposizione televisiva del capolavoro di Collodi firmata da Luigi Comencini nel 1972, e forse è un altro piccolo Pinocchio quello messo in scena da Capuano: anche lui deve riuscire a diventare bambino, ma non è facile quando questo è in parte negato dalla stessa società che pretenderebbe di (ri)educarlo. Complimenti a Capuano, autore di un cinema asciutto – fa eccezione lo schizofrenico impianto tragico su cui si reggeva il precedente "Luna rossa", sorpresa veneziana nel 2001 – e rigoroso, ma profondamente emotivo, e alla spontaneità del piccolo Marco Greco. A volte i luoghi comuni sono veri: tutti i bambini napoletani sono dei bravi attori.

Ma la vera sorpresa nostrana al festival è stata la presentazione, nella Competition Video, di "Lavoratori" di Tommaso Cotronei: documentario autarchico sul lavoro dei bambini in Calabria, evita le secche del cinema d’impegno italiano e ne scardina la retorico, arrivando a interagire con il mondo che mostra con una trasparenza e un’efficacia veramente rare. I mezzi sono quelli che sono, la troupe è ridotta all’osso ma restano le forze delle immagini di questi ragazzi al lavoro, senza patetiche tirate moraleggianti né pretese di manicheismi intellettuali. Dopo aver conosciuto personalmente Cotronei, con il quale una mia amica aveva collaborato in passato, ho dato ancora più forza alle mie convinzioni, e il plauso si è fatto ulteriormente più sentito.

Restano da citare solo due opere, entrambe britanniche ed entrambe con filiazioni statunitensi: "Mirrormask" di Dave McKeane è una coproduzione, mentre i fratelli gemelli Quay, autori del meraviglioso "The Piano Tuner of Heartquakes", sono di nascita americani. "Mirrormask" segna un ulteriore passo avanti verso la cinematografia "per ragazzi", disegnando un mondo onirico e fluttuante in cui la protagonista, novella Alice, si muove alla ricerca del MirrorMask, oggetto che le permetterebbe di tornare nel mondo della realtà. Il film di McKeane – fumettista assai apprezzato in patria – si muove con destrezza tra l’impianto favolistico dell’epoca moderna riportando alla mente sì il già citato capolavoro di Lewis Carroll ma anche "Il mago di Oz" (il compagno d’avventure Valentie è in pratica un ibrido tra lo Spaventapasseri, il Leone e l’Uomo di Latta, e poi diritte diritte dal racconto di Baum arrivano le scimmie/uccello), "La storia infinita" fino ad approdare all’universo della fabula classica e del mito, con tanto di citazione della Sfinge edipica. Veramente una grande annata questa per il cinema dedicato ai più piccoli: oltre allo splendido "Mirrormask" sono da ricordare il dittico firmato da Tim Burton ("Charlie e la fabbrica di cioccolata" è un gran bel film ma "Corpse Bride" è addirittura un capolavoro), l’ultima fatica di Takashi Miike "Yokai daisenso", sempre in attesa del quarto capitolo dedicato alle peripezie del maghetto Harry Potter e soprattutto della trasposizione cinematografica de "Le cronache di Narnia" che approderà da noi a ridosso di Natale.

Forse la palma di miglior film visto al festival spetta però a "The Piano Tuner of Heartquakes" di Timothy e Stephen Quay, veri e propri geni dell’animazione (ne parlai nell’articolo sul Festival di Venezia del 2002, dove venne loro dedicata una serata in Sala Perla) qui al lavoro su un film di fiction solo apparentemente più tradizionale. Ricco di simbologie e di metafore il film si dipana lungo la sua ora e mezza su un terreno onirico, quasi impalpabile, esperienza di trance visiva estremamente rara. Anche da un punto di vista tecnico l’opera appare sbalorditiva, sia sotto il profilo fotografico (straordinario il lavoro sulla grana e sulla dolcezza delle linee portato avanti da Nic Knwoland) che nell’interazione – pur meno forte rispetto a "Institute Benjamenta" del 1995 – tra elementi meccanici e umani. Eppure è proprio su questo ibridismo che deve essere letto l’intero film, opera in più atti destinata all’inceppamento e alla reiterazione infinita dello stesso istante. La follia umana, la gelosia, la bramosia, tutto viene esposto fino alle più inaspettate conseguenze; può un uomo diventare l’accordatore di terremoti (interiori? Non solo…)? E cosa resta, nelle macchine che costruiamo per necessità e/o diletto, delle nostre memorie umane? Il cinema dei fratelli Quay è cerebrale e umorale allo stesso tempo, gioca sul contrappunto continuo ed è elegante, termine da non scambiare assolutamente con ricercato. Perché quest’ultimo non prevede la naturalezza che è invece pregio proprio di questi due geni.

inizio
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