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2. Un’introduzione più mirata (La prima
volta a un Festival)
Era la prima volta in vita mia che mettevo
piede a Locarno. Abituato ai ritmi veneziani – ma
anche torinesi, ma anche pesaresi – ero già
rimasto lievemente scottato dall’esperienza a Procida.
Ma lì si trattava di mediare fra l’idea classica
di festival e l’accezione che questo termine può
raggiungere quando a pronunciarla e a metterla in
pratica è un critico inadatto a tale
incombenza come Enrico Ghezzi. Locarno è
una cittadina pervasa da un’aria talmente salubre
da riuscire a collocarla in un mondo a parte, estraneo
alla norma alla quale sono stato abituato (io, proveniente
da una metropoli fracassona come Roma), e i ritmi
del festival ne risentono fortemente. Producendo
un effetto a dir poco spiazzante; Locarno è
un festival da percorrere a piedi, dal Palavideo
che fa bella mostra di sé a Muralto fino
alla zona del Fevi e della "Sala". Da
percorrere a piedi, e anche con una certa calma,
non con quella frenesia omicida che ti costringe
a trascinarti per le stradine del Lido alla disperata,
nella speranza di riuscire a entrare in sala. A
Locarno si entra praticamente dappertutto e senza
doversi invischiare in file esagerate (l’unica che
francamente ricordo è quella fatta proprio
al Fevi per vedere "Lonesome Jim" di Steve
Buscemi). Anche gli autori sembrano risentire di
quest’atmosfera rilassata, vacanziera, immobile
eppure estremamente vitale: è così
possibile incontrarli per strada, fermarli, richiedere
interviste sul momento e sentirsi rispondere di
sì senza troppi problemi. È così
che, coadiuvato da Eugenio Barzaghi – del quale
leggerete un particolare diario di viaggio, sempre
che non si lasci vincere dall’apatia – ed Enrico
Carocci, ho avuto modo di avvicinare Shinya Tsukamoto
e di intervistarlo; il resoconto di tale intervista
potrete leggerlo qui congiuntamente al sito www.cinemavvenire.it.
L’unica vera pecca che arriva a turbare questa immagine
idilliaca è la spada di Damocle dell’economia:
Locarno, così come il resto della Svizzera,
costa un’enormità. Tutti i prezzi sono maggiorati
rispetto all’Italia, così da costringere
il povero accreditato a cibarsi di due pesche a
pranzo per potersi permettere un primo a cena. Insomma,
una vera tragedia.
Ma passiamo a occuparci più
da vicino del festival cinematografico: quest’anno
è stato l’ultimo sotto la reggenza di Irene
Bignardi, che la maggior parte del popolo della
settima arte continua a identificare nel ruolo
(mai troppo convincente) di critico de "La
Repubblica". La direttrice non ha perso occasione,
presentando i film presenti, di ribadire quanto
si sia trovata bene in Svizzera e quanto le mancherà
l’incarico svolto finora. La fine del suo mandato
è apparso quasi come un repulisti generale,
visto che buona parte del comitato organizzatore
è stato mandato in pensione. Scelta che
preoccupa non poco, non tanto per la qualità
in sé di ciò che si è perso,
ma perché cambiare così radicalmente
volto porterà inevitabilmente a un periodo
di assestamento. Insomma, non ci sarebbe da stupirsi
se l’anno prossimo ci trovassimo di fronte a un
festival monco, sperduto, inadeguato. Staremo
a vedere…
inizio
continua
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