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LOCARNO FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM
(3-13 agosto 2005)

di Raffaele Meale


2. Un’introduzione più mirata (La prima volta a un Festival)

Era la prima volta in vita mia che mettevo piede a Locarno. Abituato ai ritmi veneziani – ma anche torinesi, ma anche pesaresi – ero già rimasto lievemente scottato dall’esperienza a Procida. Ma lì si trattava di mediare fra l’idea classica di festival e l’accezione che questo termine può raggiungere quando a pronunciarla e a metterla in pratica è un critico inadatto a tale incombenza come Enrico Ghezzi. Locarno è una cittadina pervasa da un’aria talmente salubre da riuscire a collocarla in un mondo a parte, estraneo alla norma alla quale sono stato abituato (io, proveniente da una metropoli fracassona come Roma), e i ritmi del festival ne risentono fortemente. Producendo un effetto a dir poco spiazzante; Locarno è un festival da percorrere a piedi, dal Palavideo che fa bella mostra di sé a Muralto fino alla zona del Fevi e della "Sala". Da percorrere a piedi, e anche con una certa calma, non con quella frenesia omicida che ti costringe a trascinarti per le stradine del Lido alla disperata, nella speranza di riuscire a entrare in sala. A Locarno si entra praticamente dappertutto e senza doversi invischiare in file esagerate (l’unica che francamente ricordo è quella fatta proprio al Fevi per vedere "Lonesome Jim" di Steve Buscemi). Anche gli autori sembrano risentire di quest’atmosfera rilassata, vacanziera, immobile eppure estremamente vitale: è così possibile incontrarli per strada, fermarli, richiedere interviste sul momento e sentirsi rispondere di sì senza troppi problemi. È così che, coadiuvato da Eugenio Barzaghi – del quale leggerete un particolare diario di viaggio, sempre che non si lasci vincere dall’apatia – ed Enrico Carocci, ho avuto modo di avvicinare Shinya Tsukamoto e di intervistarlo; il resoconto di tale intervista potrete leggerlo qui congiuntamente al sito www.cinemavvenire.it. L’unica vera pecca che arriva a turbare questa immagine idilliaca è la spada di Damocle dell’economia: Locarno, così come il resto della Svizzera, costa un’enormità. Tutti i prezzi sono maggiorati rispetto all’Italia, così da costringere il povero accreditato a cibarsi di due pesche a pranzo per potersi permettere un primo a cena. Insomma, una vera tragedia.

Ma passiamo a occuparci più da vicino del festival cinematografico: quest’anno è stato l’ultimo sotto la reggenza di Irene Bignardi, che la maggior parte del popolo della settima arte continua a identificare nel ruolo (mai troppo convincente) di critico de "La Repubblica". La direttrice non ha perso occasione, presentando i film presenti, di ribadire quanto si sia trovata bene in Svizzera e quanto le mancherà l’incarico svolto finora. La fine del suo mandato è apparso quasi come un repulisti generale, visto che buona parte del comitato organizzatore è stato mandato in pensione. Scelta che preoccupa non poco, non tanto per la qualità in sé di ciò che si è perso, ma perché cambiare così radicalmente volto porterà inevitabilmente a un periodo di assestamento. Insomma, non ci sarebbe da stupirsi se l’anno prossimo ci trovassimo di fronte a un festival monco, sperduto, inadeguato. Staremo a vedere…

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